martedì 12 aprile 2016

sabato 27 agosto 2011

IL "SISTEMA" PENATI E IL SILENZIO ASSORDANTE DI BERSANI & C.

L'accusa: un sistema corruttivo attivo da 15 anni attorno all'ex presidente della provincia di Milano. La procura di Monza: «Era un direttorio finanziario democratico».

RINUNCIARE ALLA PRESCRIZIONE: UN ATTO DI COERENZA PER I DEMOCRATICI
di Antonio Polito
dal Corriere Online

I l Pd sta perdendo la battaglia di Stalingrado. Se continua così, finirà che gli iscritti dovranno fare una class action contro Filippo Penati. Il danno che la vicenda di Sesto San Giovanni sta infatti arrecando al partito di Bersani è molto serio, e ogni mossa dell'indagato tende ad aggravarlo.
Alla notizia che il gip aveva confermato «l'esistenza di numerosi e gravissimi fatti di corruzione», ma non li aveva considerati «concussione» evitandogli così l'arresto, Penati ha infatti festeggiato con una dichiarazione surreale, come se fosse stato assolto. Poi ieri qualcuno deve averglielo fatto notare, ed è arrivata l'autosospensione dal partito e dal gruppo consiliare alla Regione Lombardia, la procedura standard che si usa nel Pd per evitare l'espulsione. Con essa, la carriera politica dell'uomo che era stato incaricato da Bersani di strappare il Nord a Berlusconi si può considerare praticamente finita.

Stavolta infatti non si può neanche dire «aspettiamo il processo», perché il processo non ci sarà per avvenuta prescrizione. Penati potrebbe certo rinunciare alla decorrenza dei termini, per ottenere un proscioglimento nel merito o la sentenza di assoluzione. Ma ieri, pur dichiarandosi innocente, non ha anticipato niente del genere. È suo diritto, ovviamente, e il garantismo consiste anche nel difendersi dal processo, oltre che nel processo. Però Bersani deve sapere che d'ora in poi l'argomento contro il ricorso alla prescrizione, tante volte rinfacciato a Berlusconi e agli indagati dell'altra parte politica, non potrà mai più essere usato dal Pd. Per un partito che ha obbligato i suoi parlamentari a votare per l'arresto di Tedesco, accusato di fatti meno gravi di quelli contestati a Penati, è un brutto contrappasso.

Ma non è questo l'unico danno che la vicenda arreca al Pd. Il punto cruciale, infatti, è che Penati non può essere trattato come una «mela marcia». Non c'è niente di «marcio» in quest'uomo politico che si è fatto le ossa nella gavetta comunista, prima da sindaco e poi da presidente di Provincia, salendo un po' alla volta fino a diventare il braccio destro di Bersani, alle cui truppe aveva portato la bandiera dei riformisti lombardi. Penati non commerciava in Rolex falsi e non girava in Ferrari. Se ha preso le mazzette che gli vengono contestate, le ha prese per finanziare la sua ascesa politica e quella dei suoi compagni. Ed è sgradevole che il gip, seguendo una moda ormai invalsa tra i magistrati, infili nella sua sentenza gratuiti commenti da corsivista, scrivendo che si è comportato come un «delinquente matricolato».

Ma è proprio perché Penati non è delinquente matricolato che il Pd è nei guai. Quello emerso a Sesto San Giovanni è infatti un «sistema», anzi un «sistemone» di finanziamento della politica. Non c'è solo Penati. C'è il suo capo di gabinetto, c'è l'assessore della giunta seguente, e per una vicenda minore è indagato anche l'attuale sindaco. Il pm parla di un «direttorio finanziario democratico» in opera da almeno 15 anni, di un vero e proprio «peccato originale». È di quel peccato originale che il vertice del Pd sta ostinatamente evitando di parlare, assumendo un atteggiamento da vergine offesa che le circostanze davvero non giustificano. Se infatti le cose funzionavano così a Sesto San Giovanni, che era un po' la boutique del governo della sinistra nel Nord, se coinvolgevano le Coop, se proseguivano nell'inquinamento probatorio fino ai giorni nostri, se perfino il successo elettorale a Milano poteva diventare occasione per reiterare il reato tacitando l'imprenditore amico, titolare per altro di una società il cui nome, «Caronte», diceva già tutto; beh, allora vuol dire che si trattava di una pratica radicata, antica ed evidentemente tollerata. Il punto è: quanto è estesa? Troppe fondazioni, troppe correnti, troppi feudi locali nel Pd cercano risorse per vivere, affermarsi e contare a Roma un po' come ha fatto Penati in questi anni.

