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sabato 19 dicembre 2009

LENNON IS BACK


L LENNON “RITROVATO” (NEL '68) – SPUNTANO 6 ORE DI UN’INTERVISTA A JOHN CHE RIBATTE FURIOSO A UNA RIVISTA RADICALE USA CHE AVEVA ACCUSATO I BEATLES DI ESSERSI "VENDUTI AL POTERE" – “Il sistema fa schifo, è vero. Ma abbatterlo non serve a niente. Meglio sovvertirlo dall’interno. SE LO ABBATTI, CHI ANDRÀ AL POTERE?” – “SE NON SCENDI A COMPROMESSI TI SCHIACCIANO” - “DEVO ANCORA INCONTRARE QUALCUNO CHE NON LO HA FATTO ED È RIMASTO VIVO”…

Da "La Stampa"

Sei ore di botta e risposta serrati, a gambe incrociate su pesanti tappeti di lana indiani. È l'intervista «perduta» a John Lennon fatta nel dicembre del 1968 da due studenti ventenni della Keele University dopo che la rivista radicale di Tariq Ali, Black Dwarf, aveva accusato i Beatles di essersi «venduti» all'establishment.

Parole dure che Lennon respinge al mittente: «Il sistema fa schifo, è vero. Ma abbatterlo non serve a niente. Meglio sovvertirlo dall'interno». C'è di tutto in quest'intervista scritta da Maurice Hindle, professore della Open University, «scovata» dalla rivista progressista britannica New Statesman. La musica, il rapporto coi soldi, l'infanzia triste nei sobborghi di Liverpool ma soprattutto il sogno di un mondo diverso.

«Il punto è cambiare la mentalità della gente - dice Lennon -. Non serve a niente buttare giù un paio di maledetti Tory. Voglio dire, se abbatti il sistema, chi andrà al potere? Quelli che hanno menato di più le mani, come in Russia. Saranno loro a comandare. Tutto passa attraverso la testa delle persone».

Niente rivoluzione armata, dunque. «Il mio punto di vista è quello che sono. Tutto quello che dico nelle mie canzoni e quello che faccio. Ok, noi, i Beatles, ci siamo fatti i capelli a caschetto per arrivare dove siamo. Ma è quel che succede quando a scuola ti mettono in un angolo: o scendi a compromessi o ti schiacciano del tutto. Se posso preferisco evitare di essere crocifisso. Ma devo ancora incontrare qualcuno che non è sceso a compromessi ed è rimasto vivo».

giovedì 14 maggio 2009

YOKO ESIBISCE LENNON

YOKO ONO ORGANIZZA UNA MOSTRA-HORROR SU LENNON E INSERISCE “LA STANZA DELLA MORTE” (gli occhialini e la giacca insanguinati DELLA NOTTE IN CUI JOHN FU UCCISO) – LA SOLITA SCUSA: PROVOCAZIONE E MONITO SULL’USO DELLE ARMI…

Alessandra Farkas per il "Corriere della Sera"


yoko alla mostra su lennon

La «stanza della morte» è la più affollata, come davanti ad un incidente d'auto mortale da cui non si riesce, anche volendo, a distogliere lo sguardo. Al centro della sala campeggiano gli occhialini e la giacca insanguinati che John Lennon portava quando fu assassinato a colpi di rivoltella da un fan squilibrato, Mark David Chapman, la sera dell'8 dicembre 1980, a New York. Tra i cimeli c'è anche il sacchetto di carta marrone - anch'esso imbrattato di sangue nerastro - nel quale la polizia aveva infilato gli effetti personali del cantante, prima di consegnarli alla vedova Yoko Ono.

Ed è stata proprio lei ad organizzare la controversa mostra dal titolo «John Lennon: the New York City Years» che ha debuttato ieri al Rock and Roll Hall of Fame Annex di New York. «È stato molto difficile includere quegli oggetti», ammette la 76enne artista di origine giapponese che il prossimo 6 giugno riceverà il Leone d'Oro alla carriera dalla Biennale di Venezia. E aggiunge: «Sapevo che sarei stata criticata».


gli occhiali insaguinati di Lennon in mostra

La sua è stata una provocazione, l'ennesimo happening a scopi politici: «Volevo lanciare un monito sulle conseguenze dell'uso indiscriminato delle armi», spiega. In un angolo della galleria ha fatto sistemare un registro sul quale i visitatori possono firmare una petizione per chiedere di modificare la legge sulla vendita delle armi che verrà consegnata al presidente Barack Obama dopo la chiusura della mostra.


