lunedì 7 febbraio 2011
martedì 21 settembre 2010
DAL 22 SETTEMBRE DALI' A MILANO
Dalì a Milano a Palazzo Reale; in un fumetto l'incontro con Disney
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| Salvador Dalì |
DALÍ E IL CINEMA - Nato nei primi anni 20 dall’esperienza dadaista e influenzato dalla psicanalisi, il surrealismo esplora con l’arte l’inconscio dell’uomo, prediligendo stati come il sogno, l’allucinazione, la fantasia, l’illusione. Il cinema, oltre alla pittura, pare capace di andare al di là del conosciuto e di svelare la «surrealtà», fatta di realtà e sogno. Diversi esponenti del movimento si cimentano così con la macchina da presa. Dalí insieme a Luis Buñuel firma prima Un chien andalou (1929) e poi L'âge d'or (1930): immagini allusive si susseguono senza una vera logica narrativa. Ma non sono solo i film d’avanguardia ad attirare Dalí. È il cinema di per sé, infatti, a poter essere surreale: «Sono venuto a Hollywood e voglio incontrare tre surrealisti americani grandi: i fratelli Marx, Cecil B. DeMille e Walt Disney» scrive a André Breton nel 1937. Per l’artista, arte popolare e avanguardia possono coincidere. Dalí si lega così a Harpo Marx, sviluppando per i celebri fratelli un’idea mai realizzata di lungometraggio. Collabora nel 1945 alla sequenza onirica di Io ti salverò di Alfred Hitchcock: non poteva che esserci intesa con il regista inglese che parlava dei suoi film come di «sogni ad occhi aperti». Infine incontra Walt Disney. I due si piacciono. E si somigliano: gran promotori tanto di se stessi quanto delle loro opere, devoti al proprio lavoro, mescolano fantasie romantiche a un disegno preciso, «realistico». E così nel 1946 Dalí diventa impiegato di lusso presso Disney.
LA COLLABORAZIONE CON DISNEY - Dalí timbra il cartellino per circa tre mesi dalle 9 alle 5. L’idea è produrre un cortometraggio da inserire in un film a episodi. La musica scelta è una ballata messicana, Destino, scartata per il film I tre Caballerros. Disney immagina la storia di una ragazza in cerca del suo amore, Dalí conduce la protagonista in uno spazio-tempo labirintico, giocando con le metamorfosi permesse dall’animazione. Vengono prodotti disegni, schizzi, storyboard. Ma mai il cortometraggio: forse perché l’era dei film a episodi è ormai finita, forse perché il progetto è troppo «sperimentale», forse perché mancano i soldi. Disney e Dalí cessano il loro rapporto di lavoro, ma continuano quello personale.
lunedì 20 settembre 2010
TAROC BRILLO

Marco Vallora per "La Stampa"
E' inutile fingere: se verrà provata questa «voce» (già uscita nel 2007) dei falsi Brillo di Warhol, commissionati? Spacciati? Autenticati? Accolti? (qui sta il vero problema) da Pontus Hulten, pontefice dell'arte d'avanguardia, le cose dell'arte moderna, e le acque dell'estetica contemporanea, non rimarranno più le stesse. E per un po' di tempo, almeno, verranno incrinate, e non soltanto dal pettegolezzo giornalistico.
Ma se adesso sarebbe troppo incauto e precipitoso gettarsi a pesce a tranciar giudizi, alcune osservazioni preventive si posson comunque avanzare. Non tanto per difendere la lesa Maestà d'un santone eccentrico, ma per tarpare le ali, sì, in anticipo, al moralismo di quei complici compagni di strada, che già ci par di vedere, ratti, montare sul trampolino dell'ipocrita Presa delle Distanze.
Ora, bando alle vaghezze: Pontus Hulten non è altro che lo specchio barocco dello stato dell'arte in cui ci troviamo. Ci si rechi per esempio alla parigina mostra Second Main: ci si trova di fronte ad una scatola Brillo, d'un trascurabile artista up to date in tutto e per tutto warholiana, con la sola «alzata di concetto» di simularla di qualche millimetro o centimetro più grande. Se non ci saranno prove di lucro, ma solo di presa in giro del sistema, certo Pontus Hulten non avrà fatto altro che esser fedelissimo alla poetica di Warhol, anzi d'aver incarnato la sua «Filosofia. Che sosteneva che l'idea feticistica dell'autografia gli dava ai nervi, che le sue litografie non le tirava lui, ma la sua factory e la sua vecchia mammaccia emigrata: come si fanno i tortellini in casa. Sì, pure post-mortem sua. Ma che gl'importava di sé, dopo, avendo annunciato che l'unico suo sogno era di trasmigrare in un anello, al dito di Liz Taylor? Queste cose, ne la Trasfigurazione del banale un estetologo come Danto le ha spiegate a menadito.
