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martedì 27 gennaio 2009

VITA TURBOLENTA DI SIMENON-1


John Banville ribalta l'immagine di «artista d'evasione»
Profondo noir, il cuore oscuro di Simenon
Nella sua ispirazione non ci fu soltanto Maigret ma violenza, eros e un impulso sfrenato a scrivere

di JOHN BANVILLE

Nel considerare la vita e le opere di George Simenon viene spontaneo chiedersi: ma era umano? Perché Simenon era dotato di energie, creative ed erotiche, straordinarie. Scrisse più di 400 romanzi sotto diversi pseudonimi, un numero infinito di racconti e di sceneggiature per il cinema e, verso la fine della vita, dopo aver deciso di smettere con la narrativa, scrisse migliaia di pagine di memorie. Riusciva a stendere un romanzo in una settimana o in dieci giorni, battendo a macchina furiosamente, senza mai rivedere il suo lavoro (e a volte si nota). Si dice che a Parigi, negli anni Venti, avesse troncato una relazione con Josephine Baker, la chanteuse americana star della Revue Nègre, perché nell’anno in cui era stato con lei la passione l’aveva tanto distratto che era riuscito a scrivere solo tre o quattro libri.

Si procurava spesso distrazioni di quel tipo. Nel 1976, ultrasettantenne, in un’intervista uscita sull’Express rivelò all’amico Federico Fellini di aver avuto 10.000 donne. Aveva cominciato presto, perdendo la verginità a dodici anni con una ragazza di tre anni più grande, che l’aveva convinto a cambiare scuola in modo da poter continuare a frequentarlo e poi l’aveva lasciato per un altro fidanzatino. Il giovane George aveva ricevuto la prima lezione di vita. Era nato a Liegi, in Belgio, nel 1903, da un padre bonario ma debole e da una madre terribile con cui, per tutta la lunga vita di lei, ebbe un’intensa relazione di odio-amore. A sedici anni lasciò la scuola per diventare reporter alla Gazette de Liège, e si unì alla Caque, un gruppo di dandy e bohemien che aveva come guida spirituale il pittore Luc Lafnet. In seguito Simenon descrisse la domenica di giugno del 1919 in cui conobbe Lafnet come “uno dei giorni più importanti della mia adolescenza”.

La Caque era un gruppo di ragazzi sfrenati che bevevano, facevano uso di droghe e professavano il libero amore. “Eravamo un’elite”, scrisse più tardi Simenon. “Un piccolo gruppo di geni che il caso aveva riunito”. Erano anche pericolosi e, almeno in un’occasione, si rivelarono auto-distruttivi. All’alba di una mattina d’inverno, dopo una notte passata a bere, un ragazzo del gruppo, Joseph Kleine, “le petit Kleine”, aspirante artista e cocainomane a cui il nome si addiceva, essendo minuto e di debole costituzione, fu trovato impiccato alla porta della chiesa di Saint-Pholien a Liegi. Si pensò a un suicidio, o a un omicidio camuffato da suicidio. La mattina successiva la Gazette di Liegi scrisse che il giovane si era senza dubbio ucciso. Passarono molti anni prima che Simenon ammettesse di essere stato l’autore di quell’articolo, opportunamente uscito prima che la polizia avviasse delle indagini. “Ho voluto dichiarare la nostra innocenza”, scrive nelle sue memorie. “O piuttosto la mancanza di premeditazione... Non sapevamo in che stato fosse il ‘petit Kleine’. Ma non siamo noi, in fondo, che l’abbiamo ucciso?”

L’immagine dell’impiccato colpì molto Simenon. Il secondo romanzo di Maigret è intitolato L’impiccato di Saint-Pholien, e in uno dei romanzi più belli, Gli intrusi, pubblicato nel 1940, c’è una banda di ragazzi sfrenati e auto-distruttivi, che si richiama chiaramente alla Caque, e le cui bravate culminano in un omicidio. Simenon conosceva bene quel che descriveva.
Nel 1920, a diciassette anni, pubblicò il primo romanzo, Au Pont des Arches, corredato da illustrazioni di diversi artisti, tra cui il suo mentore, il vagamente satanico Lafnet. Au Pont des Arches, un libro divertente, in ambito locale ebbe successo. Simenon l’aveva firmato Georges Sim, uno pseudonimo che avrebbe usato per qualche tempo e che mantenne anche quando tre anni dopo si trasferì a Parigi con il proposito di diventare un vero scrittore. Cominciò a mostrare le sue storie a Colette, allora collaboratrice del giornale Le Matin, che gli consigliò di sfrondare al massimo il suo stile. Fu sicuramente il miglior consiglio che abbia mai ricevuto, e saggiamente lo seguì. Si mise a scrivere racconti popolari riscuotendo un notevole successo, e sfornò libri con una ventina di pseudonimi diversi. Verso i venticinque anni, ormai ricco, si imbarcò in una serie di viaggi attraverso l’Europa, l’Africa e, nel 1934, intorno al mondo. Il lavoro frenetico e l’ossessiva irrequietezza caratterizzeranno gran parte della sua vita.

