giovanni caviezel
per i tuoi occhi blu
sara / la compagna delle rose / festa per chi la fa / tango d'amore latino / chiara, vent'anni è zucchero / madonna fortuna / note pozioni / per i tuoi occhi blu / ti conosco, capitano / la voce delle onde / nella casa di milenaproduzione: giovanni caviezel • tecnico del suono: walter biondi • calicanto edizioni 2008 • ASCOLTA E SCARICA GRATUITAMENTE 5 BRANI SU: http://www.myspace.com/giovannimariacaviezel
domenica 12 luglio 2009
venerdì 3 luglio 2009
LEONARDO E LA SINDONE

«il primo negativo "fotografico" della storia che ha come matrice un'immagine mentale»
«Così Leonardo creò la Sindone»
La tesi della scrittrice Vittoria Haziel: «Il maestro usò un ferro arroventato e disegnò sulla tela il suo autoritratto»
MILANO - «A cavallo del Cinquecento, su commissione di Bayazet II, un sultano ottomano, Leonardo da Vinci creò la Sacra Sindone». Vittoria Haziel, autrice nel 1998 del libro La passione secondo Leonardo, non ha dubbi a riguardo. Il genio della Gioconda e della Vergine delle Rocce realizzò in pratica un falso storico, secondo la Haziel: «Prese una tela antica e servendosi di un ferro arroventato sul fuoco disegnò sulla tela l'immagine di un uomo che portava sul corpo i segni della tortura e della crocifissione. Per disegnare l'impronta del volto, Leonardo usò se stesso come modello, realizzando dunque un autoritratto». Non è tutto: «La maestria di Leonardo fu tale da riuscire a creare il primo negativo "fotografico" della storia avendo come matrice solo un'immagine mentale. Non solo: l'artista inoltre riprodusse un'immagine che non si vede sul retro della tela e che ha in sè le caratteristiche di quello che più in là sarà definito lo "sfumato leonardesco", appunto».
Una teoria affascinante quella della Haziel: «Leonardo fece Dio a sua immagine e somiglianza credendo fortemente nella divinità dell'uomo», sostiene la scrittrice toscana. Provando a fare luce, come tanti prima di lei, sui misteri e le controversie che avvolgono la tela custodita oggi nel Duomo di Torino. Sacra reliquia per i credenti, (nella tradizione è il sudario che avvolse il corpo di Cristo deposto dalla croce), la Sindone di Torino, in realtà, non ha retto alla prova della scienza. Gli esami del carbonio 14 effettuati nei laboratori di Oxford, Tucson e Zurigo hanno portato tutti allo stesso risultato: il lenzuolo-sudario è di epoca medioevale.
«La data della tela non è necessariamente la data dell'immagine impressa» insiste però la Haziel. La tesi della scrittrice che attribuisce a Leonardo la paternità della Sindone conservata a Torino non è nuova. Non più tardi di qualche giorno fa è stato infatti diffuso lo studio di Lillian Schwartz, in cui la specialista in grafica della School of Visual Arts di New York, sostiene che il volto della Sindone è un autoritratto del maestro. «Al contrario della Schwartz però - spiega la Haziel - io sono riuscita a riprodurre la Sindone usando la pirografia, la stessa tecnica alla quale ricorse Leonardo, e ho ottenuto un risultato molto simile all'originale». «Impossibile - secondo la scrittrice toscana - sostenere - come ha fatto la Schwartz - che una tela, cosparsa di una emulsione fotosensibile, posta in una stanza buia e sigillata, una sorta di camera oscura ante-litteram, venga impressa grazie al sole. Quale sole è duraturo come un lampada?».
Nel 2010 è in programma una nuova ostensione della Sindone custodita a Torino. Certamente per quella data, si moltiplicheranno studi, teorie o solo semplici supposizioni sul lenzuolo-reliquia che nei secoli ha affascinato e sedotto credenti e non. Anche la Haziel ha nel cassetto una nuova edizione de La passione secondo Leonardo. Laureata in legge, la scrittrice si è accostata per puro caso allo studio della Sindone, o meglio, come sostiene la diretta interessata, per una serie di «coincidenze straordinarie» che, negli anni, l'hanno portata fino a Leonardo. E alla «creazione consapevole» da parte dell'artista di un'«opera» che poi sarebbe diventata l'«icona per eccellenza». La Haziel ci crede. E non a caso sostiene: «La vera Sindone c'è e io l'ho vista, ma non è quella di Torino. Quello è un capolavoro dell'arte».
Cristina Argento
sabato 13 giugno 2009
GHEDDAFI: MITOGRAFIA ICONOGRAFICA DI UNA VECCHIA ROCKSTAR DELLA POLITICA
Maurizio Crippa per "Il Foglio"
La camicia rosa con stampate le foto di Nasser e Mandela sfoggiata durante un precedente incontro, in Libia, con Berlusconi meriterebbe di stare al MoMa. Fedele al personaggio ma in preda a un continuo cambio degli abiti di scena, Gheddafi ha trasformato l'iperbole kitsch del suo abbigliamento in un messaggio vivente. Ha le
rughe scavate da una vita spericolata, i capelli tinti e il cerone spalmato come una
vecchia rockstar che non vuole mollare la scena.

GHEDDAFI E DINI
Ma Gheddafi non è un fenomeno di folklore. E' politico scafato che ha trasformato il suo corpo in un fenomeno di comunicazione pop. E' andato molto oltre la dimensione tristanzuola e impiegatizia dei tanti dittatori in divisa, caricature postcoloniali come Amin Dada o Fidel Castro. E' un'esplosione barocca, ha la dimensione global-trash delle pop star.

