giovedì 1 maggio 2008

la deriva dell'Italia

dal "Corriere Online"


Il paese degli sprechi

«Emergenza» e le leggi si aggirano

Dai restauri ai vertici ci pensa la Protezione civile

Duecentomila euro il restauro del David di Donatello li vale tutti. Ma perché li abbia dovuti tirare fuori la Protezione civile non si sa. La pesante statua in bronzo rischiava di crollare improvvisamente al suolo mettendo a rischio l’incolumità dei visitatori del museo fiorentino del Bargello? No, era solo il modo più rapido per trovare i soldi. Direte: d’accordo, ma l’«emergenza»? Non ci vuole un’emergenza per decretare un’emergenza? Certo. Infatti l’ordinanza firmata nell’estate 2006 da Romano Prodi spiegava che il «contributo straordinario» alla Sovrintendenza per il David era necessario «per il proseguimento delle iniziative finalizzate al recupero del patrimonio storico-artistico danneggiato dagli eventi alluvionali che hanno colpito Firenze il 4 novembre del 1966». Un’emergenza di quarant’anni prima.

Ci sarebbe da ridere, se non fosse ormai la prassi. In un Paese dove fare ogni cosa, dall’asfaltare una strada a organizzare una gara podistica, è un’impresa, la Protezione civile è diventata un grimaldello. Certo, uno Stato serio davanti alla paralisi dovuta al mostruoso traboccare di norme e cavilli, risse ideologiche e veti sindacali, cambierebbe le regole. Da noi no: scorciatoia all’italiana. Lo Stato che fotte le regole dello Stato. Geniale. Così l'istituto nato nel 1982 dopo il terremoto in Irpinia e la tragedia di Vermicino, quando l’Italia scoprì traumatizzata dall’agonia di Alfredino che non esisteva neppure una lista di chi aveva questo o quel mezzo di soccorso per aiutare un bambino caduto in un pozzo, ora è la chiave per fare in fretta e aprire ogni porta. La bacchetta magica si chiama «emergenza». Anche la ricostruzione della cattedrale di Noto, gravemente danneggiata dal terremoto del 1998, è finita nell’elenco delle opere fatte grazie ai soldi (e alle deroghe) della Protezione civile. E tutto sommato, viste le condizioni in cui si trovavano le strutture della chiesa dopo il sisma, ci potrebbe anche stare. Se al commissario per l’emergenza non fosse stato affidato anche, testuale, «il restauro delle vetrate artistiche, degli oggetti e dei corredi sacri, delle sculture e delle opere lignee, dei metalli e argenti, dei dipinti su tela e su carta, delle pale d'altare; il restauro conservativo degli altari della navata e del transetto sinistri, del fonte battesimale e dell'acquasantiera, delle cappelle di San Corrado, del SS. Sacramento e della Madonna con Bambino; il restauro della scalinata e del portone in bronzo della navata centrale...». Tolta la salvaguardia dei merletti di Burano, dei torroncini messinesi e della foca monaca di Capo Carbonara, non c’è problema che non sia stato affrontato negli ultimi anni con la dichiarazione dello stato di emergenza, l’affido formale alla struttura diretta dal 2001 dal padovan- romano Guido Bertolaso e la nomina di un commissario straordinario.