Ma all'Annex sono esposti anche molti altri oggetti legati agli anni newyorchesi di Lennon che, dopo la separazione dei Beatles, lasciò definitivamente la Gran Bretagna per stabilirsi a New York, nel 1971. C'è il tovagliolino di carta dell'Hotel Hilton sul quale scrisse le parole della canzone "Imagine"; la chitarra utilizzata durante il concerto con Elton John al Madison Square Garden e le lettere - firmate da personaggi come Joan Baez e l'allora sindaco di New York, John Lindsay - che documentano la sua estenuante crociata per non essere espulso in quanto «pericoloso sovversivo» sulla lista nera dell'Fbi.

Lennon amava New York, che considerata la nuova capitale del mondo. «Se fossi vissuto duemila anni fa avrei scelto di abitare nella Roma imperiale», soleva dire John, «New York è la Roma del nostro tempo, per questo vivo qui». E Yoko riflette: «È un triste paradosso. E pensare che la città che amava di più è proprio quella in cui è stato ucciso ».


venerdì 11 luglio 2008

give peace a chance

Lennon: manoscritto "Give Peace a Chance" venduto per 528mila euro

LONDRA - Asta record per il manoscritto di John Lennon "Give Peace a Chance", venduto a Londra da Christie's per 421.250 sterline (circa 528.000 euro). L'ex Beatles ha scritto la canzone nel 1969, durante la famosa intervista nella stanza 1742 del Queen Elizabeth hotel di Montreal durante la luna di miele con Yoko Ono, nel 1969. Creata in piena guerra fredda, e' diventata l'inno dei pacifisti di tutto il mondo. (Agr)


mercoledì 18 giugno 2008

LENNON/PANG



PANG PANG! – YOKO MI DISSE: “DIVENTA L’AMANTE DI JOHN” - IL LIBRO DEI RICORDI DI MAY PANG, LA CINESE DI LENNON - 18 MESI DI FOLLIE: METADONE A COLAZIONE – LEARY: “BUTTAVA GIÙ LSD COME SE FOSSE POPCORN”


Claudio Castellacci per “A” in edicola

John Lennon
Foto da Corriere.it
Quelli erano giorni in cui nessuno pensava di scattare troppe foto, come si fa oggi. «Erano tempi in cui si pensava che ci sarebbe stato un domani. Così momenti che oggi sono considerati storici non sono mai stati fotografati». Il disappunto di May Pang, la “fidanzata cinese” di John Lennon, è smorzato dal fatalismo. E così, per esorcizzare i fantasmi del passato, ha deciso di pubblicare in un libro dal titolo «Instamatic Karma» (uscito negli Stati Uniti da St. Martin’s Press): le foto dei 18 mesi in cui visse con John Lennon, prevalentemente a Los Angeles e che la stessa rock star definì «The lost weekend».

Di quel periodo il vero rammarico è di non aver documentato la jam session di John e Paul McCartney, l’unica avvenuta dopo il dissolvimento dei Beatles. Ma May Pang può vantare di aver immortalato il momento in cui Lennon, in vacanza a Disney World in Florida, firmò – ultimo dei quattro – le 202 pagine di cui era composto il documento legale che sanciva la fine del quartetto di Liverpool. Era il 29 dicembre 1974.

Ma andiamo per ordine. Questa storia comincia nel 1971, dopo lo scioglimento dei Beatles avvenuto l’anno prima, quando John Lennon e Yoko Ono decidono di trasferirsi dall’Inghilterra a New York. Lennon e Yoko si erano incontrati a Londra nel 1966 e da allora non si erano mai separati. Yoko è senza dubbio la donna più odiata della storia del rock e non solo. A lei i fan del gruppo di Liverpool addebitano il disfacimento della band, a lei Albert Goldman, il biografo di Lennon, addebita colpe e nefandezze compiute in nome del proprio ego sterminato. Solo pettegolezzi? Non sembra proprio, visto che lo scrittore è rimasto immune da cause e richieste di risarcimenti miliardari. Anche se non da insulti.