GHEDDAFI ALLA SAPIENZA CON IL RETTORE FRATI
Il suo africanismo posticcio lo fa sembrare uno Youssou N'Dour in versione tamarra, qualcosa col sapore meticcio del rock maghrebino. Un Iggy Pop del deserto, un Ozzy Osbourne versione "A portrait of el-Qaddafi as a rockstar". Un ritratto del Colonnello come
fosse una rockstar, questo ci vorrebbe; dove el-Qaddafi sta per Gheddafi in una delle trentasette grafie ufficiali o taroccate ammesse nel culto della personalità del Fratello Guida della rivoluzione.
Quella esatta sarebbe Mu‘ammar Abu Minyar al-Qadhafi, ma la Grande Jamahiriyya è più che altro uno scioglilingua, un neverending show, come il "prisencolinensinainciusol" di Celentano. Ecco, Celentano: se Gheddafi ha un parente in Italia, è il Molleggiato. Con
buona pace dei radicali che gli preferiscono quel noioso santone da conferenza del Dalai Lama - e infatti nessuno lo vuol ricevere, mentre per lui c'è la fila come per Obama - Gheddafi è una vecchia rockstar che tiene ancora il palcoscenico.


Berlusca e Gheddafi
Malmessa e un po' patetica, ma ancora trasgressiva quel tanto che basta da rubare la scena a qualsiasi azzimato capo di stato che gli capiti a tiro. Un personaggio che se da un lato appartiene a buon diritto ai disastri della storia politica mondiale, dall'altro è entrato da tempo in una dimensione diversa. Gheddafi è un problema d'immagine. Dunque è assai attuale. Anzi, è un precursore.
Ha attraversato vari e variopinti periodi, come un Picasso arabo. Il kaki militare simbolo della lotta anticoloniale, come nella storica foto in divisa da colonnello tra Sadat e Assad, a Bengasi. Il trench da malmesso studente fuorisede, in una stanza piena di libri. Fino alle camicie a colori stampati che stanno alla divisa mimetica come i maglioncini di Marchionne alla cravatta, dicono la vicinanza del leader al popolo. Le camicie batik, retaggio africano, le aveva lanciate Mandela.

GHEDDAFI SCORTATO
Ma Gheddafi ne ha dato un'interpretazione pop e transpolitica, trasformandole in un tatuaggio vivente. La camicia rosa con le foto di Nasser, Hailé Selassié e Mandela che aveva la volta che incontrò Berlusconi sarebbe da esporre al MoMa in permanente. A volte ha le scarpe da ginnastica e la tuta, altre il cappello di pecora da pastore della steppa. Le sgargianti tuniche africane e i mantelli beduini sono venuti con la svolta dal panarabismo al panafricanismo.
Ma come ogni vera star del rock, ha una passione per i copricapi - africani, beduini, berberi - e per gli occhiali da sole, assurdi come nemmeno Lapo Elkann li ha. Ma non è solo folklore terzomondista, è di più. Se non altro perché lui, a differenza di tanti colleghi, è perfettamente cosciente della sua messinscena e padrone dei suoi registri comunicativi.
Gheddafi è diverso, è andato molto oltre la dimensione tristanzuola da impiegatucci del potere dei tanti dittatori in divisa, caricature postcoloniali come Amin Dada o Fidel Castro. Castro sì che è invecchiato male, si fa vedere con la tuta e la barbetta tagliata dall'infermiera come un pensionato all'ospizio. Del resto, mica tutti hanno il culo di farsi ammazzare sulla Sierra intanto che passa di lì uno a farti un paio di scatti immortali.Il Che, quello sì che aveva stile.

GHEDDAFI E NAPOLITANO
E anche Gheddafi, del resto. Lui è un'esplosione barocca, cosmopolita, accumulativa.
E' da tempo entrato in una dimensione global-trash delle pop star, ha fatto del kitsch terzomondista-panafricano-panarabo una cifra iperbolica. Qualcosa che oltrepassa l'Africa come i container con le merci da due soldi cinesi. Ha una dimensione african-pop che lo avvicina a uno Youssou N'Dour in versione tamarra, qualcosa che ha il sapore meticcio del rock maghrebino.

GHEDDAFI A ROMA
Un Iggy Pop del deserto. Un Ozzy Osbourne versione raï. Comunicazione per tempi primitivi, ritualità da grandi masse. raï. Prima scopiazzava Nasser, poi ha scoperto che è meglio trasformarsi in un'icona pacifista come gli U2. In primo piano sembra Keith Richards, le stesse rughe scavate con lo scalpello di una vita da canaglia, vecchi malvissuti fortunati. Meriterebbe anche lui di essere fotografato da Annie Leibovitz.
2 - Gheddafi: "Per le donne serve una rivoluzione culturale - Nel mondo islamico è come un mobilio che si può cambiare quando si vuole"
Testo e foto da Corriere.it
«Nel mondo arabo e islamico la situazione delle donne è orrenda e incita alla rivoluzione». Gheddafi ha affrontato il tema della questione femminile, a suo modo, durante l'intervento all'Auditorium della musica nel corso dell'incontro con il ministro per le pari opportunità Mara Carfagna e un migliaio di donne rappresentanti del mondo dell'imprenditoria, delle istituzioni e della politica.


BERLUSCA E GHEDDAFI
Prima ha osservato che serve una «rivoluzione culturale» e poi ha detto che nel mondo islamico la «donna è come un mobilio che si può cambiare quando si vuole. Nessuno chiederà perché lo hai fatto». «Io sono a fianco della donna a livello del mondo - ha aggiunto Gheddafi - e vedo che ha ancora bisogno di una rivoluzione. Non dobbiamo sopraffarla, deve prendere gli stessi diritti dell'uomo».
