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venerdì 30 ottobre 2009

IL GARANTISMO ALLE VONGOLE DEL COMMISSARIO DAVANZONI

da Dagospia, er mejo sito che ci sia

IL DOPPIO PESO DEL COMMISSARIO DAVANZONI

Nella necessità di dover dimostrare che il colpevole del caso M'Arrazzo è il Banana, il capo della Buoncostume di Largo Godetti riesce a scrivere che per il governatore del Lazio "non aver denunciato il ricatto è stata una leggerezza". Il commissario Davanzoni si dimette così da poliziotto, derubricando a semplice "leggerezza" l'aspetto più grave di tutta la vicenda (Repubblica, p.1).

Ma tanto garantismo alle vongole dura solo pochi secondi, giusto il tempo di tornare a Papi Silvio. Davanzoni riversa due paginoni (12-13) di illeggibile prosa borbonica per arrivare al punto che gli preme: Alfonso Signorini, Marina e Silvio Berlusconi, Maurizio Costa andrebbero indagati per ricettazione. Dai consigli per gli acquisti ai consigli per gli avvisi. Di garanzia.

lunedì 12 gennaio 2009

PENSIERO DEBOLISSIMO

IL VATTIMO FUGGENTE – IL FILOSOSO DEL PENSIERO DEBOLE SOGNA RAZZI Più EFFICACI DEI QASSAM (“FANNO SOLO RUMORE”) PER RADERE AL SUOLO ISRAELE – SUI MONACI TIBETANI AVEVA DETTO: “VOGLIONO INVADERE LA CINA” – COME PENNACCHI: “A VATTIMO, E TU VATTENE AFF…”

Alessandro Gnocchi per "Libero"

Il filosofo Gianni Vattimo, teorico del pensiero debole, ha alcune proposte forti per contrastare l'odiato sionismo. Ad esempio, come chiede qualcuno, si potrebbe aderire al boicottaggio di aziende e supermercati che importano merci da Israele. Si potrebbe ma non si può, c'è un impedimento ostico al pari di certe pagine di Heidegger: «Non sono io a fare la spesa», ha dichiarato ieri il pensatore desolato al Corriere.
Gianni Vattimo

Ecco quindi l'idea numero due: «Bisognerebbe procurarsi missili più efficaci dei Qassam e portarli laggiù ma mi pare più complesso». I missili Qassam, per la cronaca, sono quelli, all'origine dell'attuale scontro, sparati dai palestinesi sulle teste dei vicini israeliani. L'anno scorso, quando Vattimo si è schierato contro la presenza di Israele come ospite d'onore della Fiera del libro di Torino, giravano volantini dei boicottatori in cui si leggeva che i «razzi Qassam fanno solo rumore». Ciò spiega il motivo per cui Vattimo intende sostituire gli inutili petardi con armi più pericolose.

Già, la Fiera 2008. Momento di gloria per il filosofo, incoronato leader della protesta filo-palestinese. Vattimo non si è fatto pregare. Infatti il filosofo in materia non ha dubbi e sa gestire i media da showman consumato. Eccolo lodare la «resistenza palestinese, praticamente la sola rimasta contro il pensiero unico, imperialista e dominante».

Poi approfondisce il discorso: «Oggi la regola pare sia che non si può dare del fascista a un ebreo». Quindi, offeso per le critiche ricevute, rivaluta un classico dell'antisemitismo, I Protocolli dei savi di Sion, libro amato da Hitler e meditato da Ahmadinejad: «Non ho mai creduto alla menzogna dei "Protocolli". Ora inizio a ricredermi, visto il servilismo dei media».
Scontri a Gaza

A parte Israele, il professore sembra aver dichiarato guerra al buon senso in generale. Il catalogo delle sue bizzarrie è lungo come la sua opera omnia, di recente pubblicata in 12 agili volumi suddivisi in 43 tomi. (Per Platone ne sono bastati 9).

L'anno scorso tutte le televisioni del mondo hanno trasmesso le immagini della repressione cinese a danno dei tibetani. Di fronte all'esercito di Pechino per le vie di Lhasa intento a manganellare i monaci buddisti, Vattimo ha avuto una illuminazione delle sue: lo spettacolo propinato dai media imperialisti è falso. La verità è un'altra: il Tibet ha invaso la Cina.

Subito è scattato l'appello in difesa dei diritti dei governanti comunisti «sotto attacco dell'Occidente», Vattimo è stato il primo e forse l'ultimo a firmare. Gli «europei» hanno orchestrato una «campagna anti cinese dai connotati razzisti». Esatto, c'è un «piano imperialista contro Pechino», è un nuovo capitolo della «guerra dell'Oppio». Vattimo rivela: in Tibet c'è «una caccia ai cinesi ... finita con donne, vecchi e bambini dati alle fiamme».

