giovedì 4 dicembre 2008

IL CASO ORLANDI - IL LIBRO DI NICOTRI

Lettera di Pino Nicotri a Dagospia

Caro D'Agostino, intanto ti ringrazio per la generosa ospitalità data alla notizia della pubblicazione del mio secondo libro sul caso di Emanuela Orlandi, edito da Baldini-Castoldi-Dalai con il titolo e sottotitolo "Emanuela Orlandi - La Verità - Dai Lupi grigi alla banda della Magliana". Come si ricava già da queste parole scritte a tutto campo in copertina appare chiaro che il libro contiene una disanima della dinamica dei fatti certi, nel senso di documentati in modo inoppugnabile, e non l'esibizione di quanto effettivamente accaduto a Emanuela.

Cosa è accaduto a questa ragazza non lo sa nessuno, oltre alla Segreteria di Stato vaticana, mentre invece è possibile raccontare - ed è ciò che ho fatto io - cosa è stato costruito SOPRA e ATTORNO alla sua sorte grazie a comportamenti e complicità sordide di vario stampo e livello, che hanno avvalorato prima la ridicola e insostenibile montatura del rapimento per uno scambio con il terrorista turco Alì Agca e poi - rivelatasi questa per l'appunto una montatura perfino dopo l'estradizione in Turchia di Agca - cercano di avvalorare l'attuale faccenda che ruota attorno alla banda della Magliana. Un domani, chissà, si darà la colpa ai cinesi, o agli iraniani, o ai pakistani o .... ai marziani.


Emanuela Orlandi

Ho letto con interesse e attenzione su Dagospia una "smentita" alle "tesi di Nicotri" da parte di chi sostiene che la vicenda della Orlandi non è "una storia piccante, di sesso e morbosità da confessionale, di diari segreti o festini curiali". "Smentita" francamente ardua, anzi campata totalmente per aria, visto che io NON sostengo tesi - mi limito a mostrare, in modo documentato e inconfutabile, di che fango sono fatte quelle ufficiali, di comodo - e meno che mai mi permetterei di avvalorare "una storia piccante, di sesso e morbosità da confessionale, di diari segreti o festini curiali".

E' fin troppo evidente che la tua lettrice, Rita Di Giovacchino, NON ha letto il mio libro e neppure il suo sintetico abstract. Se Di Giovacchino vuol fare pubblicità al suo libro, che leggo essere un romanzo, faccia pure, ma senza involgarire il mio, per il semplice motivo che non è né corretto né legittimo farlo. E poiché non è né corretto né legittimo, non sono disposto a tollerarlo, non sono cioè disposto a tollerare l'attribuzione di "tesi" o deliri che non mi appartengono. Vorrei far notare che ho dedicato il mio libro "a Ercole Orlandi padre che molto ha sofferto e al quale molto è stato fatto soffrire". Non intendo certo essere io a farlo rivoltare nella tomba.

Per onestà intellettuale nel mio libro NON nego a priori che la banda della Magliana possa avere avuto un qualche ruolo, magari di aiuto alla montatura stando anche il fatto che a parlare giustappunto di montatura per quanto riguarda il rapimento non sono io, ma i magistrati della Repubblica italiana. I quali, con la sentenza istruttoria del giudice Adele Rando, hanno sgomberato il campo da vari equivoci sostituendoli con alcuni punti fermi:

1) - Emanuela NON è stata rapita per essere scambiata con Agca, e anzi il "rapimento" i magistrati lo vedono come un depistaggio per coprire i reali motivi della scomparsa;


Paul Marcinkus

2) - Mirella Gregori NON c'entra niente con la scomparsa della Orlandi. Capisco che possa dispiacere a "Chi l'ha visto?", che insiste in tv a pestare l'acqua nel mortaio anche su questo "rapimento gemello", ma il giudice istruttore Adele Rando così ha sentenziato, in accordo con il sostituto procuratore generale Giovanni Malerba. E del resto basta leggere la cronaca degli avvenimenti per essere certi che non c'entra niente.

3) - il Vaticano non solo non ha MAI voluto collaborare, ma ha anche mentito e ordinato di mentire. Per esempio, lo ha ordinato al vice capo della sicurezza vaticana ingegner Raul Bonarelli il giorno prima di essere ascoltato come testimone dai magistrati citati. E' per questo dirigente della vigilanza vaticana, non per terroristi turchi o agenti segreti di Mosca e dintorni, che il magistrato ha chiesto uno stralcio per concorso nella scomparsa.

4) - Il compianto vice capo di allora del Sisde, prefetto Vincenzo Parisi, ha testimoniato la propria convinzione che la montatura del "rapimento" NON può essere stata tenuta in piedi senza complicità interne al Vaticano;

5) - Nelle stesse ore il cui papa Wojtyla lanciava i suoi ripetuti appelli, assolutamente straordinari e ancora ingiustificati, ai "rapitori" perché lasciassero libera la ragazza, monsignor Giovanbattista Re, dirigente di una sezione della Segreteria di Stato, rifiutava l'offerta di monsignor Giovanni Salerno di auscultare, lui che si occupava di finanze del Vaticano, i molti ambienti con i quali aveva contatti - dagli ambienti diplomatici in giù (molto in giù... ) - per cercare di capire che fine avesse fatto Emanuela. Ovvero: mentre il Vaticano con la mano destra, cioè con Wojtyla, lanciava appelli buonisti ai "rapitori", con la mano sinistra, cioè con la Segreteria di Stato, se ne fregava bellamente della sorte della "rapita". Deve essere stato in ossequio al precetto evangelico "Non sappia la sinistra cosa fa la mano destra". Eppure da ragazzo questo precetto mi è sempre stato spiegato diversamente....