«LEGGETE MATILDE SERAO» - «Ho visto donne molto grandi nella storia d'Italia. Tra queste Matilde Serao che ci ha lasciato più di quaranta libri» ha poi detto il leader libico. «Conoscete la storia della fioraia morta tra i fiori?» ha chiesto Gheddafi, aggiungendo «cercatela e leggetela. Se non ce l'avete vi mando il libro». Il colonnello ha poi cambiato completamente genere e tra le donne italiane famose ha citato Claudia Cardinale.
lunedì 25 maggio 2009
RITORNANO LE COLF ITALIANE
Le italiane che tornano a fare le colf
Cercano impieghi a ore per arrotondare. E ormai una su quattro non è straniera. «Poche chiedono un contratto»
Era il 1956 - l’anno dell’insurrezione in Ungheria e dei giochi olimpici di Melbourne - e lei aveva appena 13 anni. Ad Arsiè, la «porta delle Dolomiti» in provincia di Belluno, non c’era lavoro né la prospettiva di mettere su famiglia e così i coniugi Brustolin dissero sì a quella coppia di villeggianti bolognesi che tanto insistevano per «prendere a servizio » in casa loro la piccola Pina. Lei, 13 anni, non aveva alternative: partì con i signori di Bologna con in quali sarebbe rimasta più di 10 anni a fare, come si diceva un tempo, la serva in casa. Oggi Pina Brustolin ha superato i 60 anni ed è responsabile nazionale della «Acli Colf», l’associazione di categoria più diffusa nel campo della tutela dei diritti di chi esercita il lavoro domestico. E dal suo osservatorio privilegiato racconta come sta cambiando la figura della colf in questi mesi di crisi economica: «Dopo l’arrivo di tante donne straniere torniamo ad occuparci anche delle italiane che chiedono di fare servizi ad ore per arrotondare il reddito familiare magari messo in crisi da un licenziamento o dalla cassa integrazione». Le italiane, però, si vergognano di dire che vanno a «fare le ore» in un’altra casa. «Magari sono studentesse che si vogliono pagare gli studi o donne che hanno perso il posto che avevano in fabbrica o dal parrucchiere e così preferiscono farsi pagare in nero (dai sei a nove euro l’ora, ndr) perché considerano questo lavoro una tappa, un impegno temporaneo che finirà presto». 
Una colf (Ap)
È molto difficile quantificare i contorni di questo ritorno delle donne di servizio italiane: ufficialmente l’Inps ha nei suoi computer 1.544.101 rapporti di lavoro registrati che corrispondono a 774 mila lavoratrici-lavoratori domestiche di cui, però, solo 74 mila sono italiane. Altre stime di Acli Colf dicono che l’aliquota delle italiane sul totale è del 23 per cento. Di sicuro, tuttavia, il sommerso è diffusissimo anche perché, conferma Pina Brustolin, le italiane non condividono la casa con il datore di lavoro e, soprattutto, non fanno le badanti che si prendono cura degli anziani. Le colf-badanti straniere, invece, hanno ormai una visione molto attenta dei loro diritti perché a loro «le carte in regola» servono per il permesso di soggiorno senza il quale si rischia l’espulsione e, tra poche settimane, il processo penale perché il governo ha voluto introdurre nell’ordinamento il reato di immigrazione clandestina. Pina Brustolin non può fare a meno di ricordare i suoi anni di lavoro: «All’inizio, visto che avevo appena 13 anni, non mi pagavano neanche i contributi perché ero troppo piccola per lavorare con le carte in regola. Ero spaesata anche perché a Bologna non potevo uscire di casa: non perché i padroni non volessero darmi qualche ora di libertà ma a causa dei miei genitori che si erano raccomandati di non lasciarmi mai da sola. Le giornate erano lunghissime: in casa ci si spezzava la schiena chinate sulla vasca per fare il bucato perché mica c’erano gli elettrodomestici: ancora oggi mi porto dietro i dolori causati dalle mille ore passate piegata sui panni. Chi era a servizio mangiava in cucina, da solo, perché era naturale fare così. E a casa in ferie ci si poteva tornare una sola volta l’anno. Dopo dieci anni, però, partecipai a una riunione del gruppo Acli domestiche e iniziai a capire che potevo fare qualcosa di utile per le altre come me che restavano nella stessa famiglia 30, 40 anche 50 anni. Non a caso a quei tempi si faceva la “festa della fedeltà” durante la quale si premiavano le lavoratrici più costanti con lo stesso datore di lavoro».
Negli anni Cinquanta le garanzie per la colf non c’erano: la legge diceva che potevano dormire otto ore e, quindi, implicitamente sottintendeva che potevano lavorare anche 16 ore al giorno. Negli anni ’50 e ’60 la parola «serva» veniva usata nelle famiglie italiane con molta disinvoltura. Nel film I soliti ignoti di Mario Monicelli (1958) si vede una giovanissima Carla Gravina, impiegata a servizio in una casa di due sorelle romane, che in veneto stretto chiarisce a un prorompente Vittorio Gassman: «Non sono mica una serva, io…». Ed è del 1958 la prima legge che affronta in modo organico il tema del lavoro domestico, mentre l’obbligatorietà delle assicurazioni arriva solo nel 1971 e il primo contratto nazionale c’è a partire dal 1974, quando non solo i ricchi di sempre ma anche i nuovi borghesi del ceto medio offrono posti di lavoro per la cura della casa e dei bambini. L’anno della svolta è il 2002. Il governo Berlusconi vara la prima, grande sanatoria per gli stranieri irregolari che lavorano in Italia senza un regolare contratto. Per effetto della regolarizzazione, le domestiche straniere, che fino ad allora erano state poco più della metà delle italiane, risultano più che raddoppiate raggiungendo la quota del 74 per cento. Nel 2002 il totale dei lavoratori domestici è di 552.069 addetti, gli stranieri sono 419.808, gli italiani 132.261. E col passare degli anni l’aliquota della manodopera fornita dalle italiane nel settore domestico scende, fino a raggiungere nel 2006 quota 132.261 addetti. Oggi 74 mila secondo l’Inps.
