venerdì 13 giugno 2008

la reclusa della Dozza

In cella con Annamaria
Annamaria Franzoni: deve scontare sedici anni di carcere


La Franzoni: "Se dormo la notte? Certo, perchè sono innocente. E qui tutti mi adorano"
GRAZIA LONGO
BOLOGNA
E’ con un anonimo «Salve» che Annamaria Franzoni si affaccia tra le sbarre della sua prigione. La testa è incorniciata come un ingrandimento fotografico. Un anonimo ingrandimento, un po’ scolorito e dai toni smorti che ricordano le fototessere delle cabine. Non allunga la mano per stringere quella che le viene offerta. Tiene le braccia abbandonate lungo i fianchi. Lo sguardo assente, freddo. Com’è gelida la sua cella, nonostante il sole e il profumo di tiglio che filtrano dalla finestra.

Ore 12,45 di ieri, primo piano del carcere della Dozza di Bologna. L’unico calore arriva dal blu elettrico dell’inferriata. Dietro c’è soltanto lei. Impassibile, indifferente, ordinata. Capelli appena lavati, T-shirt verde, pantaloni e mocassini neri. Il tavolo è sgombero, la televisione spenta. Niente riviste o libri sulle mensole davanti al letto ricoperto da un semplice lenzuolo bianco. Non una foto del marito, né dei due figli Davide e Gioele. E neppure del piccolo Samuele. Gli occhi nocciola di Annamaria non tradiscono turbamenti neppure quando lo ricorda indirettamente. «La notte dormo tranquilla, perché io sono innocente».

Quella mattina del 30 gennaio 2002 è lontana anni luce. Le prove che l’hanno inchiodata all’accusa di aver ucciso il figlio di soli 3 anni sembrano non riguardarla. Di fronte all’onorevole Stefano Esposito del Partito democratico, è gentile ma distante. «Uomo in sezione, rivestitevi», avvisa ad alta voce l’agente penitenziario donna di questo settore. E qualcuna si sta ricoprendo per davvero, almeno così s’intuisce dai rumori. Annamaria, invece, è pronta e immobile. Come se vivesse dentro una bolla al di sopra di tutto e di tutti. Come se non avesse ancora realizzato di essere in prigione. A soli 45 minuti d’auto dalla casa del suo clan, a Monteacuto, che ha dovuto lasciare 20 giorni fa per scontare la pena di 16 anni (anche se in realtà nel 2012 potrebbe essere già fuori). A 5 ore e mezzo d’auto dalla villetta degli orrori, a Cogne. «Qui mi trattano tutti bene - afferma -. Anzi posso dire che mi vogliono bene, mi adorano. Non è vero che le altre sono gelose di me. Non mi manca niente. A parte i miei due bambini e mio marito». A lui dedica l’unica emozione dell’incontro. All’uomo che a dispetto di tutte le prove l’ha sempre difesa, protetta, amata. «Stefano non mi lascerà mai. Mai», mormora d’un fiato. Le pareti della cella sono bianche, c’è un solo letto, il suo. Mentre altre detenute vivono in coppia. Quasi tutte hanno poster o semplici calendari alle pareti, ritratti della famiglia sul tavolo, ricette di cucina o consigli per concimare i fiori tra le pagine di vecchi libri. Lei no. Il direttore del carcere, Silvio Di Gregorio, spiega al deputato Esposito che il giardinaggio è uno dei laboratori più seguiti dalle recluse. Il cortile è pieno di rose rosse coltivate nelle serre costruite per impegnare le detenute. Ma Annamaria Franzoni, finora, non ha mai frequentato il laboratorio di floricoltura. Né questo, né gli altri. Si alza la mattina presto, fa colazione e pranzo in cella. Il suo unico passatempo è la tv. Non prende medicine particolari, «né ha bisogno di cure speciali» specifica il medico del carcere. La porta resta sempre rigorosamente chiusa. «Il nostro sistema - sottolinea il dottor Di Gregorio - è diverso da quello di altre case circondariali, tipo quella di Torino, dove i cancelletti di giorno restano aperti e si chiude solo quello della sezione».

Tanti, tuttavia, gli spazi della Dozza dove i detenuti possono muoversi in libertà. Come la palestra o la ludoteca dove le donne carcerate si intrattengono con i propri figli. O come la sala per gli incontri con i parenti. Non c’è un tavolone unico, ma tanti piccoli tavoli da campeggio attorno ai quali è possibile stare seduti vicini e potersi abbracciare. O come il giardino con lo scivolo, l’altalena, il tunnel con i tubi di cemento dove Annamaria incontra Davide e Gioele. «Ma non è vero che lo faccio solo io» assicura. E lo conferma anche il direttore del carcere: «La signora Franzoni è una detenuta come le altre». In effetti in cortile si intravedono altre donne che si stringono ai loro cari. «L’unico strappo che abbiamo concesso i primi giorni - prosegue Di Gregorio - è stato il permesso al marito e al padre di entrare con la macchina, per evitare l’assalto di fotografi e cineoperatori». Non sono parole al vento. Sono da poco passate le 13.30 e nel parcheggio esterno, riservato ai visitatori, arriva una Volkswagen station wagon blu. Sulla targa la pubblicità di un carrozziere vicino Cogne. Dall’auto si diffonde la musica di «Donne», una vecchia canzone di Zucchero. Poi scende il marito di Annamaria, Stefano Lorenzi. Prende per mano il figlio maggiore, Davide, 12 anni e si mette sulle spalle il piccolo, Gioele, 5 anni. Quello che Annamaria volle subito. Poche ore dopo la morte di Samuele. Sono tutti e tre abbronzati, «è l’aria buona di Monteacuto». Davide, sopra i jeans, indossa una T-shirt nera sulla quale spicca una catenina con un ciondolo a forma di lucertola. «Ormai è un giovanotto - dice il padre - ha appena finito la seconda media». Impressionante la somiglianza tra i due. Ma lo è ancora di più quella tra il piccolo Gioele e la mamma. «L’ultima volta siamo venuti la scorsa settimana - racconta Stefano -, i permessi sono sei al mese. Per noi, come per tutti gli altri». Sta per entrare senza borse o pacchetti. Non porta niente a sua moglie? «Solo quando lei me lo chiede. Come i dolci. Ma stavolta non mi ha fatto richieste particolari. Le bastiamo noi tre. Tutto qui».

A guardarli da lontano, mentre si avvicinano all’ingresso, fanno tenerezza. Si percepiscono l’ansia e il desiderio di vedere, accarezzare, baciare la mamma, la moglie. Per questo forse fa un po’ effetto l’ultima immagine di Annamaria dentro la cella. Dopo il colloquio si sdraia sul letto, «non posso farne a meno, ho bisogno di riposare un po’». Un modo per allontanarsi, per estraniarsi dalla realtà. «Voglio solo essere dimenticata», bisbiglia. Come se bastasse questo a cancellare tutto. Come se fosse l’incubo passeggero della lunga notte della ragione.