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venerdì 26 dicembre 2008

LA VITA È UN GIOCO

Microsoft mette le mani su «The Guild»
Il colosso di Redmond acquisisce i diritti per la sitcom nata nel web e finanziata dai suoi stessi fan

MILANO - Dove può incontrare il successo una sitcom che parla di accaniti players di giochi di ruolo online? La risposta è scontata: sul web. Meno scontato è però che il successo non sia semplicemente grande, ma che diventi addirittura travolgente. Ed è quello che è successo a «The Guild», una miniserie dedicata al gaming online - otto puntate trasmesse solo in rete - che ha finito con l'attirare l'attenzione di un colosso come Microsoft. La società di Bill Gates, per una cifra non precisata, ha deciso di acquisirne i diritti e di finanziarne la seconda serie, che è ora disponibile su Msn video, Zune e Xbox e che presto sarà trasformata in un vero e proprio dvd. E poi? Un approdo in televisione? Potrebbe anche esserci, ma non è scontato. E del resto, come scrive il Guardian che racconta l'intera vicenda, «chi ha bisogno della televisione quando si hanno già milioni di fan sparsi nel web e i muscoli commerciali di Microsoft?».

Fatto sta che «The Guild», nato come produzione indipendente, è diventato un vero e proprio fenomeno cult. La serie è stata ideata da Felicia Day, l'attrice che interpreta Codex, il personaggio principale, e narra delle vicende di un gruppo di giocatori che trascorrono in rete molte ore ogni giorno per portare avanti un universo parallelo fatto di gnomi, elfi, maghi, dame e cavalieri. Un riferimento neppure troppo nascosto a «World of Warcraft», conosciuto anche come WoW, un gioco di ruolo che vanta l'incredibile numero di 11 milioni di iscritti da tutto il mondo i quali, secondo alcuni recenti studi statistici, dedicano a questa realtà virtuale una media di almeno 17 ore ogni settimana e che hanno un'età media di trent'anni. Un po' come i protagonisti di «The Guild», le cui vite virtuali finiscono con il trovare sbocchi e incontri anche nella vita reale.

La prima serie di «The Guild» è stata portata avanti in maniera pressoché eroica. La puntata numero uno è stata finanziata dalla stessa Felicia Day assieme ad un co-produttore, Kim Evie. L'idea era di presentarla come una sorta di «numero zero», una puntata-pilota da sottoporre a possibili finanziatori che si sarebbero dovuti fare carico della copertura economica dei successivi episodi. Ma l'operazione non è andata in porto: Day e Evie si sono ritrovati a fare i conti con molti no e molte porte chiuse. Così hanno deciso di rivolgersi direttamente al popolo del web: attraverso le community che gravitano attorno a WoW e a Buffy, un'altra serie tv a cui la Day ha partecipato come attrice, hanno propagandato la web sitcom che ha raccolto consensi sempre maggiori, al punto che le altre sette puntate della prima serie sono state finanziate dai fan attraverso donazioni spontanee mediante PayPal.

La Rete, insomma, ha dato quella risposta che i produttori ufficiali non hanno dato, forse - ha fatto notare la stessa Felicia Day, «perché era necessario combattere contro gli stereotipi che vedono i giocatori online come dei ragazzotti brufolosi sempre chiusi nel buio delle loro camere». Insomma, roba da sfigati. Un'idea che gli autori di «The Guild» ovviamente respingono. «WoW ha molto da insegnarci: oggi mancano relazioni sociali, non sappiamo neppure chi sono i nostri vicini di casa. Non abbiamo delle vere comunità, così ne creiamo altre attraverso la rete, che dimostrano anche una certa solidità». Teoria sociologica condivisibile o meno, i numeri stanno a testimoniare che la «rivincita dei nerds» - se poi li si vuole davvero identificare così - è possibile. E l'interessamento di Microsoft sta lì a dimostrarlo.

domenica 21 settembre 2008

grande barbara

BARBARA ALBERTI CONTRO LE OSCENE BARBARIE LETTERARIE DEGLI SGARBI D’ITALIA
“È NORMALE CHE SGARBI CHIEDA DI FIRMARE UN PEZZO- MARKETTA A UNO SCRITTORE?”
“MASSIMILIANO PARENTE SA CHE È PIÙ APPASSIONANTE ESSERE VIVI CHE SOTTOMESSI”




LETTERA DI BARBARA ALBERTI A DAGOSPIA

Lo scrittore Massimiliano Parente ha raccontato su Dagospia che, per avere rifiutato un “favore” a Vittorio Sgarbi, si è visto respingere dal direttore editoriale della Bompiani, Elisabetta Sgarbi, un saggio su Proust.
Alcuni amici dello scrittore si preoccupano, dicono “ha fatto male, è stato imprudente, ha un contratto di opzione per 10 anni con la Bompiani, così butta via tutto, sai adesso come si vendicano…”.

Io non sono affatto preoccupata per Parente. Anzi lo invidio: beato lui che si prende il lusso di vivere fuori dalle logiche spregevoli della convenienza. Chissà come si diverte.
Gli invidio l’enormità del gesto. Gli invidio il coraggio. Gli invidio il pericolo e l’avventura.
E perfino il silenzio intorno, che dimostra la necessità della sua audacia.
Dicono che rischia brutto.

Ma no, rischierebbe molto di più a tacere, a non dar battaglia, a rinunciare a un gesto d’avanguardia a non prendersi questa soddisfazione, se no uno che è scrittore a fare? Scrittore vero. Chi non ha talento ma insiste, fa bene ad obbedire. Non Parente, che ha scritto "Contronatura", un libro come se ne vedono (forse) ogni 50 anni, una rivoluzione.

Un capolavoro del pessimismo e della parola, di sgradevolezza imperiale, di maestria sbalorditiva. Non lo dico solo io che sono una strega sospetta, lo ha scritto anche Edmondo Berselli sull’Espresso, definendolo l’opera d’arte assoluta.

Dicono che non doveva agire così perché “non la le spalle coperte”.
Copertissime, invece. Ha l’opera. Che lo protegge come i libri-angeli di Bergotte nella Recherche.
Finalmente un gesto. Come quando Majakovskij prese a schiaffi Vasilj Rozanov, invece del solito far finta di niente. Esempio: Paolo di Stefano, ad un lettore che gli chiede cosa pensi della vicenda Parente-Sgarbi-Sgarbi, risponde: “Ma è così importante?”
Sì. E’ importante. E’ fondamentale. E mi spiace che Di Stefano non lo intenda.

E’ importante che un autore scelto dall’editore per il suo valore letterario sia punito per uno “sgarro”, ovvero per avere rifiutato una proposta disonesta. Importante che non si usi il potere editoriale a capriccio, prescindendo dai testi.

Ma in questa bonaccia morale sembra normale che Sgarbi chieda di far firmare un articolo autopromozionale ad uno scrittore, contando sul fatto che non può dire no, visto che pubblica con la sorella - e quindi - secondo l’espressione orribile e cavallina - fa parte di una scuderia, dove si corre in gruppo o si è cacciati.

Sì, è normale perché è nella norma, una brutta norma che si fonda sulla vigliaccheria di molti scrittori, che non osano ribellarsi alle angherie degli editori, né prendere posizione contro una grande casa editrice. Ma c’è sempre un giusto a Sodoma, anzi cinque: Dagospia ha pubblicato la denuncia di Parente, Fulvio Abbate ha scritto un impetuoso articolo sull’Unità, il biblico Davide Brullo su La Voce di Romagna, Mario Baudino su La Stampa, e l’Unione Sarda. Solo loro non hanno paura? E gli altri? Tutti a capo chino, come gli schiavi di Metropolis? Il tema è così spinoso da indurre alla prudenza perfino chi vorrebbe schierarsi contro Parente?

Massimiliano Parente non è un martire, non si è “immolato” come scrive Mario Baudino .
Fa quello che deve fare l’artista, mettersi contro il suo tempo.
Bravo. Ha dato una grande soddisfazione al suo narcisismo eretico, e ha ragione a non avere paura. La vendetta non mancherà, e non in campo aperto, ma cosa possono fargli, di ‘definitivamente’ dannoso? Mica possono impedirgli di scrivere, o di pubblicare con altri.

Nella dittatura prossima ventura forse, ma non ancora. Il potere colpisce più facilmente chi è organico e compromesso, chi vuole una fetta della sua torta ripugnante, ma Parente è indecifrabile, non apparentato, straniero, sembra uno scrittore d’altri mondi capitato qui per caso, che si permette libertà oltraggiose per chi vi abbia rinunciato.

Anche negli articoli che scrive su un giornale che ho in abominio, e che però
compero quando li pubblica, attaccando i potenti delle lettere (critici, editori, scrittori), mai con elusivi discorsi sul “sistema” ma sempre con nomi e cognomi - e con una leggerezza, un sorriso, un’insolenza geniale, come se fossero tutti morti da mille anni, come se fossero un pretesto letterario invece di una banda agguerrita e vendicativa.

Pretendendo di conservare la sua dignità Parente ha infranto un tabù scottante, e non stupisce che siano in pochi ad intervenire - ciò che penso aumenti la sua ybris e il suo divertimento teatrale.

La società letteraria vive secondo quella che Antonio Moresco chiama la Restaurazione. Vive nella prudenza, nei favori, credendo che il potere sia questo, mentre il potere è sfidare chi vuole usarti ingiustizia, finché non ti rompono una gamba (speriamo che qualcuno non lo prenda per un suggerimento) e anche dopo, nel caso.

Gli scrittori non sono tenuti ad essere all’altezza dei loro libri, ad avere rapporti con lo sconosciuto che li scrive. Baudelaire contraddiceva il suo genio corteggiando il torpido Sainte-Beuve, che mai scrisse una vera parola di lode sulla sua opera. E come Paolo di Stefano scrolla il capo e passa oltre davanti alla vicenda Parente, Sainte- Beuve non volle prendere posizione nel processo per oscenità contro il poeta. Che continuava ad adularlo, a far finta di niente, a cadere in deliquio al primo cauto sorrisino che l’altro gli concedeva (come racconta Proust in Contre Sainte-Beuve).

Ma qualche volta capita che lo scrittore somigli all’opera.
Riconosco in questo gesto l’autore di "Contronatura".
E mi piace vedere un giovane che sa stare a testa alta- casualmente un giovane: mi esalta ugualmente l’essere scrittore radicale di Antonio Moresco, mio coetaneo, che pubblicò da Bollati Boringhieri “Lettere a nessuno”, corrispondenza con gli editori che rifiutavano i suoi libri, smascherandone ridicolaggini e miserie. Stesso coraggio, stesso umorismo anarchico, stessa sprezzatura.

Cosa si perde Parente? Alcuni vantaggi apparenti.
Cosa si guadagna? Tutto.
Non essere ricattabile, non affermare ciò in cui non crede.
Lanciare un manifesto di indipendenza.

Secondo la mia ingenua educazione al bello (in gioventù si studiava da eroi, cioè da uomini liberi) mantenersi integri, non corrotti, è un potere concreto, un patrimonio di salute.
Una cosa deve preservare lo scrittore una sola, la ricchezza, il talismano: la propria arte la propria ispirazione. Subisci oggi fingi domani si diventa brutti, incapaci di creare.

Ed è un suicidio rinunciarvi per il famoso “potere” letterario, che è un abbaglio, che vuol dire vivere come topi stando attenti tutta la vita a chi frequenti, senza una mossa che non sia studiata, a non dire mai ciò che pensi anzi a non pensarlo affatto.