Numeri che in questi mesi sono cambiati. Profondamente. Le domestiche italiane che con la crisi sono tornate a chiedere un lavoro non fisso sono, secondo il profilo tracciato dalle Acli colf, «prevalentemente sposate, separate o vedove, di età superiore ai 40 anni». E ancora: «Svolgono lavori domestici a ore, alcune si dedicano agli anziani ma non in forma di co-residenza ». Mentre le immigrate lavorano maggiormente nella cura delle persone anziane o malate, e sono consapevoli dell’importanza del loro ruolo, le italiane si dedicano alle tradizionali incombenze domestiche di pulizia, stiro, cucina. Ufficialmente non sono «lavoratrici domestiche», ma casalinghe o lavoratrici disoccupate. Per motivi fiscali, ma anche perché ritengono il lavoro che fanno come un’occupazione di ripiego, che abbandonano appena possono. Molte di loro, poi, devono continuare perché sono pensionate ex colf cui l’Inps corrisponde il minimo di 459,58 euro al mese. E c’è da dire che le prospettive di lavoro sono incerte anche in questo campo: «A una domanda più consistente di servizi a ore non corrisponde infatti un’offerta altrettanto elastica». Secondo una recente indagine dell’Irs (Istituto di ricerche educative e formative), le famiglie italiane spendono ogni anno 9 miliardi e 352 milioni di euro per retribuire il lavoro delle assistenti familiari che corrisponde al 10 per cento della spesa sanitaria sostenuta dalla Regioni ed è in linea con la somma che lo Stato spende per gli assegni di accompagnamento (10 miliardi di euro). Ma ora, come lo Stato decide i suoi tagli, anche le famiglie rinunciano a qualcosa: perché, conclude Pina Brustolin, una «lavoratrice licenziata torna a fare la casalinga a tempo pieno per la sua famiglia e, a ore, magari anche per chi le dovesse offrire un lavoro».
Dino Martirano
25 maggio 2009
sabato 23 maggio 2009
domenica 17 maggio 2009
giovedì 14 maggio 2009
YOKO ESIBISCE LENNON
YOKO ONO ORGANIZZA UNA MOSTRA-HORROR SU LENNON E INSERISCE “LA STANZA DELLA MORTE” (gli occhialini e la giacca insanguinati DELLA NOTTE IN CUI JOHN FU UCCISO) – LA SOLITA SCUSA: PROVOCAZIONE E MONITO SULL’USO DELLE ARMI…
Alessandra Farkas per il "Corriere della Sera"

yoko alla mostra su lennon
La «stanza della morte» è la più affollata, come davanti ad un incidente d'auto mortale da cui non si riesce, anche volendo, a distogliere lo sguardo. Al centro della sala campeggiano gli occhialini e la giacca insanguinati che John Lennon portava quando fu assassinato a colpi di rivoltella da un fan squilibrato, Mark David Chapman, la sera dell'8 dicembre 1980, a New York. Tra i cimeli c'è anche il sacchetto di carta marrone - anch'esso imbrattato di sangue nerastro - nel quale la polizia aveva infilato gli effetti personali del cantante, prima di consegnarli alla vedova Yoko Ono.
Ed è stata proprio lei ad organizzare la controversa mostra dal titolo «John Lennon: the New York City Years» che ha debuttato ieri al Rock and Roll Hall of Fame Annex di New York. «È stato molto difficile includere quegli oggetti», ammette la 76enne artista di origine giapponese che il prossimo 6 giugno riceverà il Leone d'Oro alla carriera dalla Biennale di Venezia. E aggiunge: «Sapevo che sarei stata criticata».

gli occhiali insaguinati di Lennon in mostra
La sua è stata una provocazione, l'ennesimo happening a scopi politici: «Volevo lanciare un monito sulle conseguenze dell'uso indiscriminato delle armi», spiega. In un angolo della galleria ha fatto sistemare un registro sul quale i visitatori possono firmare una petizione per chiedere di modificare la legge sulla vendita delle armi che verrà consegnata al presidente Barack Obama dopo la chiusura della mostra.

Ma all'Annex sono esposti anche molti altri oggetti legati agli anni newyorchesi di Lennon che, dopo la separazione dei Beatles, lasciò definitivamente la Gran Bretagna per stabilirsi a New York, nel 1971. C'è il tovagliolino di carta dell'Hotel Hilton sul quale scrisse le parole della canzone "Imagine"; la chitarra utilizzata durante il concerto con Elton John al Madison Square Garden e le lettere - firmate da personaggi come Joan Baez e l'allora sindaco di New York, John Lindsay - che documentano la sua estenuante crociata per non essere espulso in quanto «pericoloso sovversivo» sulla lista nera dell'Fbi.
