mercoledì 4 giugno 2008

IN USCITA: ICONE ONIRICHE

Antonino Di Giovanni e Giovanni Caviezel

Icone oniriche. Un organismo di idee

Bonanno Editore, 2008

Ho conosciuto gli autori presenti a vario titolo in questo volumetto in tempi e con modalità diverse, ma ci siamo incontrati tutti insieme soltanto una volta, a Bologna, e per fortuna l’incontro è stato breve. Perché le motivazioni iniziali del nostro appuntamento erano “banalmente” letterarie: il pirotecnico Antonino Di Giovanni stava tessendo la sua tela di cultural-filosofica per l’Italia coinvolgendo le menti più in sintonia che trovava sul suo cammino. Così, come in un romanzo di formazione fantasy, dove la soluzione dei problemi arriva solo quando l’Eroe riesce a radunare una compagnia tanto eterogenea quanto fidata, il nostro Poeta dal multiforme ingegno arrivò all’alchemica mescolanza di una raffinata e spiritosa sacerdotessa dell’ormai tramontato culto della lingua italica, un vulcanico artista multimediale, capace di passare senza imbarazzi da elaborate tecniche ultracontemporanee a sapidi schizzi a biro, e infine un timido appassionato di astratte teorie filosofiche sulla bellezza.
Che si trovassero tutti insieme Antonino Di Giovanni, Rosaria Sardo, Giovanni Caviezel e il sottoscritto esclusivamente per discutere delle modalità di impostazione e diffusione di una nuova collana editoriale era un’offesa al Dio delle Opportunità. Un po’ come se – per rimanere in tema – la Compagnia dell’Anello di tolkeniana memoria si radunasse per recuperare la ricetta della torta pasqualina smarrita dalla nonna di Frodo. Così, stimolato dalla ipertrofica produzione cerebrale di Antonino, è cominciato un fulminante scambio di interessi personali, in cui ognuno proponeva i propri campi di approfondimento scoprendo la clamorosa affinità con i progetti altrui.
Prima di pranzo avevamo già diverse soluzioni per risolvere i principali problemi del nostro Paese e avevamo altresì progettato una quantità di iniziative culturali sufficienti a garantirci un cospicuo numero di premi Nobel per i prossimi decenni.
Più a breve termine, invece, si sono messi rapidamente da parte gli autentici scopi del nostro appuntamento per parlare con gioiosa ebbrezza sconnessa delle rispettive intenzioni, per lo più ancora in dimensione ampiamente larvale. E così, similmente a un Golem evocato quasi per scherzo che finisca col prendere vita e consistenza impreviste al creatore stesso, è stato generato questo Icone oniriche che, come si suol dire negli ambienti che contano, “non era in agenda”. Ma raramente improvvisazione è stata più felice e significativa.
Di Giovanni, nonostante l’età faustianamente giovane, è già un personaggio di rilievo del panorama culturale, autore di saggi filosofici di spessore inusitato e dotato di capacità organizzative che io, inetto anche a realizzare una cena con tre amici senza dimenticare o fraintendere qualcosa, gli invidio come un bambino povero costretto a mangiare pane e mortadella a merenda può invidiare l’amichetto che scarta meravigliose e policromatiche merendine confezionate da sapienti multinazionali. Ma tende a tenere per una ristretta cerchia di amatori la sua passione più profonda, che coltiva con perizia e attenzione certosina: la poesia. In particolare, questa raccolta era già completa da tempo ma l’autore ha preferito lasciarla decantare perché molto (a suo modesto parere troppo) viscerale, spontanea, poco razionalizzata.
A convincerlo della bontà oggettiva delle sue composizioni è occorso l’incontro epifanico con Caviezel, ingegno polimorfo e dalla creatività presumibilmente ipertrofica che, probabilmente, ognuno di noi ha incontrato nella sua vita senza saperlo, in quanto autore scandalosamente prolifico di programmi televisivi, testi di narrativa, musiche e quant’altro. Nel suo archivio di creazioni in attesa di utilizzo, giacevano una serie di eterogenee immagini di vario tipo, fotografie, elaborazioni al computer, lomografie, schizzi a penna, pastelli e quasi ogni altra cosa una superficie a due dimensioni possa ricevere dalla sua impellente vena ispirativa.