Intervengo con un po’ di dispiacere. Ho amato Sgarbi in un’altra vita quando io ero un’altra e lui un altro, e credo che non avrebbe adoperato il suo potere in questo modo.
Né avrebbe detto che un libro su Proust può interessare solo una “comunità gay piagnucolosa”
Nè avrebbe chiamato qualcuno “coglione e gay”
Né replicato a Parente “quel rotto in culo le lettere aperte se le deve mettere nel culo”

Né gli avrebbe dato del cattivo scrittore perché non vende abbastanza.
Abbastanza per cosa?
Quando la Mondadori finanziava Stefano D’Arrigo mentre scriveva Horcynus orca non lo faceva perché pensava di pubblicare un best-seller, ma un grande libro. E un libro difficilissimo
Se il criterio è la vendita, togliamo Leopardi dalle scuole e al posto suo mettiamo Faletti e la Tamaro.

A Massimiliano Parente che gli chiede se alla base di questa restaurazione del clima intellettuale ci sia una regia consapevole, Antonio Moresco risponde:

“Non è neppure più necessario che ci sia una regia unica, basta lasciare che piccole vanità personali, interessi trasversali, ambizioni di carriere, di status, sinergie, dare-avere, servilismo, presunta furbizia, mediocrità, spirito del tempo, pelo sullo stomaco, accettazione di parametri e cinismo facciano il loro corso e il gioco è fatto, l’intossicazione è avvenuta. La solita, vecchia paura della bruciatura, dell’esclusione, dell’essere tenuti fuori dal gioco, anche se il gioco è piccolo, piccolo, fa spavento…”

Parente non ha paura perché sa che tutto questo temutissimo potere è come il mago di Oz: un’invenzione del terrore, un grammofono con un vecchio mantello sopra.
Sa che chi si vende si vende per niente - che è molto più appassionante essere vivi che sottomessi, rischiare che strisciare - che niente costa come piegarsi.

Bravo, permettiti questo lusso, esercita la forza del tuo talento.
Ci sarà tempo per essere vigliacco semmai diventassi un trombone rassegnato e colluso, ma ti auguro di morire prima.
Per ora stai facendo la rivoluzione culturale da solo. Stai salvaguardando te stesso.
Barbara Alberti

lunedì 30 giugno 2008

Ufo: si aprono gli archivi di stato

Ufo, si aprono gli archivi segreti

Dossier pubblici in Francia e Gran Bretagna. «Restano i misteri». Ancora avvistamenti

L'immagine di un oggetto non identificato avvistato in Amazzonia e mostrato a Cosenza nel corso di un convegno di ufologia all'Università della Calabria. (Ansa)
L'immagine di un oggetto non identificato avvistato in Amazzonia e mostrato a Cosenza nel corso di un convegno di ufologia all'Università della Calabria. (Ansa)
In Galles, qualche giorno fa, l'ultima puntata di una storia infinita: tre elicotteristi hanno dichiarato di aver avvistato un oggetto strano, che emanava forti luci, e di aver provato a seguirlo. Non ci sono riusciti perché ad un certo punto, puf, tutto è sparito. La solita vicenda di Ufo, con il consueto epilogo che porta a dire che siamo di fronte a episodi e a testimonianze inattendibili? Forse sì, ma forse no, perché queste tre persone hanno garantito di non aver preso abbagli, di essere lucide, sobrie e perfettamente in sé. Del resto, se non fossero nelle condizioni psicofisiche per volare, nessuno le metterebbe su un elicottero. Tre militari e per di più operativi, dunque, ovvero gente costretta a controlli metodici e regolari: la loro vicenda, come minimo, deve essere pesata con più attenzione rispetto a quella di persone più facilmente suggestionabili, perché è vero che i cialtroni, in buona o in cattiva fede, non sono mai mancati nella casistica degli oggetti volanti non identificati. Però non è mai mancato nemmeno il mistero. Più o meno denso, più o meno decifrabile. E comunque, sempre affascinante.

Ufo e ufologia sono di nuovo prepotentemente d'attualità, ammesso che siano mai passati di moda. Prima dei fatti nel Galles, ci sono stati il ritorno di avvistamenti a Phoenix (storica terra d'elezione per dischi volanti e cotillons) e le ore di tensione a bordo dello Shuttle Discovery, quando una luce si è messa a «pedinare » la navicella (la Nasa ha poi tranquillizzato gli astronauti: si trattava di un pezzo di isolante perso dallo stesso veicolo spaziale). Infine, soprattutto, ci sono i passi compiuti dai governi, che sempre più di frequente declassificano gli X-files relativi alla materia: in questo mese di giugno è stata la volta della Gran Bretagna, ma nel solo 2008 avevano già aperto gli archivi la Francia e l'Ecuador.

L'apertura dei dossier procede per gradi. L'Inghilterra ne ha messi a disposizione otto, per quelli che restano occorre attendere ancora. A occhio e croce, i documenti più interessanti paiono quelli relativi ai rapporti dell'ex Kgb (127 pagine di registrazione di eventi non normali) e una testimonianza che giunge dall'Ecuador. A margine dei 44 casi declassificati, un ufficiale, William Salgago, afferma senza ombra di dubbio «che ci sono velivoli di origine extra terrestre nella nostra atmosfera e che dobbiamo condividere il nostro spazio con esseri di altri mondi». Ma perché adesso i governi aprono i dossier? «Il fenomeno Ufo è diventato di massa: serve una risposta — spiega Enrico Baccarini, dirigente del Cun, il Centro ufologico nazionale —. Decenni di indagini e studi da parte di vari governi hanno prodotto più domande che risposte. Tutto ciò, unito alle incessanti richieste di comuni cittadini e di varie associazioni, ha indotto le autorità a sbloccare parte dei propri archivi». Resta da capire se la scelta si lega, come sostengono al Cun, all'opportunità di preparare la gente oppure alla certezza che si possono togliere i vincoli in quanto non c'è nulla di decisivo e di preoccupante. Quest'ultima tesi, tra l'altro, è stata usata proprio in occasione dell'apertura degli X-files inglesi. «La teoria dell'acclimatazione al fenomeno — commentano al Cun — viene sostenuta a fronte di una consapevolezza che da parte dei vari governi non tutto è stato ancora detto.