Lennon amava New York, che considerata la nuova capitale del mondo. «Se fossi vissuto duemila anni fa avrei scelto di abitare nella Roma imperiale», soleva dire John, «New York è la Roma del nostro tempo, per questo vivo qui». E Yoko riflette: «È un triste paradosso. E pensare che la città che amava di più è proprio quella in cui è stato ucciso ».
venerdì 8 maggio 2009
GIORNALISMO MORALISMO
Alla «Annozero university» la parata del giornalismo-moralismo
Per un’intera, noiosa puntata, si fa giornalismo legato ai problemi della gente
Meno male che Michele c’è. E meno male che ci sono anche Marco Travaglio, Sandro Ruotolo, Alex Stille, la prode inviata Monica; se no, non sapremmo cos’è la libera informazione, la schiena dritta, il coraggio di sventare complotti e fiabe. Si limitassero a fare il loro lavoro, che a volte è persino apprezzabile, non ci sarebbe nulla da dire. Ma come aprono bocca, i Santoro boys sentono il dovere di indossare il manto da parata del giornalista-moralista: vi diciamo la verità e vi diciamo anche che voi, che non la pensate come noi, siete dei poveretti asserviti. 
La puntata di Annozero: «Complotto» (da Rai)
Il primo bersaglio grosso di «Annozero» sono le veline, o presunte tali, che sono state candidate alle Europee, il secondo Noemi Letizia, quella di «papi Silvio», il terzo è la famosa intervista a Veronica Lario letta da Monica Guerritore (lo scoop sarebbe stato il contrario), il quarto... Per vari motivi — economici, istituzionali, etici — l’Italia non sta vivendo un gran momento: la rappresentazione che diamo del nostro Paese è qualcosa che sta tra il caricaturismo di Daumier e le allucinazioni grottesche di Grosz. Ma mandare tre grossi camion della Rai per un collegamento del segugio Ruotolo davanti al ristorante della festa di Noemi significa soltanto alimentare questa rappresentazione, con la presunzione in più di fare del grande giornalismo.
Per dire: il prof. Alex Stille della Columbia University vuole uscire dal cattivo gusto cavalcato finora dalla discussione per parlare di abuso di potere e comincia a parlare di una valletta tv. Alla Santoro University invece, per un’intera, noiosa puntata, si fa giornalismo legato ai problemi della gente: il gossip su una diciottenne, il rapporto di Berlusconi con le donne, la vita di Elio Letizia ma niente buco della serratura, per carità.
Aldo Grassovenerdì 1 maggio 2009
ANCORA GARLASCO
L’imputato perfetto e il verdetto per forza ingiusto
Niente sentenza al processo per il delitto di Garlasco. A sorpresa il giudice Stefano Vitelli, che ha definito «incomplete» le indagini dei carabinieri, ha disposto una superperizia per avere nuovi elementi sull’omicidio di Chiara Poggi commesso il 13 agosto 2007. La perizia riguarderà accertamenti sul pc dell'imputato Alberto Stasi, sul percorso da lui compiuto quando ritrovò il cadavere della fidanzata e sull’orario della morte della vittima. Per Stasi il pm ha chiesto la condanna a 30 anni di reclusione. Quale sentimento ha suscitato in lui la per altro comprensibile indecisione di chi lo stava giudicando. Gratitudine o rancore?
In fondo lui è il solo per cui questa sentenza alla fine avrà un senso. Per lui, e per i signori Poggi naturalmente, i genitori della ragazza di cui Alberto Stasi è stato per molti anno il fidanzato, e del cui omicidio oggi è accusato. E forse anche per un’astratta idea di Giustizia che in fondo non ha tutta questa importanza.
È assurdo ritenere che una sentenza metta le cose apposto. Non è così che funziona. Che senso ha credere ciecamente nelle sentenze? Citarle come il vangelo a ogni piè sospinto? Come quei risentiti individui che stanno sempre lì a menarcela con le sentenze. E che si agitano e si eccitano quando esse sanciscono colpevolezze o assoluzioni. Non c’è qualcosa di mortuario e di indecente in tutto questo? Come leggere con divertimento la pagina dei necrologi o infilare deliberatamente il naso nell’immondizia.
L’idea che tutti più o meno ci siamo fatti del processo Stasi è che di qualsiasi natura sarà il verdetto esso non risulterà in alcun modo un progresso significativo nell’acquisizione della verità. D’altro canto avevamo capito sin dal principio che questo era uno di quei processi in cui la verità non avrebbe trovato asilo. E difatti l’intero procedimento — come molti altri in questi anni — non ha fatto che regalarci caterve di indizi, supposizioni, indiscrezioni, analisi psicologiche, dettagli macabri come pedali di bicicletta insanguinati o suole di scarpe da ginnastica non abbastanza insanguinate, ecc... La sintesi di tutto questa odiosa e ambigua paccottiglia promette una colpevolezza non meno di quanto prometta una assoluzione. Si può condannare qualcuno che potrebbe essere innocente?
Si può assolvere qualcuno che potrebbe essere colpevole?
Perché la sola verità è che, salvo qualche incredibile e inimmaginabile rivelazione, non sapremo mai la verità: non sapremo mai se è stato Alberto Stasi ad ammazzare Chiara Poggi, oppure no. Né sapremo mai, nel caso fosse lui il colpevole, perché lo ha fatto. Né, se non lo fosse, perché non ha protestato la sua innocenza con la disperazione che ci si aspetta da chi viene così odiosamente infamato. Come interpretare tutta questa discrezione?
Tutta questa pudicizia? Come inoppugnabile attestato di colpa, o come l’ennesima prova della sua innocenza? Il guaio è che il comportamento di un colpevole che briga per essere assolto non deve essere poi così dissimile da quello di un innocente che è sicuro di essere condannato.