Non so se nel Pd ci sono ancora i probiviri come c'erano una volta nel Pci. Ma, se ci sono, Bersani dovrebbe sguinzagliarli in giro per l'Italia, dovrebbe essere lui a promuovere un'inchiesta, a scrutare dentro e dietro i potentati piccoli e grandi che esistono nel suo partito, alcuni dei quali - Penati e le Coop di sicuro - fanno parte integrante della sua constituency personale. Il Pd ha proposto nella «contromanovra» un drastico taglio dei costi della politica. Ma non c'è nessun aspetto della politica italiana che costi più della corruzione. La credibilità di un partito che vuole curare il Paese sta anche nella capacità di curare innanzitutto se stesso.

venerdì 12 agosto 2011

I MENÙ A PREZZI STRACCIATI DELLA CASTA CHE INTEGRIAMO CON LE NOSTRE TASSE


dal Corriere online

Pasta, patate e zucchine: 2 euro a deputato

Ora tocca al menu di palazzo Montecitorio dopo che Schifani è intervenuto per frenare l'ira del web

Pasta, patate e zucchine: 2 euro a deputato
Ora tocca al menu di palazzo Montecitorio dopo che Schifani è intervenuto per frenare l'ira del web
Il deputato Carlo Monai (Idv)
Il deputato Carlo Monai (Idv)
MILANO
- Dopo aver divulgato il menu di palazzo Madama ora il web butta in pasto al pubblico anche la carta del ristorante di Montecitorio. E se Sparta piange Atene non ride. Anche alla Camera si mangia a «prezzi stracciati». E ovviamente il prezzo pagato dagli avventori non basta a pagare le spese.

ALLA CAMERA- Qualcuno - dopo quello del Senato - ha trafugato materialmente anche un menu del ristorante dei deputati e lo ha pubblicato tale e quale. A Montecitorio i prezzi sono più alti ma niente a che vedere con quelli che tutti i giorni si vedono al supermercato. Qualche esempio: un piatto di pasta varia dai 2 euro, quella con patate e zucchine, ai 5 e 30 del risotto con gamberi e pachino. Quanto costerebbe questo piatto al ristorante? Non meno di 12-15 euro. Esattamente un terzo. E via di questo passo con i secondi che variano dai 4 euro di una leggera insalata di pollo ai 5 e 30 del carrè di agnello al forno. Insomma prezzi fuori mercato.
QUANTO CI COSTA - Al Senato per ogni coperto del ristorante si deve raddoppiare la cifra corrisposta dai commensali. L'operazione costa circa 1.200.000 euro l'anno. Una realtà svelata dal deputato dell'Idv Carlo Monai al settimanale l'Espresso. Il web ne riprende la foto del menu: apriti cielo. Risultato su Corriere.it: in trecentomila hanno preso visione dei privilegi a tavola dei senatori italiani e una parte ha inondato il nostro sito, e blog vari, di commenti ironici e furiosi. Un coro: «Tutti a mangiare al Senato!». Un successo mediatico. Tant'è che a fine serata il presidente del Senato Renato Schifani ha fatto sapere che i prezzi della ristorazione interna verranno presto adeguati ai costi effettivi. Intanto però sarebbe utile sapere da quando saranno «attualizzati» i prezzi. Anzi, ancora più importante sarebbe annunciare i sacrifici che si chiedono agli italiani contemporaneamente a quelli che farà la «casta». Vedremo .
Clicca per vedere il menu di Montecitorio
Clicca per vedere il menu di Montecitorio
I POLITICI - Ma non è solo il web a indignarsi. «Rinnovo la mia proposta al collegio dei questori del Senato di rinunziare agli alloggi di servizio e di trasformare tutti gli attuali centri di spesa del Senato (ristorante, buvette, barberia (gratis, ndr), spaccio, banca, infermeria) relativi ai servizi resi ai senatori e agli ex-senatori a prezzi politici in centri di utili, affidando con regolare gara a società esterne qualificate i servizi stessi da pagare, da parte dei parlamentari ai prezzi correnti di mercato» Queste non sono le parole anonime di un commentatore su Internet bensì pensieri «pesati» di un membro della commissione Affari Costituzionali: il senatore pidiellino Raffaele Lauro. E allora da dove iniziare? Forza web: «Auto blu, voli blu, tassi del mutuo scontati, occhiali gratis, psicoterapia pagata, massaggi shiatsu, balneoterapia, cure termali...». Intanto il direttore del Corriere della Sera, Ferruccio de Bortoli, lancia una proposta via twitter: @DeBortoliF: «Chiudere i ristoranti di Camera e Senato e dare ticket agli onorevoli»