Il Lennon che esce dalle pagine del racconto di Goldman, frutto di ben 1200 interviste, è quello di una persona irrazionalmente violenta con seri problemi di schizofrenia e dissociazione di personalità, apparentemente frutto di un uso indiscriminato e compulsivo di alcol e droghe, soprattutto di acidi. «John Lennon buttava giù Lsd come se fosse popcorn», era solito raccontare Timothy Leary, il profeta degli allucinogeni, che in quanto ad esperienza con gli stupefacenti non era secondo a nessuno.

La rivista A
A decidere di trasferirsi a New York fu Yoko Ono impegnata in una battaglia legale per la custodia della figlia Kyoko. Lennon si limitò ad acconsentire adducendo il fatto che se ne andava dal Regno Unito perché in America, lì sì, lo avrebbero accolto come un grande artista, ma soprattutto perché proprio quell’anno la sterlina aveva adottato il sistema decimale e lui, quell’affronto, proprio non lo sopportava.

May Pang entrò nella vita di Lennon subito dopo l’arrivo della coppia a New York che si sistemò in un appartamento sibaritico dello storico St. Regis Hotel sulla Quinta Strada. Pang occupava la stanza adiacente alla loro suite. I suoi compiti erano ben scanditi. Alle dieci in punto doveva bussare alla porta, svegliarli e ordinare una colazione a base di pane tostato alla cannella, caffè e tè. Sembrerebbe anche che la coppia non si alzasse mai dal letto prima di aver ricevuto la dose quotidiana di metadone – un sostituto dell’eroina usato contro le sindromi di astinenza – procurata da un medico compiacente che si premurava, quando richiesto, anche di somministrare iniezioni bomba di vitamina b-12 per tenerli su durante il giorno.

Oltre alla storia della figlia, l’altro vero grande motivo che aveva spinto Yoko Ono a trasferirsi a New York era di allontanarsi il più possibile dall’ambiente dei Beatles per dimostrare al mondo che anche lei era un artista di talento e che, anzi, il suo genio era per lo meno pari a quello di Lennon e magari persino più grande del suo. Voleva che almeno quello – il suo genio – fosse più grande, visto che uno dei problemi che l’ossessionava era l’altezza. Diceva di sé: «Sono piccola perché sono stata repressa fin da giovane. È per questo motivo che le mie ossa hanno smesso di crescere. Non avete mai notato che le persone aggressive, da Napoleone a Hitler, sono fisicamente basse?». Lì a New York, tutti i suoi atteggiamenti da grande dame, tutti i suoi tentativi di seduzione di giornalisti di grido, erano mirati a un solo scopo: trovare una rivista importante che le dedicasse grande spazio come era accaduto a Lennon con la storica e monumentale intervista rilasciata al direttore di Rolling Stone l’anno precedente.

Intanto, tutti questi piccoli intrighi sulla scena dell’avanguardia nuovaiorchese avvenivano mentre Lennon era segretamente sotto inchiesta da parte dell’Fbi perché ritenuto un pericoloso sovversivo che scriveva e cantava cose come «Give Peace a Chance» o, peggio «Power to the People». A temere per la presenza di Lennon sul sacro suolo americano era la paranoia del presidente Nixon che cercava di inventarsi qualsiasi cosa pur di cacciarlo dal Paese. Nel 1972, infatti, si sarebbero tenute le prime elezioni presidenziali in cui i diciottenni avrebbero avuto diritto di voto e tutti davano per scontato che il loro sarebbe stato un voto di protesta contro la guerra in Vietnam che all’epoca divampava furiosa. Non a caso Lennon pensava di organizzare una serie di concerti durante i quali attivisti politici avrebbero tenuto comizi contro la guerra. Nixon lo venne a sapere e apriti cielo. È lo storico Jon Wiener a far notare come fosse veramente stravagante che un politico tutto sommato abile e navigato come Nixon abbia potuto pensare, anche per un solo momento, che il voto del 1972 avrebbe potuto essere influenzato da John Lennon. Per quel suo secondo mandato, poi, Nixon vinse a valanga.