Prendete Napoli. Scriveva Donatien-Alphonse- François marchese de Sade a proposito di via Toledo: «Questa strada sarebbe, senza dubbio, una delle più belle che sia dato vedere in una qualunque città europea, se non ci fossero a guastarla le botteghe che si allungano fin quasi alla metà della via, tanto più che si tratta in genere di botteghe di macelleria e di altri generi commestibili, che la rendono fetida e sudicia. (...) Le carrozze vi stanno in perpetuo su due o tre file; i calessi e i piccoli cabriolets, leggerissimi, che a Napoli sono usati come vetture pubbliche, si sono moltiplicati all’infinito; e tutti questi veicoli s’incrociano ininterrottamente». Insomma: il problema dei rifiuti e del traffico infernale con parcheggi in terza fila c’era già negli anni Settanta del Settecento. Due secoli fa. Eppure, oltre che per la spazzatura, anche per il caos nelle strade è stata dichiarata, manco fosse cascato a sorpresa un meteorite, l’emergenza. E la Protezione civile ha emanato nel marzo 2007 un’ordinanza nominando il sindaco Rosa Russo Iervolino commissario straordinario con poteri speciali per «individuare misure efficaci per la disciplina del traffico, della viabilità, del controllo della sosta», ma anche per «la realizzazione di parcheggi, anche a tariffa» e «l’incremento dei livelli di sicurezza stradale» e il «potenziamento dell’efficacia operativa del Corpo di polizia municipale ». (…) Sempre lì si finisce: perché affaticarsi a cambiare le regole, se si possono aggirare? Ed ecco che si ricorre all’«emergenza» per completare i lavori all’Istituto nazionale per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma e all’ospedale Sacco di Milano. Per «delocalizzare» gli sfasciacarrozze nel territorio capitolino. Per rimuovere il relitto della nave Margaret, affondata nel golfo di La Spezia. Fino all’organizzazione dei Grandi eventi. Un’idea di Berlusconi. Che appena insediato nel 2001 a Palazzo Chigi, pragmatico com’è, capì al volo le potenzialità del «grimaldello». E dopo il disastroso G8 di Genova, cancellata quella che allora si chiamava Agenzia della Protezione civile, riportò tutte le competenze a un dipartimento di Palazzo Chigi. Per averla sottomano e affidarle appunto tutti i nuovi compiti aggiuntivi, assai distanti da quelli istituzionali di aiutare la popolazione in caso di calamità naturali e rischi di varia natura. La visita del papa ad Assisi? Emergenza.

Il pellegrinaggio di Sua Santità a Loreto costato 3 milioni di euro? Emergenza. Il vertice italo-russo di Bari? Emergenza. E via così. Tutte «emergenze»: la presidenza italiana del G8 nel 2009 per la quale la «Protezione» prevede anche l’assunzione degli interpreti. I Giochi del Mediterraneo. I Mondiali di nuoto. Quelli di ciclismo a Varese. Perfino le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia, di cui si conosce l’arrivo da decenni, sembrano invece affacciarsi del tutto inaspettate come l’apparizione del marito cornuto nella camera della moglie traditrice: «Cielo, l’anniversario!». Emergenze, emergenze, emergenze. (…) Sempre così, da noi: non riusciamo a fare nulla di «normale ». Ci serve sempre uno stimolo straordinario. Oggi l’emergenza, ieri la «data catenaccio». Ricordate Gianni De Michelis? Ai tempi in cui era ministro degli Esteri e si batteva per portare l’Expo 2000 a Venezia, ne aveva fatto una teoria: «Punto primo: sappiamo che in questo Paese ci sono delle cose da fare. Punto secondo: sappiamo che è un Paese paralizzato dalla burocrazia, dai veti incrociati, dalla cultura del rinvio. Punto terzo: sappiamo che in questo Paese occorre uscire da questa paralisi. Dunque è necessaria una data catenaccio. Che ci costringa a fare le cose nei tempi stabiliti». (…) L’emergenza giustifica sempre tutto. Come giustificò a suo tempo, dopo il terremoto in Irpinia, l’allungamento abnorme dei comuni «danneggiati dal sisma» e quindi ammessi alle provvidenze: alla prima conta erano 36, all’ultima 687. Il sindaco di Castellabate, un paese sul mare del Cilento, spiegò al Mattino: «Ci accusano di sciacallaggio sostenendo che non abbiamo avuto danni dal sisma. Facciamo conto che ciò sia vero, per comodità di discorso. Ma mi dica lei però chi ci avrebbe salvato dall’accusa di omissione di atti d’ufficio per non aver fatto ottenere al paese quello che la legge gli concede». Tra i mille episodi indimenticabili, basti ricordare quello dell’area industriale di Balvano, in provincia di Potenza, costruita incredibilmente a mille metri d’altezza con un ulteriore spreco di soldi per fare la strada di accesso. «Come mai lassù in cima?», chiese Oscar Luigi Scalfaro, che presiedeva la Commissione parlamentare d’inchiesta. E il sindaco: «Ce l’ha chiesto la Ferrero per farci lo stabilimento. Dice che lassù le merendine lievitano meglio».

Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella