mercoledì 23 luglio 2008

L'ORIGINE DEL MALE

di ENZO BETTIZA
La più lunga, la più ambigua, la più protetta latitanza in contumacia dell’ultimo dopoguerra jugoslavo è giunta alla fine. Sarebbe infatti esagerato dire che Radovan Karadzic sia stato all’improvviso scoperto e arrestato dalla polizia di Belgrado. Il Nerone di Pale, il poeta e psichiatra per l’infanzia Radovan Karadzic, che declamando versi si godeva l’intermittente sparatoria dei cecchini sui bersagli umani di Sarajevo, è stato abbandonato al suo destino.

Lo hanno abbandonato i governanti serbi ormai logorati sul piano internazionale da una finzione durata al di là del sostenibile: lo hanno quindi semplicemente spogliato dell’immunità, assicuratagli per tredici anni dall’ex capo dello Stato Kostunica, in attesa di estradarlo come merce di baratto al tribunale per i crimini di guerra dell’Aja.

Il nuovo presidente occidentalista, Boris Tadic, dai cui uffici sarebbe partita la notizia dell’«arresto», ne ha ritmato la comunicazione sui passi che il ministro degli Esteri di Belgrado espletava intanto nelle principali capitali europee. Insomma, la testa del maggiore dei criminali serbi, il vero responsabile del genocidio di Srebrenica e dell’urbicidio di Sarajevo, in cambio di un'imminente apertura alla nuova Serbia da parte dell’Unione Europea. Non a caso siamo alla vigilia di un importante vertice intergovernativo a Bruxelles e non caso, in questi stessi giorni, gli ambasciatori serbi stanno rientrando nelle sedi occidentali abbandonate per protesta dopo la proclamazione d'indipendenza del Kosovo. L’isolamento internazionale cominciava a incidere troppo sulla già lacera borsa politica ed economica di Belgrado.

Però non tutta l’Europa sembra accingersi ad accettare a tempi unanimi e concordi le pratiche dell’estradizione. Il responsabile della diplomazia europea, Solana, pare incline a dare cauto ascolto alle eccezioni sollevate in merito dal gruppo dei Paesi nordici, schierati alle spalle dell’Olanda gravemente macchiata, all’epoca di Srebrenica, dall’indegna e quasi complice inerzia dei suoi caschi blu che prima dell’eccidio brindavano in divisa Onu col generale Ratko Mladic. C'è chi ricorda ancora la foto, scattata il 12 luglio 1995, in cui si vede il capo del corpo olandese, Ton Karremans, in procinto di avvicinare il bicchiere di sljivovica a quello del massacratore in tuta mimetica che agiva agli ordini del presidente Karadzic. Scandalo morale e crisi politica provocarono poi le 500 medaglie elargite dal governo dell’Aja ai soldati del contingente che non impedirono la strage di ottomila musulmani bosniaci. Ora molti temono che nuovo scandalo e nuova crisi, ai danni dell’Olanda, possano emergere proprio al tribunale dell’Aja dalla testimonianza di un personaggio pericoloso, incontrollato e ricattatorio come Karadzic. Sembra di capire che i nordici, perciò, cerchino di guadagnare tempo, sostenendo che non basta trascinare alla sbarra internazionale un solo responsabile, il solo mandante Karadzic, non accompagnato dall’esecutore militare e manuale del genocidio. Secondo taluni sarebbe addirittura Mladic il principale colpevole dell’orrore.

Ma si tratta di sofismi di lana caprina, che hanno poco valore storico e poca probabilità di realizzarsi subito nei fatti. Sarebbe come dire, con le dovute proporzioni s’intende, che era quasi più importante colpire Himmler prima di Hitler o Beria prima di Stalin. Nello specifico caso balcanico era Karadzic la mente e Mladic il braccio del male. Era il poetico e superlativo montenegrino Karadzic, interlocuore privilegiato di Mitterrand, del mediatore di Dayton Holbrooke, del ministro britannico Owen, perfino del Nobel Wiesel sopravvissuto ai lager nazisti, era lui lo stratega della morte sul viale dei cecchini nei 43 mesi d’assedio di Sarajevo. Era lui l’ideatore della mattanza di Srebrenica. Era lui che confidava agli amici che un «Turco», un islamico di Bosnia, vale assai più da morto che da vivo. Era insomma Radovan Karadzic, sostenuto dal defunto Milosevic e servito dal forse defunto Mladic, il promotore delle ecatombi più spietate che l’Europa ricordi dalla fine della seconda guerra mondiale.

L’uomo che oggi vediamo in sandali, con la lunga barba bianca da monaco ortodosso, non era comunque un criminale comune: citava a memoria i sonetti di Shakespeare, affascinava le donne, incantava i negoziatori occidentali col suo inglese fluente e impeccabile. Un mostro mellifluo, un attore sanguinario, un folle machiavellico mascherato di volta in volta da politico realista e da profeta? Addirittura un santo, se dobbiamo credere all’opinione di una certa Chiesa oltranzista serba. Diversi servizi occidentali hanno raccolto prove sufficienti per sostenere che, dal 2003, la Chiesa ortodossa avrebbe assunto l’onere di sostenerne la latitanza. La gerarchia religiosa avrebbe inviato a suo tempo questo messaggio alle docili autorità di Belgrado: «D’ora in poi dimenticatevi che esiste. Lo proteggeremo noi, nei nostri monasteri, fino all’estinzione dei suoi giorni. Allora gli costruiremo un mausoleo dove la gente potrà venire a venerarlo come eroe del popolo serbo». Nessuno ricorda più che il vero Karadzic degno di venerazione, al quale l’Encyclopaedia Britannica dedica mezza pagina, si chiamava Vuk: visse nella prima metà dell’Ottocento, fu filologo romantico, padre della letteratura serba, unificatore e semplificatore degli alfabeti serbi e croati, spirito d’unità culturale e non d'odio razziale fra i popoli jugoslavi.

Invece, il falso Karadzic, non si sa bene se da medico o da paziente, è finito sotto altro nome in una clinica secondaria per malati mentali, fino a ieri dimenticata dalle autorità serbe e ignota al mondo intero. Non è da escludere che potremo rivederlo presto alla sbarra dell’Aja, perfettamente sbarbato, in doppiopetto scuro, al posto del prigioniero Milosevic che lo temeva e lo nominava il meno possibile. Si capisce perché nell’attesa tanti olandesi tremino.