Il segreto di Stato unito al pericolo di possibili choc culturali inducono alla cautela nel rendere pubbliche le informazioni». Intanto cresce nel mondo la voglia di Ufo, la voglia di alieni. E l'interesse, secondo Baccarini, non è solo e tanto per le componenti immaginifiche del fenomeno, «quanto perché è sempre più ampia la consapevolezza che la vita non è patrimonio esclusivo della Terra. Il Vaticano stesso ha ammesso tale possibilità («Si può credere in Dio e negli extraterrestri » ha dichiarato l'astronomo-teologo José Gabriele Funes, ndr) e le ultime scoperte delle sonde inviate provano l'evidenza di forme di vita batterica su Marte; infine, la scoperta di pianeti extrasolari simili al nostro avvalora la non unicità del sistema solare in cui siamo collocati». Perché dovremmo essere soli nell'universo?, si chiedono al Cun. «Più di sessant'anni di avvistamenti nei cieli, registrati da piloti militari, uomini di governo, scienziati, comuni cittadini dimostrano— dice Baccarini — la presenza di un fenomeno tangibile. Decine di commissioni governative lo hanno esaminato, non riuscendo mai a classificarlo, nella sua totalità, come di origine naturale o terrestre. La stessa Aeronautica militare possiede un proprio ufficio che si occupa del censimento statistico di questi oggetti.

La realtà è che il fenomeno Ufo esiste e interessa a vari livelli tanto gli establishment governativi quanto coloro che si trovano ad avvistare qualcosa di anomalo». Fermandoci al solo caso dell'Ami e bloccando la ricerca a ritroso al 2001, sono 32 i casi che non hanno trovato una spiegazione attendibile. Nel 2005 si è registrata poi l'uscita dell'ex ministro della Difesa canadese Paul Hellyer in una conferenza a Toronto: ricordando di aver partecipato dal 1963 al 1967 alle riunioni dell'Alleanza Atlantica, dichiarò che dal 1947 (quando il pilota Kenneth Arnold disse di essersi imbattuto in una serie di flying saucers, episodio di poco anteriore al caso Roswell e al presunto ritrovamento di un'astronave schiantatasi al suolo) gli Ufo volano in totale libertà sopra i nostri cieli. Non solo: il desiderio degli Usa di tornare sulla Luna entro il 2020 sarebbe da legare alla necessità di creare una base che permetta di difendere la Terra dagli attacchi intergalattici. Curiosamente, negli anni 70, anche di questo si parlava in una serie di telefilm diventata cult: chi non ricorda Shado, l'organizzazione costituitasi per combattere in assoluto segreto una razza aliena in via d'estinzione che sperava di sopravvivere catturando uomini per usarli come pezzi di ricambio? «L'evidenza che fenomeni sconosciuti sono presenti nei nostri cieli — dice ancora Baccarini — è ormai incontrovertibile.

Già nel IV secolo dopo Cristo, lo scrittore latino Giulio Ossequente ci parlava di "scudi infuocati" che stazionavano nei cieli dell'antico impero romano. Gli Ufo esistono dunque da molto prima di quanto si possa pensare e la storia stessa testimonia questa realtà. Oggi non si discute più sull'evidenza del fenomeno, ma semmai sulla sua natura o sulle sue possibili implicazioni sociali, culturali e tecnologiche».

Flavio Vanetti

mercoledì 18 giugno 2008

addio a Rigoni Stern

Il grande scrittore aveva 86 anni. Già svolti funerali nella sua Asiago
Scrisse meravigliose pagine pagine sulle montagne che conosceva bene

E' morto Mario Rigoni Stern
cantò la tragica ritirata in Russia

"Il sergente nella neve" è la sua opera più nota: frutto della terribile
esperienza personale durante il dramma degli alpini mandati a morire in Siberia


E' morto Mario Rigoni Stern cantò la tragica ritirata in Russia

Mario Rigoni Stern

ASIAGO (VICENZA) - Lo scrittore Mario Rigoni Stern è morto ad Asiago, all'età di 86 anni. Malato da tempo, è mancato ieri sera. I funerali si sono svolti oggi, in forma strettamente privata, nella piccola chiesa del centro dell'altopiano. C'erano la moglie Anna, i tre figli con i due nipoti ed il fratello Aldo dietro la bara, Nella cappella non più di 10 persone. Nessuna autorità e nemmeno amici del celebre autore autore del 'Sergente nella neve'.

Mario Rigoni Stern ha scritto pagine indimenticabili sulle sue montagne che amava e conosceva profondamente (Il bosco degli urogalli, Storia di Tonle, Le stagioni di Giacomo...) e ha raccontato in uno dei romanzi più letti del secolo scorso, la tragica ritirata degli italiani in Russia. "Il sergente nella neve", tradotto in diverse lingue e utilizzato in tutte le scuole italiane come testo di lettura, è una storia straordinaria frutto dell'esperienza personale dell'autore che partecipò alla campagna di Russia e riuscì a tornare vivo.