venerdì 6 maggio 2011

CINA: VERSO IL CONTROLLO TELEMATICO TOTALE

Istituiti nuovi controlli
su Internet mentre la tv
vieta i film di spionaggio e crimine

ILARIA MARIA SALA
HONG KONG
Istituzione di un nuovo ufficio per coordinare i controlli di Internet, proibizione di teletrasmettere film che includono immaginari viaggi nel tempo, ma anche quelli di spionaggio e di crimine, e l’ex ministro della Pubblica Sicurezza, Zhou Yongkang, membro del Politburo del partito comunista cinese, che propone un database nazionale che assembli tutte le informazioni di ogni individuo, per meglio «amministrare la società». Di questi tempi, in Cina, proibizioni e controlli sembrano andare particolarmente di moda.

Per quanto riguarda Internet, l’annuncio dato mercoledì non è dei più chiari: viene notificato che è stato affidato ad una nuova agenzia centralizzata il compito di regolare in tutta la sua interezza quanto avviene sul Web nel Paese, ma non specifica se questa nuova agenzia, che si chiamerà Ufficio statale per le informazioni su Internet, sostituirà i vasti apparati di controllo della Rete già esistenti. E’ stato però specificato, in un comunicato, che il nuovo Ufficio «dirigerà lo sviluppo delle industrie online di videogiochi, pubblicazione e video», e si occuperà anche della diffusione della propaganda governativa su Internet — nonché avere il compito di «investigare e punire i siti Web che violano le leggi e i regolamenti». Inoltre, sarà incaricato di supervisionare gli Internet provider per «migliorare l’amministrazione della registrazione dei nomi di dominio, la distribuzione di indirizzi IP, la registrazione di siti Web e dell’accesso a Internet». Insomma, controllerà tutto.

Appena tre giorni prima la rivista teorica del Partito comunista cinese, «Qiushi», o «Ricerca della verità», ha pubblicato un articolo scritto da Zhou Yongkang, l’ex-ministro della Pubblica Sicurezza ed attuale membro del Politburo, dove viene avanzata la proposta di costruire una database dove ognuno dei 1,34 miliardi di cinesi siano schedati in modo completo, creando una sorta di supercarta d’identità in cui sarebbero anche registrati i dati riguardanti il livello di istruzione, il curriculum lavorativo e quello fiscale. A queste informazioni andrebbe aggiunto anche il luogo di residenza delle persone, gli eventuali immobili e autoveicoli posseduti, e la storia medica di ognuno. Questo, scrive Zhou, aiuterebbe i comitati di quartiere a imporre la «stabilità sociale», e sarebbe dunque un fattore supplementare alla ricerca di quella che è oggi chiamata «l’amministrazione della società» (per utilizzare il termine favorito dalle autorità, che non amano parlare esplicitamente di «controllo»).

E se in questa atmosfera di controlli, istituiti e auspicati, un cittadino decidesse di staccare per un momento e rilassarsi guardando la televisione, la sua possibilità di scelta tra gli intrattenimenti disponibili è un po’ più ristretta di prima: nelle ultime settimane infatti sono stati tolti dai palinsesti televisivi diverse programmazioni che, pure, godevano di un certo riscontro fra il pubblico.