Yoko Ono
Foto da Corriere.it
Ma la verità è che in quel periodo scoppia il caso Watergate e le provocazioni e le intimidazioni nei confronti di Lennon fanno parte di quel grande affresco. Quelli sono anche gli ultimi anni di vita di J. Edgar Hoover, il potentissimo capo dell’Fbi che fino all’ultimo aveva lavorato in stretto contatto con Nixon per sostenerlo politicamente. Almeno metà dell’imponente incartamento su John Lennon risale proprio all’ultimo anno di vita di Hoover. Moltissimi dei promemoria sono indirizzati o provengono da lui, altri portano le sue iniziali. Si sa da diverse fonti che il Direttore dell’FBI era ossessionato dal dissenso politico, era rabbioso nei confronti della controcultura, odiava la cosiddetta Nuova Sinistra e provava un violento disgusto verso tutto quello che John Lennon rappresentava.



E così i documenti riguardanti questo pasticcio sono stati tenuti nascosti per più di un quarto di secolo e solo grazie alla testardaggine del professor Wiener sono venuti finalmente tutti alla luce due anni fa, dopo una lunga e estenuante battaglia legale. Wiener si era sempre infatti chiesto: «Come è possibile che il governo abbia declassificato documenti riguardanti la bomba all’idrogeno e tenga sotto chiave quelli di Lennon? È mai possibile che sia più pericoloso della bomba atomica?» E in effetti è venuto fuori che l’incartamento non aveva niente a che vedere con la sicurezza nazionale, ma con il fatto che l’Fbi era stata messa al servizio degli interessi personali del Presidente e non si voleva che i panni sporchi venissero fuori.

Insomma, mentre dietro le quinte della storia si svolge questo psicodramma, Yoko Ono decide che è giunta l’ora di fare il grande salto e di presentarsi al mondo senza l’ingombrante figura di Lennon al suo fianco. E così adocchia David Spinozza, un chitarrista baffuto e bassotto che non l’avrebbe fatta sfigurare in società, e in men che non si dica decide di spedire John fuori dai piedi: meglio il più lontano possibile da New York, meglio in California. Ma prima doveva risolvere un piccolo problema: Yoko voleva rimanere legata a Lennon – anche se lasciandogli il guinzaglio lungo – perché nel caso i suoi progetti di successo personale avessero fatto fiasco avrebbe potuto tornare sui suoi passi. L’altro motivo era che Lennon da solo non se la sarebbe cavata: non aveva mai guidato in America, non era mai entrato in un supermercato a comprarsi qualcosa senza un assistente al seguito, non avrebbe saputo come portare a lavare la biancheria, fare una telefonata, calcolare la mancia al ristorante.

Il problema fu risolto, appunto, mettendo Lennon fra le braccia della fidata e riservata May Pang che ricorda: «Una mattina presto Yoko entrò nella mia stanza e, di punto in bianco, mi disse che lei e John non andavano più d’accordo. Per tutti noi che lavoravamo al loro fianco non era una novità per cui non mi stupìi più di tanto. La mia vera preoccupazione era: se questi due si dividono, io cosa faccio?». Ma la vera bomba non era ancora arrivata. Yoko le fece notare che siccome lei non aveva un fidanzato, la cosa migliore era che loro due si mettessero insieme. Alle rimostranze di May Pang («Non avevo nessuna intenzione di uscire con John») Yoko rispose che avrebbe fatto meglio a seguire i suoi suggerimenti. Il tono era quello che si trattava di un’offerta che non poteva rifiutare.

Timoty Leary
May Pang divenne così la fidanzata di John Lennon. Una sera, poco dopo l’annuncio di Yoko, aveva accompagnato John in studio dove lui aveva appena finito di registrare l’album Mind Games. Quando uscirono John le disse semplicemente: «Prendiamo un taxi, vengo a casa con te».

Dopo un breve periodo di convivenza nuovaiorchese, in un attico sulla 52esima strada, la coppia si spostò a Los Angeles. Ricorda May: «Ebbi appena il tempo di buttare un po’ di cose in valigia, afferrare la mia Nikkormat 35 millimetri e la nuova Polaroid SX70 che John mi aveva regalato per il mio compleano». John incoraggiava May a scattare in ogni possibile occasione, anche se lei ricorda che aveva un po’ di reticenza a tirare fuori la macchina soprattutto quando erano in visita suoi vecchi amici come Ringo Starr, Paul McCartney, Elton John o Sonny Bono. Le sembrava di volersi intrufolare troppo nell’intimità di John.

Il libro dei ricordi pubblicato oggi da May Pang è un album della nostalgia di un tempo che non tornerà più. Anche se, a volte, viene da pensare: meno male. Già, perché al di là dei bei ricordi, vivere con Lennon non doveva essere certamente facile. Il Lennon privato era un tipo poco raccomandabile, perennemente ubriaco o drogato: come quando una sera, alticcio, in un ristorante in compagnia del produttore discografico Phil Spector, si infila il contenuto del piatto nelle orecchie; violento: come quando una sera accusa May di aver flirtato con il cantante David Cassidy, le strappa gli occhiali, li calpesta, le spacca la macchina fotografica, distrugge tutto quello che nell’appartamento gli capita a tiro e poi dice: «Adesso chiamo Yoko e glielo dico»; infantile: come quando si nascondeva dietro una porta se la mamma di May saliva da loro per portare il piatto preferito da John: riso fritto e costine di maiale; infine indelebilmente plagiato da Yoko da cui si fa gettare in intraprese musicali degne di un dilettante allo sbaraglio.

Insomma, i 18 mesi raccontati in immagini in questo libro della memoria terminano il giorno in cui Yoko si rese conto che alla fine John stava cominciando, per la prima volta nella vita, a camminare con le sue gambe, a non farsi più trovare al telefono, a uscire da Los Angeles senza doverle dire dove sarebbe andato. Ma il segnale più preoccupante che la mise in allarme fu il fatto che John e May stavano per comprare casa insieme. Yoko giocò allora la carta del fumo. Già, perché Lennon fumava due pacchetti di Gauloises al giorno ed era affetto da un perenne mal di gola che lo infastidiva notevolmente. Yoko gli fece balenare la possibilità di aver trovato il rimedio perfetto: la cura dell’ipnosi.

John Lennon e Yoko Ono
Foto da Corriere.it
E all’improvviso gli eventi precipitano. All’inizio del 1975 John e May sono a New York. Girano per gli Hamptons. Si preparano ad andare a New Orleans per registrare un disco con Paul e Linda McCartney. Vengono ospitati da Mick Jagger in una casa di Montauk che la rock star aveva affittato da Andy Warhol. In una delle loro scampagnate adocchiano una villa accanto al faro di proprietà del fotografo di moda Peter Beard e Lennon dice che è ora che mettano su casa insieme. Ma gli dei avevano deciso altrimenti.

John cade, come un allocco, nella trappola tesagli da Yoko, presentandosi all’appuntamento con il terapista a casa di lei e rassicurando May che sarebbe rientrato per cena. May ha però le antenne giuste, conosce Yoko e lo scongiura di non andare («Era la prima volta che gli chiedevo qualcosa»). May aveva visto giusto. Lennon non rientra a casa, non si fa vedere, non risponde alle sue telefonate, tutte intercettate da Yoko. Passa una settimana e Lennon e May si rivedono nella sala d’aspetto del dentista da cui, tempo prima, avevano preso appuntamento. Lui è emaciato: sembrava che un alieno avesse preso possesso del suo corpo. May gli chiede se vuole tornare a casa. Lui risponde di sì. Una volta arrivati John le dice: «Credo di doverti dire una cosa: Yoko mi permette di tornare da lei. Yoko sa che ti voglio ancora bene. E mi permette di continuare a vederti. Dice che lei può essere la moglie e tu puoi continuare a essere l’amante». Poi mette poche cose in una borsa e se ne va. Come un automa, torna da Yoko Ono.



Dagospia 18 Giugno 2008

sabato 5 gennaio 2008

LENNON


Lennon, viaggio nella mente del killer

In arrivo negli Usa il finto documentario destinato a fare scandalo

WASHINGTON — È accesa polemica su The killing of John Lennon (L’uccisione di John Lennon), un agghiacciante film verità che esce a Manhattan a un mese dall’anniversario dell’assassinio del Beatle l’8 dicembre 1980. Girato come un documentario da Andrew Paddington, il film si svolge in parte nella mente del killer, Mark David Chapman, in parte davanti al Dakota, il palazzo di fronte al Central park di New York, dove avvenne l’omicidio. Lennon vi appare di sfuggita, come un fantasma, tra squarci di concerti dei Beatles, mentre Chapman racconta la sua folle impresa.

