giovedì 6 marzo 2008

antonio di giovanni: bohémien


Bohémien

Lo zigo d’una zingara
Risuonò nel mio cuore
Come un virgulto di vime
Che punzecchia le vesti,
E il vituperio seguì
Quegli sguardi
D’un tacito insonorizzamento:
Ma ricordai.
Tornai col pensiero
Alle tue sporche sembianze,
Alla tua figura zibaldonesca
Alla forma ch’assume
E il modo in cui appare
Il tuo viso,
Con quegli occhi aspicenti,
Azzurri:
Quasi cessavo di leggere
E di scrivere
Quando ti visitavo col ricordo.
E allora tornai:
Percorrere all’ingiro,
Tutt’intorno la città,
Fino a convergerti addosso...
Privato della vista
Dall’amore, ostinato
Nell’errore fino ad intasarmi...
Per te: quell’attrazione d’amoranza
E d’avventura, ma dov’è amore
È timore.
E non riuscì a sentire l’intuibile
Che dovevo cogliere
Con il fiore dell’intuire.
Eri la forza irradiante
D’un oracolo
Che abbaglia per fendenti intuitivi.
Non evocavo
La tua superficie di natura
Andavo oltre l’involucro
Dell’amara materia,
Scivolavo nel profondo
Della tua forma,
Della tua luce:
Quanti sopprusi e sofferenze
Vi trovai,
Quanti aguzzini profittatori
Della tua umanità serena;
Eri diversa.
Eri ferita.
Il mio era uno slancio
Non di certo zelo diligente,
Forse sterile ed egoistico.
Ma avresti vinto tu,
se solo t’avessi trovata lì,
ancora una;
almeno una volta.