C’è da credere che se Alberto Stasi verrà condannato ciò potrebbe avvenire per tre ragioni che qualcuno potrebbe ritenere fuorvianti o ininfluenti, ma che altri, invece, potrebbero considerare decisive.
1) Perché se non è stato Alberto Stasi allora chi è stato?
2) Perché ci sono un sacco di cose nella ricostruzione delle ore successive all’omicidio che non tornano, e che Stasi non ha saputo spiegare.
3) Perché Alberto Stasi è l’incarnazione dell’assassino perfetto: c’è qualcosa di emblematico nell’esangue pulizia del faccino, nella sobria montatura degli occhiali o nel modo garbato di vestire, che ti fa pensare ai satanici eroi di Bret Easton Ellis; per non parlare del suo contegno di una freddezza perturbante; del suo essere un bocconiano (che, come è noto, ti aliena ogni umana simpatia); e naturalmente della varietà imbarazzante di perversioni sessuali testimoniate dai suoi hard disk ingolfati di immagini pornografiche (alcune di carattere pedofilo). C’è addirittura chi ha enfatizzato il contegno eccessivamente calmo di Stasi: per esempio il tono della voce per nulla sconvolto con cui ha chiamato i carabinieri per denunciare la morte di Chiara. Così come c’è da pensare che se verrà assolto sarà proprio perché qualcuno avrà valutato la contraddittorietà e la pretestuosità di tutti questi elementi con estrema cautela. Chiedendosi, per esempio, quale tono dovrebbe avere la voce con cui un colpevole comunica ai Carabinieri di aver ammazzato qualcuno. Oppure, che colpa ha un ragazzo ad avere certe fattezze e non altre? Esiste un solo hard disk di un maschio del Ventunesimo Secolo che non abbia mai ospitato anche solo per qualche secondo una foto pornografica (non pedofila certo)?
E in ogni modo, qualora Alberto Stasi venisse assolto, è presumibile che il fantasma del sospetto continuerà a perseguitarlo per il resto della sua vita. Insomma il dato terribile della faccenda è che ci troviamo di fronte a uno di quei casi — su cui avrebbe potuto scrivere Albert Camus —, in cui il verdetto finale — di condanna? di assoluzione? — non potrà che essere ingiusto.
mercoledì 29 aprile 2009
sabato 25 aprile 2009
ON "TOGETHER THROUGH LIFE"
Together Through Life
Bob Dylan's new album Together Through Life will be released at the end of April but a few lucky journalists have heard it and filed their reports:
San Francisco Chronicle's Joel Selvin: "The offhand, crudely informal atmosphere of the new Bob Dylan album, "Together Through Life," is a deceit. Beneath the apparently tossed off blues tracks and carelessly drawled vocals lies a master of details and pungent, piquant observations, couched as old blues songs. The music feels fresh, organic, and Dylan imbues each song with a powerful sense of storytelling... All of the songs are sung by this ragged, weary, impossibly gravelly voice perfectly suited to the sensibilities of the pieces. Latter period Dylan is turning out to be some of his deepest, richest work. "Together Through Life" is another brilliant, sure-handed outing by one of the few certified greats still living up to his legend."
Blender's Rob Sheffield: "he’s going off the cliff along with everyone else, yet he’s laughing all the way down." Five stars.
Rolling Stone's David Fricke: "Dylan...has never sounded as ravaged, pissed off and lusty, all at once, as he does on Together Through Life." Four stars.
The Telegraph's Neil McCormick: "Together Through Life is a beautifully played collection of antique blues pop." Four stars.
The Times's Pete Paphides: "his warmest, most unforced, set of songs in recent memory." Four stars.
Los Angeles Times's Ann Powers
The New Yorker's Alex Ross
Mojo's Michael Simmons:
"Yet what I heard offered ample proof of an artist steeped in the past but thoroughly living in the present, cognizant of everything, not afraid to point fingers or laugh at fools or fall in love.
"It's a powerful personal work by a man who still thinks for himself in an era of fear, conformity, and dehumanization. That it rocks mightily makes the message even more compelling. Whatever the hell it gets called, it'll be in the running for Best Album Of 2009."
Uncut's Allan Jones:
"We now know that the new Bob Dylan album, which unexpectedly will be with us on April 27, is called Together Through Life. We know also that it was written and recorded quickly.
"Dylan had been asked by the French film director Olivier Dahan, who made the Edith Piaf biopic, La Vie En Rose, which Dylan had apparently liked, to write some songs for his new movie, My Own Love Song. Dylan duly came up with a ballad called "Life Is Hard", and was so inspired the next thing anyone knew he'd written nine more new songs and not long after that - bingo! - here's Together Through Life in all its rowdy glory.
"What's it sound like? Well, early reports have hinted at a mix of Dylan's beloved Chicago blues and the loping border country feel of, say, "Girl From The Red River Shore", the latter courtesy of Los Lobos' David Hidalgo, whose accordion features on every track, alongside Dylan's formidable current touring band and as yet unidentified guest musicians.
"Both musical elements are indeed here, brazenly matched on nearly ever track, Hidalgo either providing lyrical lilting counterpoint to the band's hard driving blues muscle or flinging himself headlong into the fray with pumping riffs, as on the jumping "If You Ever Go To Houston" ("keep your hands in your pockets and your gun-belts tied").