Ex europarlamentare ds, poi depennato e migrato verso lidi più radicali, se l'Italia fosse una repubblica guidata da lui avremmo risolto ogni guaio. Anche in politica interna Vattimo ha opinioni ponderate. Prendiamo il PdL: «A parte le bombe, contro Berlusconi tutto è lecito». Con i suoi vecchi compagni di strada è altrettanto gentile: «Veltroni è un lettore di Topolino». Vattimo comunque ha trovato un punto di riferimento e qualche tempo fa dichiarava: «Io sono per la rinascita del Pci, ma non vedo grandi speranze. C'è rimasto solo Marco Rizzo, uno che ci crede...». Subito dopo Marco Rizzo e sodali sono stati cancellati dal Parlamento grazie al voto degli elettori.
Scontri a Gaza

Vattimo offre filosofiche considerazioni su tutto e tutti. Osama Bin Laden: «Visto che non c'è un governo legittimo con cui trattare», ha scritto sul Manifesto, «perché continuiamo a rifiutare ogni trattativa con la falsa idea che il nemico sia solo un vile e abominevole bandito?». La strage di Nassiriya in cui morirono 19 soldati italiani: «Un effetto collaterale di un atto di resistenza».

Potremmo proseguire ma concludiamo con un aneddoto raccontato da Pierluigi Battista in un articolo sul Corriere della Sera. Nel 2007, l'allora segretario dei Ds Piero Fassino, in vena di auto-flagellazione, si sottopose a una sorta di processo pubblico. Il tribunale, riunito nella Sala dello Stenditoio del San Michele di Roma, era composto dalla cosiddetta intellighenzia: Furio Colombo, Moni Ovadia, Asor Rosa, etc. Scrive Battista: «Si raggiungono le vette dell'avanspettacolo quando Gianni Vattimo chiede a Fassino : "A Torino io vado in tram, Fassino ci vai mai in tram?". Viene inurbanamente interrotto dallo scrittore Antonio Pennacchi con un ruspante: "A' Vattimo, e tu vattene affanculo"».

martedì 14 ottobre 2008

l'ultima lezione di Vattimo

Finché c'è conflitto c'è speranza
Il filoso Gianni Vattimo

L'ultima lezione del filosofo che lascia l'Università "Ma resta da fare tanto lavoro, non solo teorico"
GIANNI VATTIMO
Perché «dal dialogo al conflitto»? Non è forse l’ermeneutica - quell’orientamento filosofico a cui sulle tracce di Pareyson, Gadamer, e prima Heidegger e Nietzsche, ho sempre cercato di ispirarmi - per l’appunto una filosofia del dialogo? Anni fa, anche in base all’esperienza di dibattiti americani dove l’ermeneutica era diventata semplicemente il nome di tutta la filosofia «continentale» (da Habermas a Foucault a Derrida e Deleuze) sostituendo esistenzialismo e fenomenologia, avevo proposto di parlare di ermeneutica come nuova koiné, nuovo idioma comune di larga parte della filosofia contemporanea.

Questa diffusione, per dir così, dell’ermeneutica l’ha anche fatalmente «diluita»; io pensai allora di opporre una più dura accentuazione dell’inevitabile esito nichilistico dell’ermeneutica presa sul serio. Che ogni esperienza di verità sia interpretazione non è a propria volta una tesi descrittivo-metafisica, è una interpretazione che non si legittima pretendendo di mostrare le cose come stanno - anzi non può affatto pensare che le cose, l’essere, «stiano» in qualche modo; interpretazione e cose, ed essere, sono parti dello stesso accadere storico; anche la stabilità dei concetti matematici o delle verità scientifiche è accadimento; si verificano o falsificano proposizioni sempre soltanto all’interno di paradigmi che non sono a loro volta eterni, ma epocalmente qualificati, sono «eventi».

Alla nozione di evento di Heidegger io aggiungevo - credo sempre in fedeltà al suo insegnamento - una più esplicita filosofia della storia dell’essere di origine nietzschiana: se guardiamo alla storia dell’essere come si è data e si dà a noi occidentali (cittadini dell’Abendland, la terra del tramonto) la lettura più ragionevole che possiamo darne è quella proposta da Nietzsche con la sua idea di nichilismo: la storia nel corso della quale, come riassume Heidegger, alla fine dell’essere come tale non ne è più nulla. Appunto dell’essere come tale: l’on è on di Aristotele, l’essere come struttura stabile che sta al di là di ogni contingenza e garantisce la verità immutabile di ogni vero ha invece il «destino» di camminare indefinitamente verso il non-esser-più l’essere come tale.

Ecco dunque il senso dell’esito nichilistico dell’ermeneutica. Che non significa non avere più criteri di verità, ma solo che questi criteri sono storici e non metafisici; certo non legati all’ideale della «dimostrazione», ma piuttosto orientati alla persuasione - la verità è affare di retorica, di accettazione condivisa; come è del resto anche la proposizione scientifica, che vale in quanto è verificata da altri, dalla cosiddetta comunità scientifica, e niente di più.

Ma perché, ancora, dal dialogo al conflitto?

