sabato 8 marzo 2008

DAL "CORRIERE DELLA SERA ONLINE"

L'inchiesta

I tunnel di Gravina e il colpevole perfetto

«Non per forza dev'esserci un uomo nero dietro. Non per forza tutto questo deve avere un senso»

Di questi tempi si fa un gran parlare di Vita. Con la «V» doverosamente maiuscola. Di amore per la Vita. Di rispetto per la Vita. È uno di quei dogmi che laici e religiosi portano orgogliosamente infilati nel taschino. Uno di quei postulati cristallizzati dall'uso che molti uomini politici pronunciano con labbra sconciamente vermiglie. Ebbene io mi chiedo: che cosa ha fatto la vita per meritare da noi tutto questo rispetto? Esiste una sola traccia in questo mondo che dimostri che vale la pena di esserci, respirare, alzarsi ogni mattina? Chissà che uno non possa ribaltare il postulato e affermare con Thomas Bernhardt (sì, credo sia sua ma se mi sbaglio chiedo scusa) che: «Generare è un crimine»?

La storia di Salvatore e Francesco Pappalardi di cui tutti sapete — morti di stenti in fondo a un pozzo, in un vero e proprio incubo — sembra dare ragione a Bernhardt. Retrospettivamente, valutando le esistenze di Salvatore e Francesco dalla fine (e perché uno non dovrebbe farlo, per Dio?) chi di voi se la sentirebbe di dire che ne è valsa la pena? Non sarebbe più leale sostenere che loro sono stati vittime di quel crimine che si chiama vita? E che, quindi, la Vita con la «V» maiuscola (quella gioia di esserci a tutti i costi) è un'invenzione trita e consolatoria? Una robetta da ridimensionare con un'alzata di spalle?


Non ho risposte. Nessuno le ha. È semplicemente stupido averle. Non è che un punto di vista. Quel che si chiama uno sfogo. Che qualcuno riterrà nichilista. Ma che a me sembra dettato da truce empirismo.
D'altra parte i commossi alfieri della vita-a-ogni-costo il più delle volte non disdegnano la retorica familista. La Famiglia: un'altra superba astrazione con tanto di lettera maiuscola su cui sdilinquirsi in nostalgiche litanie. Per quanto mi riguarda faccio mio il famoso grido di André Gide: «Famiglia, famiglie, io vi odio!».
E sembra proprio che la non proprio rassicurante famiglia di Salvatore e Francesco voglia dare ragione a quell'irriducibile immoralista! Nessun mulino in mezzo alle spighe dorate. Nessun appello televisivo realmente commovente. E lo dico con il rispetto che ispira una così abnorme tragedia.

Ieri sera ho visto sul sito del Corriere un video nel quale Maria Ricupero — la convivente di Filippo Pappalardi, il padre dei ragazzi, per ora unico imputato del loro omicidio — strillava l'innocenza del compagno dimenandosi, minacciando, pronunciando frasi di sfida con una tribale, ferina e chissà quanto autentica indignazione: «Filippo è un signore e deve uscire dal carcere come un signore!». E ancora: «Filippo Pappalardi è nato signore e deve morire da signore». E lo diceva come se il più temibile rischio corso dall'amato convivente fosse che qualcuno mettesse in dubbio la sua signorilità. E, infine, in questo valzer dell'ipocrisia primitiva, concludeva accusando la madre naturale di non essere rimasta a casa dopo la notizia del ritrovamento dei suoi figli, in tal modo non celebrando adeguatamente il sacro rito del lutto alla maniera dei veri signori.

Eppoi c'è il padre appunto: Filippo Pappalardi. Che, dal poco che ne sappiamo, sembra essere stato già condannato per ragioni biecamente lombrosiane.
A questo punto è lecito domandarselo: ci troviamo di fronte all'ennesimo caso in cui gli inquirenti si innamorano letterariamente d'un affascinante teorema giudiziario? In cui un uomo sta per essere condannato perché non ha pianto in modo convincente la scomparsa e la morte dei figli? Perché la sua scorbutichezza tradisce indifferenza se non addirittura soddisfazione?
Certo, non sta a me giudicare, tanto più che per vocazione mi professo sempre spudoratamente innocentista. Ma su una cosa tuttavia mi sembra necessario riflettere: ritengo che sia proprio questo amore-rispetto per la vita — quella che vorrei chiamare l'ideologia della vita — che spinge molta gente in perfetta buonafede a cercare a tutti i costi — anche nei mille tunnel di Gravina — il colpevole perfetto. Proprio perché non c'è nulla di più rassicurante di un colpevole.

Eppure ci sta che due fratelli giochino. Ci sta che uno dei due caschi in una buca profondissima. E che l'altro, per una toccante fraterna solidarietà, gli vada dietro, inconsapevole (pensate al panico, alla giovane età!) della morte cui sta condannando entrambi. Ci sta che il primo dopo poche ore muoia e che l'altro per un paio di giorni ne vegli il cadavere. Per poi morire a sua volta per le immani privazioni e per la paura. Sì, ci sta. Non per forza dev'esserci un uomo nero dietro. Non per forza tutto questo deve avere un senso. Anzi, la cosa beffarda e sconcertante è che la tanto celebrata vita (stavolta la minuscola è d'obbligo) non è che una perdurante sfrontata assenza di significato. «Il fatalismo — diceva Flaubert — è la provvidenza del male». Lo scriveva alla sua amante Louise Colet nello stesso ciclo di lettere in cui le confessava con rincrescimento di non aver mai visto una culla senza che gli venisse in mente una bara.

Alessandro Piperno
08 marzo 2008