"The broad template for much of the album would appear to be, let's say, "Thunder On the Mountain" and "Rollin' And Tumblin'" from Modern Times, but in truth these tracks are, overall, much punchier, a raucous edge to everything in sight. Only the noble "Life Is Hard" is in the crooning style of something like "Beyond The Horizon" and even here there's a ragged edge to things that wasn't apparent on Modern Times, a rawness - emotional and musical - that separates it from that album and its immediate predecessors, "Love And Theft" and Time Out Of Mind.
"Together In Life gets in your face immediately - with the wallop of the cheerfully-titled "Beyond Here Lies Nothin'", which is driven by spectacular drumming and massed horns, a trumpet prominently featured - and over the course of its 10 tracks doesn't back off, doesn't appear to even think about doing so, Dylan's voice throughout an unfettered roar, a splendid growl.
"The album broadly is preoccupied with themes of mortality, lost love, grief, the passing of time, memory, waning days and lonely nights. The mood of these songs, however, couldn't be more different to the mordant reflection of, for instance, "Not Dark Yet". Together Through Life is a rowdy gut-bucket, by turns angry, funny, sassy, Dylan heading noisily in the direction of that last good night.
"'My Wife's Home Town', "Shake Mama Shake" and the stingingly ironic "It's All Good" - an hilariously-wrought litany of personal and national woe - are all eventfully robust, heartily defiant.
"'Forgetful Heart', meanwhile, is set to a measured stalking beat that recalls "Walkin', Not Talkin'", while the cantina drift of "This Dream Of You", with accordion and fiddle taking lead instrumental spots, is fleetingly reminiscent of the first version of "Mississippi" on last year's Tell-Tale Signs. Elsewhere, there may be things about "Feel A Change Coming On" that will remind you of "Workingman's Blues".
"On first listen, then, a great album that when it comes out and goes on repeat will get better and better."
martedì 21 aprile 2009
impareggiabile parise
perla colta su DAGOSPIA, er mejo sito che ci sia
(gc)
A CUBA! CON FELTRINELLI E PARISE nell'anno 1967 - quando molti pensavano che Castro, Guevara e il Vietnam fossero la storia, quando invece non erano altro che cronaca - QUEL CASTRO SIMILE A UN FRATONE BAROCCO. Qualcosa tra Fellini e Mussolini...
Tratto da "Lontano" di Goffredo Parise (Adelphi) (apparso sul "Corriere della Sera il 4 marzo 1983)
Trascinato, ma consenziente, da Giangiacomo Feltrinelli e Valerio Riva, partii per Cuba nell'anno 1967, «ano de la revolución». Ci accolse, all'aeroporto, uno ma forse più, Daiquiri ghiacciati, verdognoli per quella fogliolina di menta confusa nel gelo e dappertutto la scritta enorme, quanto molto cretina, bisogna dirlo: «El revolucionario debe hacer la revolución».
FELTRINELLI e FIDEL CASTRO
Fummo alloggiati al National, molto bene, e lì e da lì cominciò la festa. C'era con noi una sorta di wagon-lit di letterati francesi, va sans dire, rivoluzionari, capeggiati da Maurice Nadeau e anche un poco da un vecchietto con una dentiera sproporzionata, alla Jerry Lewis, che solo più tardi seppi essere Michel Leiris; Rossana Rossanda immancabile e altri bei tipi di rivoluzionari.
Noi, io e Riva, si sarebbe dovuto organizzare e girare un documentario su Castro e compagnia, salvo Che Guevara che, si sapeva e non si sapeva, si aggirava in Bolivia. L'Avana era bellissima, con quel mare, e non ci si poteva esimere dal visitare la villa di Hemingway, sulla collina, abbandonata, diventata museo, con piscina vuota. La cosa che mi colpì furono le scarpe dello scrittore, poggiate su una mensola accanto ai libri ma inamovibili come i libri. Tutto era stato ricoperto di una colla trasparente che rendeva scarpe e volumi di cristallo, attaccati per sempre alle mensole come blocchi di ghiaccio.
GIANGIACOMO feltrinelli
Mi ammalai anche, con febbre altissima, per due giorni. La nutrizione in questi giorni si affidava a Feltrinelli che alla sera, tornando a casa, gettava dalla mia parte, senza guardarmi, una anguria, come si fa ai porci. Ma era già molto e ancora oggi gliene sono grato: su di essa mi gettavo nella mia sete inestinguibile, proprio come un maiale e vi grufolavo sopra fino all'ultimo pezzetto di scorza. La febbre passò e si continuò il nostro viaggio e le nostre riprese che mi nauseavano con la sola idea.
Molto più di profitto Valerio Riva che finì per girare lui il documentario per la RAI, documentario che del resto mai apparve sul televisore. Peccato, c'era un Castro che parlava, straordinario. Di lui conservo il ricordo di un fratone barocco che riuscì a tenermi sotto il giogo della sua loquela pubblica per tre ore e mezzo. Su cosa si basava il suo fascino? Niente altro che sul commento di notizie di agenzie di stampa da cui traeva i suoi intelligenti discorsi, pieni anche di humour.
Goffredo Parisi
Qualcosa tra Fellini e Mussolini. In un pranzo all'Habana Libre, ex Hilton, fu fatta girare una carta tra gli intellettuali che incitava gli stessi a prendere subito le armi, contro chi non si sa. Il più accanito era il dentuto Michel Leiris che però era anche traballante. Si trattava di firmare, cosa che tutti fecero immediatamente, Maurice Nadeau in testa, ma io mi rifiutai denunciando il tutto come una suprema connerie. Non fui redarguito.