Dunque, in un comunicato pubblicato dall’Amministrazione statale per la radio, i film e la televisione, viene annunciato che i telefilm non possono presentare: «Temi di fantasia, viaggi nel tempo, storie mitologiche compilate in maniera casuale, trame strane o tecniche assurde, né propagare superstizioni feudali, fatalismo, reincarnazione, lezioni morali ambigue, e una mancanza di pensiero positivo». Gli spettatori cinesi non sono del tutto nuovi a questo tipo di proibizioni, dato che da anni c’è la regola che proibisce la produzione di storie di fantasmi e vampiri in Cina (per quanto ogni tanto qualcuno che riesca ad aggirare la legge si trova), ma l’annuncio copre stavolta un’area molto più ampia.

Come se non bastasse, negli ultimi giorni da qualcuno è stato stabilito che anche così, la televisione avrebbe potuto mostrare più del necessario, ed ecco dunque arrivare nuove proibizioni contro i telefilm, stavolta quelli che hanno per argomenti spionaggio o criminalità. La proibizione sembra essere temporanea ma di effetto immediata: da ora alla fine di luglio, infatti, le televisioni hanno dovuto modificare i palinsesti per eliminare ogni tipo di proiezione che avesse questi temi, considerati non sufficientemente edificanti dalle autorità.
© photo Giovanni Caviezel 4 Dollswhip

mercoledì 4 maggio 2011

ATTENZIONE: VIRUS IN CIRCOLAZIONE


Bin Laden e un nuovo virus che colpisce via Facebook
di Federico Cella
Il video e le immagini dell'uccisione di Bin Laden: al momento sono i contenuti più desiderati dal popolo del Web, e non solo s'intende. Dunque la trappola migliore per chi vuole diffondere nuovi virus informatici e cercare di fare un po' di "clickjacking" finalizzato al furto di dati sensibili. Ecco quindi che le bacheche di Facebook di tutto il mondo 
- anche la vostra, probabilmente - si stanno riempiendo di messaggi di condivisione di un link che recita "Il video dell'esecuzione di Bin Laden" con un sommario che rafforza la voglia di cliccare: "Guarda cosa fanno questi soldati a Osama". Ovviamente, ma lo diciamo chiaramente, il link non è da cliccare perché è un modo assai elaborato per inoculare un virus nel vostro pc.

Come spiega bene il blog di Catepol - che cita come fonte Mashable, ottimo condensato di tutto quanto fa malware legato all'esecuzione del ricercato n. 1 -, bisogna invece segnalare il messaggio come spam. Perché se invece si entra nella pagina in questione - non  cliccate, ho messo il link per completezza - ci si trova di fronte a un codice da incollare nella barra del proprio browser. Azione anche questa da non compiere, altrimenti il link viene inviato a tutti i propri contatti e si diventa fan di quella pagina. E il malware diventa ancora più virale.

AUDITEL REGISTRERA' ANCHE GLI ASCOLTI "DIFFERITI"

Piccola rivoluzione in tv e grande cambiamento per Sky: d’ora in poi Auditel pubblicherà gli ascolti ‘differiti’ (“Time Shifted Viewing” ), quelli che consentono di calcolare chi vede, non in diretta, un programma registrato. Crescono  tutti: Rai, Mediaset, La7 ma gli effetti più immediati si vedono già per chi guarda il piccolo schermo attraverso il decoder ‘MySky’.
Il risultato pratico – stando ai numeri indicativi diffusi in workshop a Milano dalla televisione in abbonamento – è che i canali Sky cinema e dei serial si vedranno riconosciuti un aumento di visione in un range tra il 16 e il 20%.
In particolare – sempre precisando che questi sono solo i primi test e riscontri – prendendo a riferimento l’intero universo dei telespettatori della tv a pagamento si calcola che c’è un aumento del 3,5% medio nella rilevazione degli ascolti e fra il 16 e il 20%, appunto, fra chi usa ‘MysKy’: un milione e mezzo di famiglie per un totale di circa 4,5 milioni di persone.
Si è quindi scoperto – hanno sottolineato i manager Sky Andrea Scrosati vice presidente cinema e intrattenimento  e Andrea Mezzasalma responsabile ascolti – che in alcuni casi il numero dei telespettatori in differita ha raggiunto punte del 60% o addirittura del 100% in più (ad esempio la serie di SkyUno ‘Spartacus’). Altro aspetto definito interessante è che non sembra che – nonostante si possa passare oltre con il telecomando – la pubblicità perda significativamente numero di persone che la vedono. Il che vuol dire “che c’è una fetta di fruitori della pubblicità in tv che fino a oggi non era stata misurata”.