Posso confessare senza difficoltà che sono diventato sensibile a questo problema - che riassumo in questo titolo - per ragioni che non hanno anzitutto a che fare con questioni interne alla teoria, ma che sono invece fin troppo evidentemente legate a quella che con espressione dello Hegel dell’estetica chiamerei, alquanto pomposamente, la «condizione generale del mondo». Della quale prendiamo coscienza a partire dal senso di fastidio che ci suscita sempre più nettamente ogni richiamo al dialogo. Non solo nella recente politica italiana, dove i contendenti litigano rimproverandosi reciprocamente di non voler dialogare, con effetti che sarebbero comici se non ne andasse del destino del Paese. In verità, se riflettiamo sulle ragioni dell’insofferenza per la retorica del dialogo ci rendiamo conto che stiamo solo esprimendo una rivolta ben più ampia e più filosoficamente rilevante, e cioè la rivolta contro la «neutralizzazione» ideologica che domina ormai ovunque la cultura del primo mondo, l’Occidente industrializzato. Si tratta di quello che spesso è stato chiamato il pensiero unico, il quale si identifica in ultima analisi con ciò che i politici chiamano - quando lo nominano - il Washington consensus, al di fuori del quale non c’è che il terrorismo con tutti i suoi derivati.

Il pensiero unico nel quale siamo immersi ha il merito di averci fatto capire - in molti sensi sulla nostra pelle - che l’oggettivismo metafisico, oggi declinato soprattutto come potere di scienza e tecnologia, non è altro che la forma più aggiornata - e più sfuggente - del dominio di classi, gruppi, individui. Neutralizzazione e potere degli esperti di ogni tipo sono la stessa cosa. È l’esperienza che, anche nel piccolo orizzonte della società italiana, facciamo quando vediamo la scomparsa delle differenze tra destra e sinistra. Una scomparsa che del resto è generale, almeno nel mondo occidentale della razionalità capitalistica, per quanto quest’ultima sia sempre più visibilmente irrazionale e manifesti senza alcun pudore la sua essenza puramente predatoria.

Ripeto in breve i passi impliciti in quanto detto fin qui. La verità, se non è rispecchiamento di un ordine eternamente dato di essenze e strutture, è accadimento, e accadimento dialogico. Verità si dà quando ci mettiamo d’accordo. Ma il dialogo sarà davvero sempre così pacifico?

La retorica odierna del dialogo ha molti caratteri per essere sentita come una maschera del dominio - ed è così che la viviamo di fatto nella nostra insofferenza crescente verso di essa.

Heidegger ci ha insegnato che la verità di una proposizione qualunque si prova solo all’interno di un paradigma storico, il quale non è semplicemente l’articolarsi di una struttura eterna (natura dell’uomo, primi principi ecc.) ma accade, nasce, ha un’origine, il cui modello egli vede nella nascita dell’opera d’arte. La quale è un luogo di accadere della verità in quanto (pensiamo a Dante, alla Bibbia, a Shakespeare) è l’apertura di un orizzonte storico, la nascita di un linguaggo e di una nuova visione del mondo. E quel che costituisce la base della forza inaugurale dell’opera d’arte, dice Heidegger, è il fatto che essa mantiene aperto il conflitto tra «mondo» e «terra». Due termini che vanno intesi l’uno, il mondo, come l’orizzonte articolato, il paradigma, che l’opera inaugura e dentro cui ci fa «abitare»; l’altro, la terra, come quella riserva di sempre ulteriori significati che, come dice il termine stesso, sono legati alla vita - della natura e della persona - e che costituiscono sempre un alone oscuro da cui proviene la spinta a progettare, a cambiare, a divenire altro.

Ma la «terrestrità» non si lascia chiudere dentro la stabilità di un dialogo felice, che istituirebbe la verità come nascita armoniosa di un nuovo paradima.

Non si può cercare di uscire dall’oggettivismo metafisico - apologetico, «realistico» - senza venir coinvolti in un conflitto da cui soltanto può scaturire la verità-evento. La libertà - la progettualità umana in cui soltanto si annuncia l’essere come tale - è sempre minacciata dalla metafisica (cioè dalla violenza del dominio).

Per questo, cercare di pensare l’essere non vuol dire altro, oggi per noi, che opporsi alla neutralizzazione, prendere partito. Con chi e per cosa non è poi una scelta tanto difficile.

Se l’essere è pensato come progettualità e libertà, si dovrà ovviamente scegliere di stare con quelli che più progettano perché meno hanno: il vecchio proletariato marxiano, non titolare metafisico della verità perché libero di vedere il mondo fuori delle ideologie; ma portatore dell’essenza generica perché più di ogni altro individuo, gruppo,classe, è definito dal progetto, cioè autenticamente ex-sistente.

Come si vede, questo discorso è tutt’altro che un congedo - anche se forse qualcuno, viste le conclusioni poco «innocenti», potrebbe essere tentato di salutarlo, finalmente, come tale. C’è ancora un sacco di lavoro, non solo teorico, da fare. Dunque, piuttosto un arrivederci, forse in altre sedi, ma speriamo con la stessa importuna passione progettuale.