"Era uno scrittore grandissimo aveva la grandezza che hanno i solitari". E' il primo commento di Ferdinando Camon, collega e amico di Rigoni Stern: "Quando sono stato presidente del Pen Club italiano - ricorda - è stato il primo italiano che ho candidato al Nobel: era uno scrittore classico, dalla visione lucida e dalla scrittura semplice ma potente; aveva carisma anche come uomo. Aveva un carattere buono e mite - rileva - se ne fregava dei convegni e delle società letterarie".

Rigoni Stern era nato ad Asiago il primo novembre del 1921. L'infanzia trascorsa nelle malghe dell'Altipiano, tra la gente di montagna, a contatto con i pastori, lui, Mario, una famiglia numerosa e di tradizione commerciale. Alpino, per scelta quando si arruola volontario alla scuola militaree di Aosta e la guerra non è all'orizzonte, viene chiamato alle armi nel '39 e la sua vita cambia per sempre. Impegnato nel fronte albanese, poi in quello russo, sperimenta la tragedia della ritirata, dell'abbondanono e della morte nella gelida neve e poi della deportazione.

Ritorna, dopo due anni di lager, nel '45 all'Altipiano, e comincia a riversare nella scrittura la tragedia che ha vissuto in prima persona. 'Il sergente nella neve' lo pubblica grazie ad Elio Vittorini che lo segnala ad Einaudi. Negli anni '60 arrivera' poi 'I recuperanti' sceneggiatura per il film di Ermanno Olmi. Ma è lungo il silenzio tra 'sergente' e le altre opere. I racconti naturalistici de 'Il bosco degli urogalli' arrivano nel 1962. Tanti poi i suoi lavori e i suoi scritti apprezzati da critica e pubblico

venerdì 16 maggio 2008

nani da giardino

Tornano in azione i ladri di nani da giardino:
fermati due studenti a Trento

Un nano da giardino

TRENTO (15 maggio) - I ladri di nanetti da giardino tornano in azione. La scorsa notte due studenti di 18 e 20 anni sono stati bloccati dai carabinieri nei pressi di Bosentino, Trento, e denunciati per furto. Avevano appena rubato due nani dai giardini di due abitazioni a Vattaro e Vigolo Vattaro. Probabilmente i due ragazzi hanno voluto emulare gli autori di altri analoghi colpi effettuati in Trentino alcuni anni fa. Da quel momento in Italia si parla un "Fronte di liberazione dei nani e degli gnomi".

Il movimento sostiene che i nani, essendo creature nate nei boschi, soffrano enormemente nel dover vivere intrappolati nei giardini, costretti a sorridere. Devono quindi essere liberati. Soltanto nel loro habitat naturale le loro anime possono essere libere. La tradizione vuole che i nani ricambino la ritrovata gioia portando fortuna al loro liberatore.

Il movimento esiste realmente ed è nato in Francia intorno alla metà degli anni novanta. Si è poi espanso sempre di più, oltrepassando anche i confini ed approdando anche in Italia con il nome di Movimento autonomo per la liberazione delle anime dai giardini.

Esiste anche un movimento volto all'eliminazione di questi nani, il Fronte per L'Olocausto dei nani, sorto in Germania. Spesso sono protagonisti di atti clamorosi, quali ad esempio il sequestro, la decapitazione e l'esposizione pubblica dei nani rapiti.

mercoledì 19 marzo 2008

BIG DOG

Stati Uniti, il robot a quattro zampe
di "Guerre Stellari" è (quasi) una realtà

In Rete il video di "Big Dog", un bestione futuristico sviluppato da Boston Dynamics e Pentagono

Il Big Dog
MILANO
- Dobbiamo aver paura di questo robot? Un video sul portale YouTube di "BigDog", uno spettacolare robot a quattro zampe finanziato dal Pentagono, sta generando molto scalpore in Internet. Il filmato mostra questo cagnolone meccanico, l'ultimo ritrovato del Dipartimento della Difesa, mentre si muove in maniera incredibilmente realistica sul terreno impervio, riuscendo a destreggiarsi senza grossi problemi tra i boschi, sulla neve ma anche su un fondo ghiacciato. Il futuristico bestione, che sembra uscito da una produzione science-fiction hollywoodiana, ha fatto rabbrividire persino i fan più incalliti degli automi. Le reazioni in rete si dividono tra chi lo trova "affascinate" e "sorprendente". Per altri questo orribile mostro è semplicemente "raccapricciante".



GUERRE STELLARI - La Boston Dynamics, per conto del rinomato Massachusetts Institute of Technology (MIT), ha creato il "Most Advanced Quadruped Robot on Earth": il quadrupede robotizzato più avanzato sulla Terra. Il "grande cane", molto simile al "camminatore armato AT-AT" della saga cinematografica di Guerre Stellari, cammina ad una velocità di 5,3 chilometri orari. La sua struttura richiama certamente una sorta di cane malfatto: è stato sviluppato in questi anni in collaborazione con l'organizzazione del Pentagono per la ricerca a scopo militare DARPA, che ha finanziato il progetto con 10 milioni di dollari.