LA MANIA TUTTA ITALIANA DEL COMPLOTTISMO DI DEFAULT

L'INGUARIBILE MALATTIA DEL COMPLOTTO
di MARIO CALABRESI
da "La stampa"


In Italia la notizia dell’uccisione di Osama bin Laden è stata accolta da molti con scetticismo o con il pregiudizio che la notizia sia falsa, oscura o perlomeno manipolata.

Nelle lettere che riceviamo qui al giornale, nelle mail, come nelle chiacchiere che attraversano il nostro Paese emerge un vizio tutto italiano, che ci accompagna da decenni.

Ognuno di noi credo abbia avuto anche ieri la stessa esperienza: incontrare qualcuno che scuote la testa e, mentre sorride cercando complicità, dice: «Ma non è certo Osama bin Laden».

Un concetto declinato con mille variabili: ma perché dovremmo crederci? A chi fa comodo? Perché proprio adesso? Perché tutta questa fretta di gettarlo in mare? Perché non ce l’hanno fatto vedere? Il tutto poi racchiuso nella rassicurante frasetta magica: è un «giallo».

Se si prova a rispondere che quelle foto scatenerebbero la furia degli estremisti, che nessun Paese era disponibile ad accettare la salma e che si voleva evitare di creare un luogo di pellegrinaggio per fanatici e terroristi, allora si è guardati quasi con compassione. Sono così belle le teorie cospirative che ogni tentativo di spiegazione semplice e razionale viene subito respinto con disgusto.

Intendiamoci, in tutto il mondo ci sono i teorici delle cospirazioni, quelli che sostengono che l’uomo non è mai andato sulla Luna (lo sbarco sarebbe solo una sceneggiata costruita negli studios di Hollywood), che Elvis Presley è ancora vivo o che nessun aereo ha mai colpito il Pentagono l’11 settembre del 2001. Ma queste idee appartengono a minoranze antisistema, non fanno breccia in ogni strato e in ogni ambiente della società.

Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama annuncia ufficialmente al mondo che i suoi militari, dopo una caccia durata quasi quindici anni, hanno individuato e ucciso Bin Laden, ma dalle nostre parti invece di discutere e dividersi se ciò sia giusto o sbagliato ci si chiede se sia vero e si pretendono le prove. Molti, a mio parere troppi, a sinistra come a destra, partono dal presupposto che il Presidente non dica la verità, o perlomeno nasconda qualcosa. Coltivare il dubbio non è un difetto, anzi una ricchezza delle democrazie, ma vivere con lo scetticismo come regola di vita rischia di essere una grande fregatura.

E stiamo parlando di Barack Obama, pensate se l’annuncio l’avesse dato George W. Bush. Si potrebbe immediatamente obiettare che proprio dalla Casa Bianca venne diffusa nel mondo la bufala delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein e ricordare come Colin Powell lo sostenne all’Onu mostrando la famosa fialetta. Dovremmo però ricordare anche il discredito che colpì Bush, Cheney e Powell quando si scoprì che non era vero, e come oggi la reputazione dei tre sia a pezzi, tanto che l’ex Presidente è forse l’unico a non essere invitato da nessuna parte a tenere lezioni e discorsi. Quei discorsi che a Bill Clinton fruttano milioni di dollari l’anno. L’America non ha mai perdonato ai suoi Presidenti il falso, basti l’esempio di Nixon e del Watergate. Negli Stati Uniti come nel resto d’Europa, ce lo hanno ricordato la Germania e la Gran Bretagna negli ultimi mesi, l’onorabilità e la reputazione sono tutto per un politico. La credibilità è l’unico patrimonio che possiede e si parte dal presupposto che sia tenuto a dire la verità, pena il licenziamento.