Se invece viene fuori che Hulten, con quella sua aria da gatto sornione, ci ha guadagnato e s'è fatto la villetta in Svezia, il problema non tocca solo lui, ma l'intero sistema-mafia dell'arte. E risulterà davvero il primo, unico curator a farsi mercante, gallerista subacqueo, pataccaro con medaglia nazionale?
domenica 15 agosto 2010
DEFINIZIONI DELL'ARTE - 1
martedì 13 aprile 2010
SELL HIRST!
da DAGOSPIA, er mejo sito che ci sia
UN MONDO ALLO SBANDO ...
"Vale cinquemila sterline la corsa in taxi con Damien Hirst". L'artista più celebrato del momento regala uno scarabocchio a un tassista londinese e lo stronzo lo fa subito picchiare all'asta per comprare una cazzo di videocamera al figlio presunto creativo (Stampa, p.35).
mercoledì 7 aprile 2010
GUERRILLA ART A (CON)TEMPORARY ART
Blitz dell’artista sconosciuto e la sua opera diventa “famosa”. In occasione di (con)temporary art a Milano sono state esposte per la prima volta in Italia delle opere originali dell’inglese Banksy, che con i suoi stencil e la guerrila art ha ricoperto muri e spazi di tantissime città nel mondo. “Guildor”, giovane artista milanese, ha pensato di rendere un omaggio a Banksy in maniera originale: due giorni prima della mostra ha fatto un blitz fra le sale, ha preparato una sua opera (un orologio) con tanto di etichetta, e quando la sorveglianza si è allontanata lui l’ha appesa, come se fosse una di quelle fatta dall’artista inglese. Il risultato? Tanti visitatori ci sono cascati. “E’ un comune orologio da parete; la sola lancetta dei minuti che continua a correre con una lama da bisturi applicata alla sua estremità: un elogio a chi non si ferma mai".
domenica 31 gennaio 2010
MICHEAL LANDY, ART DESTROYER

L'artista inglese Michael Landy, famoso per le sue provocazioni, ha realizzato ciò che i detrattori dell'arte contemporanea sognano di fare tutte le volte che entrano in un museo: scaraventare dall'alto di una scalinata e distruggere decine di opere di artisti famosi, del calibro per dire di Tracey Emin, Damien Hirst e Gary Hume. La realizzazione dell'installazione è stata fotografata e filmata in itinere e attualmente occupa una sala della South London Gallery, dove resterà in esposizione fino al 14 marzo. Il titolo della mostra è Art Bin, che in italiano suona più o meno "bidone d'arte", un gioco di parole che in un colpo solo esalta e affossa l'ermetico mondo della creatività contemporanea. La maggior parte delle opere distrutte da Landy appartengono alla sua collezione personale, regali di amici artisti che quando hanno scoperto che fine avrebbero fatto le loro creazioni sono andati su tutte le furie. Per evitare di farsi il vuoto intorno Landy ha chiesto a tutti di donare spontaneamente le opere secondo loro "più adatte ad essere distrutte". Il primo a rispondere entusiasticamente è stato Hirst, il genio che negli anni '90 mise uno squalo-tigre in formaldeide dentro una vetrina, seguito a ruota da Tracey Emin, Peter Blake, Julian Opie, Cornelia Parker e molti altri nomi.
sabato 12 settembre 2009
STOLEN ANDY

Usa, rubata collezione di Andy Warhol
Sono state trafugate una decina di tele. Il furto è avvenuto a casa di un collezionista a Los Angeles
LOS ANGELES- Come ogni mattina è entrata nella sala da pranzo. Per mettere in ordine e spolverare. Ma a differenza di ogni mattina sulle pareti mancavano i quadri. Già, le dieci tele dell'opera «Gli atleti» di Andy Warhol erano spariti. Quadri che valgono milioni di dolalri. Così la donna delle pulizie del noto collezionista Richerd L. Weisman non ha perso altro tempo e ha chiamato la polizia. Il furto è avvenuto il 3 settembre.
LE INDAGINI- Lo rivela il Los Angeles Times. Gli investigatori non capiscono come sia potuto succedere. Non c'è segno di effrazione, senza contare che i ladri hanno lasciato nella casa altri quadri dello stesso artista. Il proprietario era appena partito per un viaggio. Qualcuno parla di furto su commissione. In ogni caso la polizia ha offerto un milione di dollari a chiunque possa fornire notizie utili per ritrovare l'opera. Cioè i ritratti di atleti famosi realizzati alla fine degli anni Settanta dal noto artista pop.
venerdì 4 settembre 2009
ART & BRAND
lips © giovanni caviezel
Opere da tre soldi – Damien Hirst fa i saldi. Takashi Murakami vende giocattoli. E le canzoni di Martin Creed si scaricano sull'iPod - Gli artisti scoprono il mondo dei gadget - E la factory ideata da Warhol lascia il posto alla company...