Nella mente alterata del killer, immagini di violenza, tratte dai film Taxi driver e Toro scatenato con De Niro, si accavallano. «Non ero nessuno—dice Chapman — finché non uccisi il più grande qualcuno del mondo». Basato sulla confessione dell’assassino, le perizie psichiatriche e gli atti processuali, il film suscita profondo disagio. Non è dalla parte di Chapman, tuttora nel penitenziario di massima sicurezza ad Attica nel nord dello stato di New York, dove sconta l’ergastolo. Lo raffigura anzi come un narcisista, preda ora di tremende depressioni ora di furie selvagge, lo sguardo maniacale e aggressivo. Ma proprio questo spietato ritratto scuote gli spettatori. «Quando uccisi Lennon non provai alcuna emozione, alcuna rabbia, avvertii solo un silenzio mortale nella mia mente», riferisce l’omicida. E allo psichiatra spiega: «L’ho ucciso perché era falso. Mi piaceva la sua musica, ma era una truffa».

E citando Imagine no possessions («Immagina che la proprietà non esista ») elenca le ricchezze del Beatle. Il film, che si regge sulla magistrale interpretazione di James Bull, fisicamente simile al killer, incomincia a Honolulu nelle Hawaii. Chapman è uno sceriffo privato, vive con la moglie e la madre, paragonata alla squilibrata protagonista de Lo zoo di vetro di Tennessee Williams. Soffre di emicranie e insonnie, sogna di diventare celebre. È ossessionato da Lennon, per lui nutre un’invidiosa ammirazione e un feroce odio. Si identifica in Holden Caulfield, l’eroe del romanzo di Salinger, e nei deviati del cinema e della controcultura. Ma la prima volta che a New York non trova Lennon non gli pesa la rinuncia a ucciderlo. Rinuncia momentanea. Rilegge Il giovane Holden, quasi la sua Bibbia, rivede Taxi driver, riascolta il Beatle e non si ferma più. Pedina Lennon, e una mattina, all’ingresso del Dakota lo uccide a colpi di pistola. «Dovevo farlo, qualcosa mi bruciava di nuovo dentro», confessa alla polizia. «Cercavo una guida, non l’ho trovata».

Non ha un attimo di pentimento, il Beatle non meritava di vivere. Nello stato di New York non vige la pena di morte, e Chapman è condannato all’ergastolo. Non si sa come il pubblico reagirà a The killing of John Lennon: secondo i critici, è un film che disturberebbe chiunque, ben fatto, ma difficile da guardare per due ore. Un film che pone interrogativi angoscianti non solo sulla psiche umana, ma anche sui legami tra la cultura della violenza che periodicamente squassa l’America e scoppi di pazzia, come l’assassinio dell’attrice Sharon Tate da parte del «profeta» Charles Manson a Hollywood nel ’69 fino alla strage degli studenti del Virginia Tech lo scorso anno.

Ennio Caretto

john lennon

venerdì 31 agosto 2007

JOHN LENNON/PLASTIC ONO BAND



















titolo: ***
copertina: *****
contenuto: *****
JOHN LENNON/PLASTIC ONO BAND

NUDO, CRUDO E BELLISSIMO
La più diretta, immediata ed essenziale raccolta di brani autoconfessionali, registrati con una line up ridotta ai minimi termini (piano o chitarra, basso, batteria), "Plastic Ono Band" svetta nella discografia lennoniana per asciuttezza, drammaticità, rifiuto di qualsiasi compromesso. Il talento melodico è intatto, ma intriso di una urgenza e di una forza successivamente mai più raggiunte dall'autore, e forse da nessun altro artista rock. Ispirato dalla terapia dell urlo primordiale del Dr. Janov, John alterna canzoni gridate a ballads dolcemente cantate e suonate nello stile fingerpicking appreso da Donovan durante il soggiorno in India del 1968: nell'uno e nell'altro caso i testi brillano puri e duri come diamanti, inscalfibili dal tempo e dalla polvere che si accumula sui solchi dei vecchi vinili: dai solchi di quelle canzoni prodotte da Lennon e dal grandissimo Phil Spector si libera un motore rock e blues che non ha ancora dato il meglio di sè.

tracklist
01 Mother
02 Hold On
03 I Found Out
04 Working Class Hero
05 Isolation
06 Remember
07 Love
08 Well Well Well
09 Look At Me
10 God
11 My Mummy's Dead

credits
John Lennon - Guitar, Piano, Vocals, Producer
Billy Preston - Piano
Ringo Starr - Drums
Klaus Voormann - Bass
Phil Spector - Piano, Producer
Yoko Ono - Wind