Da noi invece ci si contenta di non credere, di alzare le spalle o di deridere senza però presentare il conto a chi pure viene colto sul fatto. Questo accade perché la menzogna del potere è considerata una regola e il nostro rapporto con le istituzioni e con chi ci governa è totalmente rotto. In Italia è normale pensare che il capo del governo menta o manipoli le informazioni, per cui partiamo dal presupposto che tutto possa essere falso. E questo talmente ha fatto breccia dentro di noi che chi dubita di qualunque fatto lo fa a prescindere, non sente la responsabilità di cercare prove a sostegno della sua tesi, il controllo delle evidenze non lo riguarda. In questo modo però il dubbio inquina ogni cosa, mina ogni ragionamento e sfarina ogni certezza, impedendoci spesso di apprezzare e valutare serenamente gli avvenimenti.

Il tarlo italiano ha radici e motivazioni storiche, siamo il Paese di Ustica, delle bombe sui treni, del terrorismo rosso e nero, dei misteri e delle molte verità negate, e nasce certamente perché abbiamo avuto di fronte un potere opaco e sfuggente. Ma questo ha lasciato nella nostra società un modo di pensare, un vero e proprio abito mentale, che è diventato comodo e funzionale. Comodo perché divide tutto in bianco e nero e non dovendosi confrontare con le sfumature rassicura e semplifica.

Così accade di sentire, molto spesso e ad ogni livello, che non sappiamo nulla delle stragi o del terrorismo, che tutto è oscuro e coperto. Quante persone, per fare l’esempio più lampante, sostengono che non conosciamo la verità su Piazza Fontana? Sbagliano: non è così. Per la strage alla Banca dell’Agricoltura è corretto dire che non è stata fatta giustizia ma la verità storica è assodata: furono i neofascisti di Ordine Nuovo a mettere la bomba e poterono contare sulla complicità di una parte deviata degli apparati dello Stato. Ma per molti lo stereotipo e la frase fatta finiscono per essere più forti della storia e delle sue conquiste. Non vedere quello che si è ottenuto significa fare un torto a chi per anni si è battuto per ottenere la verità e lasciarsi invadere da quello scetticismo significa rinunciare a ogni partita e a ogni sfida.

Per tornare a Obama e Osama, negando a priori (ripeto: il dubbio è sano ma non il pregiudizio cieco) che questo fatto sia davvero successo ci neghiamo la possibilità di discutere e capire. Se una cosa non è accaduta perché dovremmo allora porci l’interrogativo se sia giusta o sbagliata e poi cercare di immaginarne le possibili conseguenze?

La Storia passerà avanti veloce, cambieranno gli scenari mondiali, forse ci toccherà registrare la potenza delle vendette e delle rappresaglie, ma noi non saremo stati in grado di capirle perché saremo rimasti fermi alle rassicuranti chiacchiere del bar, al sorrisetto, all’alzata di spalle.

sabato 16 aprile 2011

L'ECOLOGIA FILOSOFICA DI GALIMBERTI


da "Dagospia"
Bruno Giurato per "Lettera 43"
Caccia al Galimba potrebbe essere il titolo di un nuovo reality show filosofico. Umberto Galimberti, 69 anni, di Monza, famosa firma di Repubblica e divulgatore appassionato di psicanalisi, esistenzialismo, umanesimo "caldo" ma soprattutto plagiatore di libri altrui (come ha rivelato anche Lettera43.it) è ormai la vittima di una splendida caccia alla volpe.

Il nuovo ibro di Francesco Bucci, "Umberto Galimberti e la mistificazione intellettuale" (Coniglio Editore, 14,50 euro) è un ulteriore capitolo della saga dello smascheramento galimbertiano. Nella prefazione del giornalista Luca Mastrantonio si parla di «plagi, déjà vu, ispirazioni, traspirazioni, cover e copioni», il tono divertito di Mastrantonio fa pensare che la copiatura e la falsificazione siano quasi nel dna del tempo.