Alessandra Mammì per L'espresso
Non è più vero che "Good business is the best art", come diceva Warhol, il cinico. Tempi più cinici di lui ci insegnano che oggi è vero esattamente il contrario: "Good art is the best business". Quel business che ha scavalcato gallerie, musei, fiere ed è esploso nel mondo in forma di gadget, moda, status symbol. Più di Warhol e meglio di Warhol che predicava ai discepoli: "Il tuo prodotto non dovrebbe avere niente a che fare con te".
warhol by berengo gardin
Ovvero: niente pathos, niente artigianato, niente segno dell'artista. Non opera ma prodotto appunto, oggetto neutro che va ben oltre la fisicità del creatore. Perché in quegli anni Sessanta non se ne poteva più della Bohème e dell'esistenzialismo, degli artisti maledetti e perennemente innamorati, delle loro strabordanti biografie e delle opere ideologiche e ruggenti da ultimi figli del Romanticismo.
Il primo passo fu disarmarli con una zuppa al pomodoro, il secondo calpestarli con una intera Factory e infine annientarli con il gelido biondo platino di una parrucca e lo sguardo impassibile del primo artista impresario.
Ma a sferrare il colpo finale è l'attuale trasformazione dell'impresario in brand, e della factory in company che gestisce la globalizzazione, conquista il mercato reale e virtuale, scavalca persino quello artistico promuovendosi in modo autarchico.
Autunno 2007. Takashi Murakami porta in giro per il mondo la sua mega mostra chiamandola ' MURAKAMI' un titolo che è epitaffio dell'individualità dell'artista, dove muore persino la firma e resta solo il copyright.
Andy Warhol
Settembre 2008. Damien Hirst nel ruolo di autore e promoter indice per la prima volta un'asta da Sotheby's senza intermediari. E vende tutto. Urge riflessione. E la riflessione arriva dal primo ottobre in forma di mostra nel luogo più indicato a tanta impresa: la Tate Modern di Londra. 'Pop Life. Art in a material world' recita il titolo che gira intorno a inquietanti pensieri.
Se il mondo è materiale gli artisti sono oggi più materialisti di lui. A loro non basta più trasformare in icona la società dei consumi e dello spettacolo. Vogliono entrare nella pancia della balena, infiltrarsi nei meccanismi, usare il mercato come una strategia scientifica di conquista del loro pubblico ed espandere i confini del mondo dell'arte in quelli del commercio vero e proprio.
Cliccare per credere: www.othercriteria. com. È il sito della casa di produzione di libri, gadget e magliette a firma Damien Hirst. Il suo webshop come tutto il commercio on line è prodigo di occasioni. Tra le 'special offers' del momento compaiono due sedie a sdraio firmate e scontate al prezzo di 500 sterline e una sfilata di T-shirt con teschi luccicanti e croci pastello al 30 per cento in meno se acquistate per un minimo di tre capi.
Mettere crocette con le taglie nell'apposita finestra, poi buttare il tutto nel basket in cui si possono sempre aggiungere pezzi unici da 50 mila sterline in su e cataloghi firmati al prezzo di 500 sterline contro le 190 della copia in libreria.
È il mercato, bellezza: quello dell'arte on line che è diventato opera di per sé. È un'opera solo a vederlo il sito giapponese, in puro giapponese e esclusivamente per acquisti in yen, che ha aperto Murakami per vendere i suoi toys, i suoi cartoon, i suoi cuscini e i portachiavi impupazzati.
Takashi Murakami
Il sito si chiama Kaikai Kiki Market Place (http://kkm.kaikaikiki.co.jp), esattamente come la sua fondazione che promuove giovani artisti, organizza fiere, controlla il mercato, gestisce joint venture con potenti brand come Vuitton e titola giustamente le grandi mostre itineranti MURAKAMI.
Bisogna capire dove stiamo andando. E la Tate ci prova, nella persona di uno dei curatori della mostra Catherine Wood che nel suo saggio cerca disperatamente i padri di tanta rivoluzione. Da una parte trova ovviamente Warhol, dall'altra Duchamp. In fondo fu lui a spersonalizzare l'opera, a firmare un orinatoio, a miniaturizzare i suoi capolavori mettendoli tutti in una valigetta di cuoio prodotta a multiplo.
Non c'era ancora lo shop online e le miniature erano affidate agli artigiani del presepe, ma il principio in fondo era lo stesso. Quello che mancava però, era l'esplosione del capitalismo globale che trasforma ruolo e immagine dell'artista. Non a caso la nascita degli Young British Artists (Hirst in testa) avviene proprio in quella Londra anni Novanta uscita dalla crisi e diventata la capitale della finanza globale.