MILITARE - In una sequenza del video si vede un tecnico che lo spinge di lato violentemente con un piede. "BigDog", tuttavia, si sbilancia lievemente ma poi riprende la sua corsa. Cammina su pendii, su strade rocciose, va al passo ma può anche correre. Il corpo è in acciaio con un complesso sistema all'interno fatto di motore a benzina a un cilindro; computer; unità di misurazione inerziale, accelerometro, sensori, telecamere e giroscopi. "BigDog" è probabilmente uno dei progetti più ambiziosi in ambito militare, scrive il magazine "Popular Science".

martedì 4 marzo 2008

LET IT BE


1970: i Beatles erano virtualmente sciolti, e io li scoprivo per la prima volta attraverso questo disco che mostrava (anche in questo caso per la prima volta) il simbolo della mela stampato in rosso. Era (e io ancora non lo sapevo) un album atipico: prodotto da George Martin e Glyn Johns, e abilmente editato e ri-prodotto da Phil Spector, mostrava i Beatles a metà strada fra la registrazione in presa diretta (questo era stato il principio ispiratore iniziale) e la sovraproduzione à la Spector, con archi e sontuosi cori femminili. Il risultato è sorprendente, con picchi emotivi altissimi (The Long and Winding Road, Across the Universe, Let It Be, I Me Mine), piccole banalità estemporanee (Maggie Mae, Dig It) e splendidi rockers (Get Back, One After 909) e brani pieni di soul (I've Got A Feeling, Dig A Pony). Restava fuori inspiegabilmente Don't Let Me Down, canzone di Lennon appassionata e vibrante (uscì come singolo) e la struggente All Things Must Pass di Harrison (poi pubblicata poco dopo da George nel suo meraviglioso triplo col quale esordì da solista). Il tocco di Spector ha un triplice salutare effetto: esporta il suo celebre "muro del suono" fra i solchi di un disco dei Beatles (Spector/Wagner contra Martin/Bach), spande un'aura argentina e sonora sui cimbali e sulle corde delle chitarre acustiche, irrobustisce e americanizza il timbro della batteria.
Il risultato forse non è un capolavoro conclamato, ma certamente è qualcosa che rimarrà per sempre, come la copertina che mostra quattro volti separati, ciascuno con lo sguardo rivolto verso un punto individuale, fuori dal mondo edenico del "noi" e pronto ad entrare nella vita adulta individuale, e così sia.

mercoledì 23 gennaio 2008

dal "Corriere della Sera" Online


Omino verde su Marte, ufologi in tilt

Probabilmente è un effetto ottico, ma sembra una statuina verde femminile a mani giunte inginocchiata

MILANO - È una collinetta? Un semplice gioco di ombre? O veramente si tratta di qualche strana creatura marziana? Probabilmente non è il famoso omino verde quello scovato sulle alture del pianeta rosso ma un'insolita roccia. Tuttavia, le immagini catturate a fine del 2007 dalla sonda spaziale Spirit, e riprese ora da vari siti, hanno acceso un vivace dibattito in rete e messo in agitazione diversi blogger.

IMMAGINI - Bluff o clamorosa scoperta? Questi i fatti: si tratta di alcune affascinanti foto panoramiche scattate appunto da uno dei due robot della Nasa in missione sulla superficie marziana nell'ambito dell'operazione Mars Explorer. Nonostante le tempeste di sabbia che imperversano, sono ancora in attività le due rover robotizzate Spirit e Opportunity che dal 2004 hanno continuato a marciare sul suolo mandando immagini a 360 gradi e dati sulla conformazione del pianeta. Proprio uno di questi paesaggi è finito sotto la lente d'ingrandimento degli appassionati di astronomia. Dalle colline si intravede, infatti, un misterioso omino, apparentemente di colore verde che passeggia indisturbato. Anche i londinesi Daily Mail e Times si domandano a questo punto - un po'ironicamente - se effettivamente la sonda abbia scoperto finalmente la vita su Marte. Per il Daily Mail ha tutta l'aria di essere «una figura femminile che distende un braccio»; per il Times è «Bin Laden che si nasconde a 300 milioni di miglia di distanza dalla Terra».

COMMENTI - La notizia è naturalmente tra le più commentate: per molti si tratta semplicemente di un effetto ottico basato su luci e ombre - un po' come fu per l'oramai celebre «volto» scovato sulla superficie di Marte. La foto è autentica secondo The Register - scattata appunto su Marte (in una lunga esposizione durata dal 6 al 9 novembre 2007, come dice espressamente la foto pubblicata sul sito della Nasa, l'ente spaziale americano afferma che la foto è in colori leggermente falsati in modo di aumentare i contrasti dell'immagine). E sarebbe stato un lungo e minuzioso esame, pixel dopo pixel, di vari astronomi amatoriali, a portare ora alla luce l'intrigante sagoma.

MISSIONE - Nessun commento è arrivato dall'agenzia statunitense. Per gli scienziati della Nasa la sonda Spirit ha effettivamente trovato alterazioni sulle rocce che dimostrerebbero ancora una volta che sul pianeta rosso c'era acqua. Secondo le prove raccolte in questi anni l'acqua potrebbe avere interagito e cambiato la composizione di queste rocce. Agli antipodi del pianeta rosso, Opportunity, aveva già individuato prove evidenti di un ambiente un tempo umido. Già i primi robot, Viking 1 e Viking 2, atterrati su Marte nel 1976, cercarono indizi della presenza di forme di vita elementari, ma senza successo. A ogni modo il presunto «alieno» genera curiosità, se non addirittura ilarità, ma quanto meno ci porta a domandarci nuovamente se siamo gli unici nell'universo?