UN'INCHIESTA ALLA CA' FOSCARI.
Ma il fatto ha insospettito anche quelli dell'università Ca' Foscari di Venezia, dove Galimberti insegna Filosofia della storia, che hanno avviato un'inchiesta interna sul noto intellettuale.
Tra quelli de Il Giornale, che nel 2008 portarono in luce i plagi di Galimberti, fino al libro di Giulia Sissa, Francesco Bucci, quelli di Ca' Foscari e infine di Lettera43.it che, nella persona di Costica Bradatan, si è accorto dei furti ai danni di Costantin Noica, il manipolo degli inseguitori s'ingrossa. La caccia al Galimba è il nuovo sport nazionale.

RE DEL PLAGIO E DELL'AUTOPLAGIO
E la notizia in più che ci fornisce il bel libro di Bucci è che Galimberti non è solo un plagiatore di altri, ma anche di se stesso. Bucci, dotato di forbici e schedario superorganizzato (che definisce «la cassapanca del filosofo»), ha setacciato le opere dello scrittore, arrivando alla conclusione che tutti i suoi libri, e un bel po' di articoli, sono costruiti assemblando materiali tratti da scritti precedenti.
Un taglia-incolla furioso, compulsivo e, particolare non indifferente, molto redditizio in termini di palanche. Bucci fornisce le statistiche: in due tra i libri di maggior successo il "riuso" è stato totalizzante: oltre l'80% ne La casa di psiche (2005) e quasi il 100% ne L'ospite inquietante (2007).

ECOLOGIA FILOSOFICA. In quello straordinario spaccato di ecologia filosofica (nel senso di sprecare il meno possibile i frutti della propria, e quasi sempre dell'altrui, mente) che è l'opera omnia galimbertiana c'è un aspetto inaudito e vertiginoso: copiare e incollare un passo, ma cambiando il soggetto.

In pratica, adattare lo stesso identico discorso per argomenti diversi. Leggiamo a p.621 de Il tramonto dell'Occidente : «L'essere non è mai "questo" o "quello" nel senso in cui la metafisica connette un predicato a un soggetto. L'espressione "è", attribuita all'essere, ha sempre e solo un significato transitivo».

Alle pp. 682-683 dello stesso libro leggiamo: «Il simbolo, infatti, non è mai "questo" o "quello", nel senso in cui la logica connette un predicato a un soggetto. L'espressione "è", attribuita al simbolo, ha sempre e solo un significato transitivo». Insomma, secondo Galimberti l'essere e il simbolo sarebbero la stessa cosa. Una fantasmagoria concettuale in cui tutto si confonde con tutto, tutto riflette tutto, un po' come l'Aleph di Borges.

UN GRANDE DIVULGATORE BRACCATO DA UN DESTINO COPIONE
E non bastava Bucci. Adesso ci si mette anche Vincenzo Altieri, un artista multimediale che, dopo uno scambio di telefonate con Galimberti, ha individuato una notevole serie di plagi nell'opera del filosofo serial copier. È stato proprio Altieri, nel 2007, a segnalare a Giulia Sissa le copiature di Galimberti, secondo quanto ha raccontato a Lettera43.it.

Altieri ha anche scritto un libro nel 2009 sui plagi del monzese ma il testo non è arrivato a pubblicazione: l'ultimo editore a cui è stato mandato è Francoangeli. Altieri ha definito Galimberti «un copiatore selettivo e funzionale». Un altro pronto a stanare il filosofo dallo scanner facile e dal toner inesauribile, un altro partecipante al reality Caccia al Galimba.

RIUSARE PAROLE ALTRUI. A questo punto, ci sarebbero alcune considerazioni da fare sul personaggio e sul fenomeno. Un maligno potrebbe notare che la tentazione di copiare per uno come Galimberti è un destino, cioè che non avendo alcun concetto originale da esprimere è inevitabile che finisca per (ri)usare anche le parole di altri.

Uno ancora più cattivo potrebbe sottolineare che copiare è indispensabile per produrre molto in termini di libri, articoli (e quindi di denaro). Un garantista, invece, direbbe che Umberto Galimberti semplicemente non è un filosofo, è un ottimo divulgatore, e gli regalerebbe uno scatolino (anzi, molti scatoloni) di virgolette tipografiche.

ILLUMINISTA, ANZI NO. Ed è inutile stupirsi, come ha fatto Matteo Sacchi sul Giornale del 13 aprile 2011, del fatto che Galimberti possa fare professione di fede anti-illuminista e poi solidarizzare con Eugenio Scalfari, illuminista straconvinto. Abbiamo visto come lo scrittore tratti concetti diversi applicandogli la stessa frase copincollata.