Ma lo spettacolo indimenticabile a L'Avana mi fu offerto in una specie di officina, dove vecchi quasi centenari suonavano e anche ballavano al ritmo di afro-cubans, eseguiti da loro stessi con incredibili strumenti che potevano essere anche vecchie casseruole oltre a un pianoforte regolamentare, un contrabasso e un violino. Incredibili vecchi dall'aria molto simile a quella che ancora oggi si può trovare a New Orleans, ma chissà perché più stravaganti e più pregiati.
VALERIO RIVA conferenza
Più pregiate le musiche e le danze. O forse l'aria, quella tiepida aria serale del Caribe, color indaco, su cui cominciava lentamente a depositarsi l'umidità notturna che avrebbe bagnato le strade come una pioggia che non cadeva mai.
Il bar del porto, quello del famoso racconto The Killers di Hemingway, era tale e quale, con gli stessi specchi e le stesse bottiglie che nel racconto vanno in frantumi.
Qué más? Niente altro, un lembo di vita di parecchi anni fa quando molti pensavano, moltissimi, che Castro, Guevara con la sua povera asma bronchiale e il Vietnam fossero cose serie, fossero la storia, quando invece non erano altro che cronaca e non attendibile al cento per cento. Ma del resto quale storia raggiunge mai un tale tasso di credibilità?
sabato 18 aprile 2009
CENSURE CINESI
YouTube in Cina: il giornale ufficiale lo celebra ma sito censurato
Armonizzazioni poco armoniche, praticamente stonate. Ieri, sulla prima pagina del China Daily, il quotidiano in inglese che è la vetrina della Cina che si vuole mostrare al mondo, un titolo celebrava il debutto della YouTube Orchestra. All'interno, un ampio articolo descriveva l'avvenimento. Era naturalmente spiegato come fossero avvenute le selezioni dei musicisti, ovvero attraverso il sito di video più popolare al mondo. Peccato che quel sito, ripetutatamente citato in titoli e testi, in Cina sia inaccessibile. "Armonizzato", come dicono qui in riferimento alla "società armoniosa" che è il cardine del pensiero del presidente Hu Jintao. In Cina www.youtube.com è tagliato fuori dalla censura perché vi possono comparire messaggi sgraditi, propaganda filo-tibetana, prese in giro delle autorità eccetera eccetera. Un cortocircuito paradossale, una gaffe sotto gli occhi di tutti: il quotidiano ufficiale che parla dell'expoloit positivo di un sito, gli dà il giusto rilievo giornalistico, mentre lo stesso sito è come se in Cina non esistesse. Un cortocircuito irresistibile.
lunedì 13 aprile 2009
sabato 11 aprile 2009
SANTORO E IL "GIORNALISMO" DISUMANO
“ESISTONO GLI ABUSI EDILIZI, MA ANCHE GLI ABUSI DELLA LIBERTÀ D’INFORMAZIONE, DI CUI SANTORO È RAPPRESENTANTE UNICO PER L’ITALIA – LA TESI: BISOGNAVA COMUNQUE ATTACCARE BERTOLASO, I POMPIERI, BERLUSCONI, IL GOVERNO. A DARGLI MANFORTE DE MAGISTRIS…
Aldo Grasso per il "Corriere della Sera"
Ancora una volta Santoro ha fatto il Santoro. Dietro il paravento della libertà d'informazione, di cui è rappresentante unico per l'Italia, isole comprese, ha allestito una trasmissione all'insegna del più frusto slogan politico «piove, governo ladro». Non di pioggia si trattava, ma di un terremoto che finora ha fatto 290 vittime e quarantamila sfollati, raso al suolo paesi, buttato giù case, seminato distruzione. Ma i morti non lo fermano, la commozione non lo trattiene. Se ha in mente una tesi, che tesi sia.
La tesi era che bisognava comunque attaccare la Protezione civile, specialmente Guido Bertolaso, i Vigili del Fuoco, la comunità scientifica che non ha dato ascolto agli avvertimenti di Giampaolo Giuliani, gli amministratori locali, il ponte sullo Stretto, Berlusconi, il governo. A dargli manforte in studio ha chiamato l'ex magistrato Luigi De Magistris, candidato alle Europee con l'Italia dei Valori (che acquisto per la politica!) e l'esponente di Sinistra e Libertà Claudio Fava.
Contro aveva, e hanno fatto un figurone, Guido Crosetto del Pdl e Mario Giordano. Il giornalismo di Santoro funziona così: con l'aiuto delle poderose inchieste di Sandro Ruotolo e Greta Mauro ha intervistato una signora che si lamentava di un ritardo di un paio d'ore dei soccorsi, un signore che diceva di aver freddo, di un altro ancora che cercava riparo in tende non ancora montate, una studentessa che preoccupata aveva lasciato l'Abruzzo per tempo, un medico che denunciava la mancanza di bottigliette d'acqua nel suo reparto. Ne è uscito così un quadro di devastazione organizzativa da aggiungersi alla devastazione reale.
Da un punto di vista simbolico, se un dottore chiede aiuto per la mancanza di qualcosa significa il fallimento dei soccorsi, l'impreparazione della Protezione civile, lo sfascio. Di fronte a una simile tragedia, ma soprattutto di fronte al meraviglioso e commovente impegno dei Vigili del fuoco, dei volontari, della Protezione civile, dei militari, di tutte le organizzazioni che hanno passato notti insonni per salvare il salvabile, Santoro si è sentito in dovere di metterci in guardia dalla speculazione incombente, di seminare zizzania con i morti ancora sotto le macerie, di descrivere l'Italia come il solito Paese di furbi, incapaci di rispettare ogni legge scritta e morale.Santoro la chiama libertà d'informazione. Esistono gli abusi edilizi, ma forse anche gli abusi di libertà.