Elmar Burchia
23 gennaio 2008

mercoledì 16 gennaio 2008

ADDIO, VAMPIRA

Los Angeles, 15 gen. (Adnkronos) - L'attrice americana di origine finlandese Maila Nurmi, la prima Vampira della storia cinematografica e televisiva, e' morta all'eta' di 86 anni. La notizia e' stata pubblicata oggi da ''Variety''. Era il 1954, poco prima della mezzanotte, quando Nurmi fece conoscere al grande pubblico televiso il suo nome. L'attrice, in un avvolgente vestito nero, compariva attraverso un corridoio ricoperto di ragnatele; la luce fioca dei candelabri disegnava le pareti. Poi lei urlava in modo isterico dentro la telecamera: "Buonasera. Io sono Vampira". Cominciava cosi' il primo show dell'orrore a tarda notte in America. Lo show di Vampira si concludeva con la frase "Fate brutti sogni, cari"; quindi si allontanava lungo il corridoio mentre si passava le unghie tra i capelli ridendo come una pazza.

Per Nurmi fu un successo strepitoso, che le valsero copertine di giornali, ingaggi cinematografici e teatrali, scandali e love stories. Nonostante il programma tv sia durato solo un anno, la sua immagine e' entrata nell'immaginario, ispirando anche il personaggio vampiresco di Morticia Addams nella serie ''La famiglia Addams''.

Star nel film ''Furia d'amore'' nel 1958 e nel fantascientico ''Piano 9 da un altro spazio'', Maila Nurmi fu diretta per tre volte dal regista Albert Zugsmith: nel 1959 impersono' la poetessa beatnik in ''Beat Generation'', Gina in ''Corruzione nella citta' e nel 1960 la scienziata Etta Toodie nella commedia ricca di star ''Sex Kittens Go to College'' sempre del '60; in tutti i tre i films era presente anche Jackie Coogan, l'ex-monello di Charlie Chaplin e futuro zio Fester nella serie televisiva della ''Famiglia Addams''. Nel 1962 Nurmi impersono' una strega nella pellicola fantasy ''La spada magica'' di Bert Gordon. Dalla fine degli anni '70 i media ricominciarono ad interessarsi di lei, anche grazie alla riscoperta generale delle opere cinematografiche di Ed Wood e agli omaggi musicali di due gruppi punk come i Damned (le dedicarono ''Plan 9 Channel 7'' contenuta nell'album ''Machine Gun Etiquette del 1979) e i Misfits.

giovedì 13 dicembre 2007

HITLER'S SECRET SON





Did Unity Mitford have Adolf Hitler’s love child?

by Fran Yeoman
She was the English aristocrat who became so enamoured with Hitler that she shot herself in the head at the outbreak of war.

Unity Mitford, the daughter of Lord Redesdale, had been so entwined in the Führer’s inner circle that British secret services described her as “more Nazi than the Nazis”. But could this cousin of Winston Churchill have been closer to Hitler than anyone suspected?

An article published today raises the possibility that Mitford, who survived her suicide attempt, may have given birth to his child.

If the theory that this baby was born in a tiny Cotswolds village and rapidly adopted were true, Hitler’s child could be living somewhere in Britain today.

Unity Mitford was one of six well known – and somewhat politically diverse – sisters who included Diana, the wife of Sir Oswald Mosley, and Jessica, a committed communist.

She first went to Germany in the early 1930s, when the Nazis were on the rise, and the young woman was so overwhelmed by a visit to the Nuremberg rallies that she became determined to meet Hitler. This she managed in spectacular style, ingratiating herself to the point where he described her to friends as “a perfect specimen of Aryan womanhood”.

When her homeland declared war on the Third Reich in September 1939, Mitford was so devastated that, in the English Garden in Munich, she shot herself in the head with a pearl-handled pistol.

She suffered serious brain damage and returned to Britain via Switzerland. As the history books tell it, Mitford then lived as an invalid with her mother in the Cotswolds until her death, at the age of 33, in 1948.

Martin Bright, writing in the New Statesman, describes a phone call he received from a woman called Val Hann that suggested there could be more to it: “She explained that her aunt Betty Norton had run a maternity home to the gentry in Oxfordshire during the war and that Unity Mitford had been one of her clients.

“Her aunt’s business, in the tiny village of Wigginton, had depended on discretion and she had told no one except her sister that Unity had had a baby. Her sister had passed the story on to her daughter Val.”

When asked who the father of this child might be, Ms Hann paused before replying: “Well, she always said it was Hitler’s.”

Sceptical but intrigued, Mr Bright visited Wigginton, where he looked around the aunt’s former business, at Hill View Cottage, and met a woman called Audrey Smith.

“Audrey Smith was a little girl at the time, but by pure chance her sister (now dead, unfortunately) had worked at the home and had talked about Unity. Audrey claimed that she had seen Unity wrapped in a blanket and looking very ill. However, she insisted that she was at the home not to have a baby, but to recover from a nervous breakdown.”

Unsurprisingly, Mitford’s surviving sister, the Duchess of Devonshire, was unimpressed by Mr Bright’s investigations. “She was adamant that there was nothing in the Wigginton story and claimed she could produce her mother’s diaries to prove it.”

But a file on Mitford at the National Archives indicated that she may not have been such an invalid. Mr Bright notes: “By October 1941, the police picked up rumours that ‘Unity Mitford has formed an attachment for an officer in the RAF’. Further investigation found that she had been “consorting with Pilot Officer John Sidney Andrews”, an RAF test pilot’.”

The married Mr Andrews was apparently transferred to the north of Scotland and died in 1945, leaving no further clues about Mitford. A trawl of the Oxfordshire register office “confirmed that Nurse Norton had helped dozens of wartime mothers give birth at her maternity home. But no record of Unity Mitford.”

source: http://www.timesonline.co.uk