Emanuela Orlandi

6) - Cosa straordinaria, ma sulla quale si accanisce significativamente il silenzio di tutti un po' - dagli ospiti di Pippo Baudo, e lui compreso, fino a "Chi l'ha visto?" - nessuno chiede ad alta voce come mai il funzionario del parlamento italiano, dottor Gianluigi Marrone, che inviava in Vaticano le rogatorie internazionali dei magistrati italiani desiderosi di interrogare alcuni cardinali, era lo stesso che dal Vaticano, in qualità di suo Giudice Unico, rispondeva "NO!" a quelle sue rogatorie. Cioè a se stesso! E nessuno osa chiedere come mai una sua segretaria, Natalina Orlandi, non abbia mai avuto nulla da eccepire su questo straordinario doppio ruolo, pur essendo lei una sorella di Emanuela.

Sia chiaro: non è necessario dubitare della buona fede né di Marrone né di Natalina perché faccia accapponare la pelle il silenzio di tutti i mass media (anche) su queste straordinarie coincidenze, impensabili in qualunque altro Paese civile. E si badi bene che anche queste coincidenze sono state scoperte e messe per iscritto da magistrati della Repubblica italiana, non da vaneggiatori o pippibaudi di professione. Fa uno strano effetto vedere giornalisti e canali televisivi "di sinistra" accusare il berlusconismo italiano di mettersi sotto i piedi i magistrati e poi dover constatare che loro fanno altrettanto, se non peggio, con i magistrati del caso Orlandi. A cosa si arriva in nome dell'audience, in nome del "mistero" di turno da rifilare all'opinione pubblica, in nome della dura legge "the show must go on!" e in nome del voler baciare la pantofola.

Potrei continuare. A pagina 182 del mio libro c'è l'impressionante elenco delle frottole raccontate e fatte raccontare dal Vaticano: mi sono astenuto dal farne la somma, lasciando libero il lettore di farla lui. Ove volesse. Ove cioè non avesse paura del risultato...

Lo "scoop" di "Chi l'ha visto?" riguardante la tomba di Enrico "Renatino" De Pedis nella basilica di S. Apollinare, contigua all'omonimo palazzo che ospitava la scuola di musica frequentata dalla Orlandi, come può essere considerato uno scoop se si tratta da faccende rivelate già quasi 10 anni prima da Il Messaggero? Per quella strana tomba da principe della Chiesa per un principe del crimine c'era già stata perfino una protesta del sindacato di polizia e della Lega Nord. Atro che scoop a... scooppio ritardato!


Enrico De Pedis

Senza tener conto che nel sito Internet del rettore di quella basilica, don Piero Vergari, si trova tutto il necessario per chi volesse telefonare a "Chi l'ha visto?" per alimentare il "mistero" della tomba di Renatino e della gratitudine di monsignor Poletti.... Se però qualcuno - come in effetti è avvenuto - durante la trasmissione telefona in diretta spacciandosi per "un amico di "Renatino" De Preti", decenza vorrebbe che la conduttrice Federica Sciarrelli e le sorelle Orlandi sue ospiti non facessero finta di non accorgersi che dire "De Preti" invece che "De Pedis" è un infortunio che può capitare solo a un millantatore, o mentitore che dir si voglia, ma certo non a chi ha conosciuto bene quel defunto boss della banda della Magliana.

Per carità, la gentile lettrice Di Giovacchino che si è premurata di smentirmi in nome del suo romanzo è libera di dire e sostenere ciò che vuole. Specie se, come in effetti avviene, trattandosi di un romanzo lo fa come parto della propria o altrui fantasia, cioè senza l'ombra di una prova. Nessuno chiede prove, per un romanzo. E se le tesi - o meglio le ipotesi - della Di Giovacchino e della sua base Sabrina Minardi si riveleranno provate da prove certe, sarò il primo a rallegrarmene, se non altro perché potrò finalmente mettermi l'animo in pace anch'io.

Ma in ogni caso, come che sia, la gentile lettrice non può certo attribuirmi "tesi" o affermazioni, per giunta pecorecce, che non mi sono mai sognato di fare. Anche nel capitolo finale del libro, là dove riporto quanto raccontatomi (non solo) dall'interno del Vaticano riguardo la morte di Emanuela in Salita Monte del Gallo la sera stessa della scomparsa, mi sono premurato di specificare che non ci sono prove a sostegno di quel racconto. Racconto che al mio interlocutore è stato certamente fatto, da due agenti del Sisde a suo dire, ma che non posso sapere se corrisponda a verità.

Concludo facendo notare che Baldini-Castoldi-Dalai ha voluto pubblicare il mio libro nella sezione Saggi. Di fatto, è anche un saggio su come in Italia a volte si faccia (pessimo) giornalismo, cosa che del resto io ho sperimentato sulla mia pelle il 7 aprile 1979 grazie anche a firme "eccelse". Ed è un saggio su come anche ai nostri giorni possa formarsi una "Verità", vale a dire una leggenda metropolitana transcresciuta a Verità, sulla base della nostra cattiva percezione della realtà e del nostro amore per le fughe verso il sogno. Un amore che la Storia ci ha fatto pagare caro più di una volta.

[03-12-2008]