A catalizzare l’incontro non poteva esserci persona più adatta di una puntuale ricercatrice dalla nostra bistrattata lingua, che ha sviluppato i suoi interessi dall’italiano del Seicento fino agli stili cognitivi e il linguaggio televisivo. E così, con Rosaria Sardo a fare da trait d’union, è scoccata la scintilla della più improbabile delle intese: la sinestesia che ha reso quasi necessario collegare ad ogni creazione poetica di Di Giovanni una composizione visuale di Caviezel. Un prodotto fuori dalla realtà, un’intuizione quasi metafisica, immagini di sogno. Icone oniriche, appunto.
Di Giovanni trascura momentaneamente la sua vocazione all’utilizzo virtuosistico e sperimentale della parola, di matrice sconsideratamente dannunziana, per concedersi a più immediati impeti di cuore, che possono essere talvolta ironicamente intrisi di amara consapevolezza, più spesso morbidamente adagiati su considerazioni filosofiche maggiormente rassicuranti. È in queste pieghe derridiane di verità che emerge con pudore dirompente la conquista che l’arte, in un’epoca onanisticamente tecnologica come la nostra, ha un ruolo sempre più insostituibile, perché “è un piccolo accordo tra noi e l’infinito” (accordo o clavis universalis). E quale immagine poteva adeguarsi meglio a questa presa di posizione se non la fotografia di un piccolo e caduco mito contemporaneo decostruito e riassemblato fino a evidenziarne – anche qui con modalità di ricerca ermeneutiche – l’elemento così fortemente “estetico”: tra i ridondanti volti di Irene Papas si isolano gli elementi della percezione sensoriale. Occhi, bocca, orecchie, sparpagliate nell’inflazione dell’immagine come un arcipelago che tiene insieme l’unità e permette all’immagine di non essere puramente “passiva” ma soggetto di sperimentazione sensibile.
Del resto, i principi percettivi della Gestalt sono ben presenti a Caviezel che ne fa largo uso nelle scelte cromatiche delle sue elaborazioni, nell’immediatezza di certi fotogrammi sfocati e soprattutto nell’utilizzo sapiente e evocativo della dimensione temporale in una fotografia, attraverso le lomografie, tecnica capace di restituire oltre all’immagine anche il senso cronologico di una diacronia degli eventi.
Karl Groos, verso la fine dell’Ottocento, scriveva in un suo misconosciuto ma illuminante saggio, che l’apprezzamento estetico che di solito si accorda ad un’opera non è determinato tanto da un ineffabile e chimerico concetto di “gusto” – come vagheggiavano da Platone a Kant – ma da un banale eppur misteriosamente affascinante meccanismo psicologico definito innere Nachahmung, ossia “imitazione interna”, spesso tradotto semplicisticamente con “empatia estetica”. Non è questa la sede per discutere sui comprensibili motivi che abbiano portato la intellighenzia pseudofilosofica di un secolo intero a consegnare all’oblio un pensatore che avrebbe ridotto buona parte delle fortune di improvvisati propugnatori di estetiche metafisiche più o meno credibili, ma è interessante invece constatare come le sinapsi tra i vari sensi dell’uomo possano rendere assolutamente convincente (non mi sbilancio a dire necessario) l’accostamento tra un coraggioso esempio di “poesia filosofica” e una colorata e irrispettosa immagine pubblicitaria ritoccata. È il caso di Petite sensation, in cui Di Giovanni, con nonchalance criminale, fa poesia a colpi di “strutture profonde dell’essere” e “ricerche ontologiche”, e a questa disinvolta creazione Caviezel affianca l’improbabile casalinga che piange affettando cipolle, ritoccata anche in questo caso con finalità estetiche nel senso etimologico del termine: l’immagine diventa materica, iperrealistica, pop, ed è una meravigliosa metafora dell’umanità che di fronte a rivelazioni di grande spessore (la consapevolezza che il mondo piange “lacrime di un’umanità che non vuole crescere”) sa che è opportuno mostrarsi commossa ma riesce a versare lacrime solo grazie all’ausilio dell’ortaggio perché non ha la minima coscienza del significato di quanto appena sentito.