Figurasi che mai potrà combinare il lunapark galimbertiano con categorie molto ampie come quella di illuminismo. La vita del policromo genio del ready made filosofico Umberto Galimberti contempla tutto e il contrario. Se c'è un piccolo problema è tutto esterno: la caccia al Galimba è uno sport in crescita esponenziale.

martedì 5 aprile 2011

COME PREVISTO!

da "Dagospia"
C’ERA UNA VOLTA LA TV GENERALISTA - DA BONOLIS ALLA COPPIA BAUDO-VESPA, DALLA BUSI DI “ARTICOLO 3” ALLA D’URSO DI “STASERA CHE SERA”, LA TV TRADIZIONALE VA INCONTRO A FLOP IMPENSABILI FINO ALLA SCORSA STAGIONE - L’OFFERTA SPEZZATINO TRA SATELLITE E DT NON AIUTA (IL PUBBLICO DEL PRIME TIME È PERSINO AUMENTATO) MA LA VERITÀ È CHE LA GENTE FA ALTRO: SMANETTA SU IPAD, PORTATILI E SMARTPHONE - E LE NUOVE GENERAZIONI “SEMPRE CONNESSE”, NEANCHE SANNO COSA SIA RETE4

Ma noi l'avevamo previsto in "Dall'Albero Azzurro a Zelig" e "Dall'antenna alla parabola". Prossima puntata: "TV(B) Twitter":)

venerdì 1 aprile 2011

IL DECALOGO DELL'INFELICITA'

Il "decalogo dell'infelicità" del genetista Edoardo Boncinelli (da “Perché siamo infelici”)



1) L’infelicità non è un accidente, è un destino

2) Tutti gli uomini sono infelici

3) C’è chi se ne ricorda sempre, in ciascun istante della propria vita, e chi riesce a dimenticarsene, a intervalli più o meno lunghi

4) Come reazione ad uno stato di infelicità e di prostrazione il cervello produce sostanze consolatorie, spesso proteine, che hanno lo scopo di riportare equilibro. Queste sostanze confluiscono nel circuito della dopamina, o circuito della soddisfazione del desiderio. Il circuito non lavora con la stessa efficacia in tutti gli uomini. Il perché è ancora senza risposta

5) L’infelicità ci duole, ma ci spinge. Così come uno stato di moderata soddisfazione, seppure intermittente, è funzionale alla nostra capacità di affrontare le vicissitudini della vita, che non sono tutte invariabilmente positive, così la infelicità è un rinforzo di motivazione. Il suo ruolo fisiologico, quindi evolutivo, è innegabile

6) Esistono due tipi di infelicità: quella che ha un motivo reale e quella che non ha alcun motivo. La prima ci accomuna agli animali, la seconda non ha alcun antefatto evolutivo: è “tutta nostra”

7) Non esiste né esisterà mai un gene della infelicità (o della felicità). Piuttosto quindicimila, ventimila geni. In seicento milioni di anni di evoluzione dei vertebrati, la natura ha imparato questo: le funzioni più importanti per la vita è bene distribuirle su un imponente “parco geni” altrimenti chi nasce con il gene “sbagliato” finisce subito in fuorigioco

8) La infelicità è frutto della ragione e della capacità di ricordare: deriva dal confronto fra obiettivi e raggiungimenti

9) Il contraltare della infelicità è lo spirito vitale, l’attaccamento alla vita. Non c’è nessun motivo razionale per vivere: la ragione ci aiuta, ma non ci motiva a vivere. Noi viviamo perché siamo animali e il perseguimento della sopravvivenza è il primo e ultimo obiettivo reale, anche se generalmente inconsapevole, di ogni essere vivente

10) Che l’evoluzione biologica possa cambiare questo stato di cose è altamente improbabile: se ne riparlerà fra centinaia di migliaia di anni. Nel frattempo, più che la medicina possono le “droghe sociali”. Come diceva Ortega y Gasset: nessuno, se totalmente assorbito in un’occupazione, può sentirsi infelice

MAMMACANTA