Devo ammettere che sono roso dall’invidia nel constatare come i due autori di questa raccolta visual-poetica sappiano toccare argomenti dalla trama universale con la leggerezza tipica dei geni o dei mentecatti. E mi rifaccio ancora ad un principio della cosiddetta “estetica psicologica” – l’Assoziationsprinzip teorizzato da Fechner – per levarmi il cappello di fronte all’abbinamento di una composizione marcatamente giocosa – ma contenutisticamente dell’usuale spessore – come La realtà del Mito con il collage xerografico in cui Caviezel dimostra – ce ne fosse ancora bisogno – che in campo artistico, dalle transavanguardie in poi nulla gli è estraneo e per parlare di miti senza cadere nella pesantezza trattatistica evoca Lichtenstein assemblando Paperino, Valentina, Snoopy e altri compagni dell’allegra brigata della mitologia urbana contemporanea.
Del resto, che la lezione dell’arte concettuale sia stata ampiamente elaborata lo dimostra il postmoderno hard disk ritoccato (una scelta che sarebbe piaciuta al cantore dell’arte “tecnologica” Nam June Paik), una duchampiana decontestualizzazione coerentemente accompagnata dall’amara riflessione di Di Giovanni che, in quanto “poeta contemporaneo”, dovrebbe “cantare televisori al plasma, robot da cucina e la tecnologia sempre più piccina di un Uomo fantasma”. E’ un’Arte sacra? è profondamente indicativa delle intenzioni dei due artisti: il poeta vi mette alcune delle sue riflessioni più algide e definitive (“Ma rimane magica l’Arte? Sarebbe ancora sacra con queste sozzure? Quanto meno non sarebbe libresca e stucchevole già a prima vista”) oltre che graziosamente autoironiche (“E che dire dei Poeti…Sempre piagnucoloni con anime a scale di grigi Sempre pronti ad adorar la quiete o a lanciarsi ardentemente in mille litigi”), e l’artista visivo inserisce la lomografia ritoccata di una fermata di tram, immagine cromaticamente saturata della caducità del quotidiano, figuriamoci dell’arte. E la conclusione mi rimanda alle intuizioni aforismatiche dello sferzante Carmelo Bene: “il mio è un Sogno strutturante”.
Tuttavia, pur avendo ampiamente dimostrato di gestire con assoluta padronanza qualunque forma poetica, Di Giovanni non trascura l’arché del suo poetare, il caleidoscopico giocare con la sonorità oltre la mera semantica che è il suo tratto distintivo, e torna proporre gorgoglianti allitterazioni in Prologo dell’Ìle, dove accanto a rime apparentemente gratuite (ratti/matti/fatti), infila le sue pillole filosofiche, socratiche scosse di self consciousness per non dimenticare la nostra vera condizione con l’affermazione “debole” “sai che ti dico: «che l’unica verità è che la verità cambia!»”. E su questa iniezione di sano scetticismo, Caviezel colloca la dualità di uno stesso soggetto ripreso secondo i parametri estetici – altrettanto mutevoli della verità – di epoche e modalità tecniche diverse.
Di Giovanni è un poeta consapevole dei propri mezzi ma anche arditamente audace: lo si intuisce dalla tranquilla provocatorietà con cui propone, in epoca post-post-moderna, un uso fortemente simbolico e apparentemente anacronistico delle lettere iniziali maiuscole. Del resto, come potrebbe temere di non esere degno di poetare un artista capace di offrire al lettore la meravigliosa e affabulatoria sinestesia di “un canto dolcemente miope”?
La conclusione della lettura lascia un senso fortemente ossimorico di eccitante spleen: si ha l’ebbrezza di una cavalcata estetica di rara suggestione, attraverso gli accostamenti dei due autori, e si coltiva il rammarico di essere alla conclusione, di non avere più pagine per scoprire quale perversa associazione mentale e visiva verrà proposta. Ed è esattamente il sentimento che trasmettono tanto la scelta dell’ultima immagine di Caviezel – la foto a bassa risoluzione interrogativa e malinconica – quanto la scoppiettante – e fortemente “digiovannesca” – allitterazione finale: “Che vola, sorvola / aleggia, albeggia / indietreggia, incoraggia / l’azione / con balzi di liberazione... / liberi... / come fiori che si schiudono /solo con l’immaginazione.”

Antonio Ferrero