Il nuovo scenario economico modifica dall'interno ruolo e immagine dell'artista. Fa notare Catherine Wood che l'entrata in scena di Jeff Koons cambia addirittura il dress code: "Con le sue ordinarie giacche e cravatte, il suo fascino da ragazzino, l'aria sveglia da ex Wall Street trader, Koons distrugge l'immagine eccentrica e bohème dell'artista segregato dalla società normale". Altro che segregati.
Damien Hirst
Koons e i suoi fratelli sono perfettamente omogenei ai meccanismi dell'economia tanto da non aver più bisogno di parrucche, travestimenti, effetti speciali per sentirsi artisti. Guardateli: Murakami con la sua aria da fanciullone cresciuto, Martin Creed coi completi da college, Hirst con maglietta e jeans bracaloni. Niente stranezze. Siamo di fronte a geniali costruttori di immagini che come tali possono benissimo diventarne i venditori. E non come la benefica Fondazione di Keith Haring, una vera multinazionale che mette il marchio su penne, magliette e giochi da costruzione per devolvere il tutto ai malati di Aids. Qui l'artista si è trasformato in businessman.
Di più. Secondo Wim Delvoye, immaginifico artista belga "è finita l'epoca di curatori e critici. Gente che non è professionale come lo siamo noi, non ha la forza di visione che abbiamo noi. Oggi l'artista può riconquistare l'autonomia che aveva nel Rinascimento ed è la prima volta che accade in cinquecento anni". Tanto riscatto passa anche per il suo sito cliccabile, la Wim City a cui non manca naturalmente un ben fornito shop.
In fondo l'accesso diretto all'opera in forma di multiplo da pochi soldi è democratizzazione dell'arte. L'inglese Julian Opie ne fa un punto di forza del lavoro. Produce di tutto: dal magnete per frigorifero alla carta da parati, dai film alle sculture, dai quadri in 3D ai segnalibri, tutto democraticamente su www.julianopieshop.com a prezzi popolari. E ancor più economici sono i brani musicali di Martin Creed (www.martincreed.com) da scaricare per pochi centesimi di sterlina direttamente sull'iPod.
Koons jeff
Cosa buona e giusta perché per Creed il lavoro musicale è contraltare di quello visivo e non c'è mostra che non preveda l'esibizione della sua band. Libera musica - libera arte - libero web: l'opera-prodotto è anche simbolo di una rivoluzione sociale.
"Rovesciando la nozione di Underground", ci spiega la Wood," gli artisti ora portano ogni cosa in superficie, sperimentando la loro forza nel mondo attraverso i gradi di visibilità che riescono a raggiungere". E la visibilità rafforza il brand, il conto in banca e la possibilità di creare e operare all'interno dei meccanismi globali.
Ad accorgersi delle infinite potenzialità di tale sistema fu qualche anno fa Larry Mangel, dealer e direttore di una galleria d'arte americana, che esponeva Richard Serra e Donald Judd, Roy Lichtenstein e Anselm Kiefer. Tutte cose carissime, inaccessibili alla classe media. Mangel in realtà non aveva problemi: vendeva a musei e ricchi collezionisti ma cercava un'idea per conquistare un mercato più ampio.
Qualcosa che miniaturizzasse e mettesse in rete le opere proprio come aveva fatto Duchamp in scala artigianale con la sua 'Boîte-en-valise'. È allora che nasce 'Cerealart', sito dove comprare in forma lillipuziana un intero museo: dai mostri di Winnipeg di Marcel Dzama ai ministencil con le scritte di Lawrence Weiner per addobbare i muri di casa fino alla riproduzione esatta della 'Wrong Gallery'di Cattelan-Gioni-Subotnick in scala 1:6.
E così quella minuscola galleria-vetrina di New York dove non si entrava, non si comprava e non si vendeva, nata come uno schiaffo situazionista-concettuale al sistema di mercato è ora in vendita sul web in una tiratura di 2.500 esemplari a 1.650 dollari a pezzo con tanto di autentica degli autori. Colpo di coda dei tempi e conferma che davvero "good art is the best business".
Avrebbe dovuto saperlo Warhol il cinico quando si trovò di fronte una Campbell's più cinica di lui che nei tardi Sessanta lanciò una campagna con questo slogan: "Una copia di questa lattina è stata battuta all'asta per migliaia di dollari, voi potete avere l'originale per pochi cents". Ecco dov'è davvero lo spirito guida dei tempi. Bisogna suggerirlo alla Tate.
venerdì 3 luglio 2009
LEONARDO E LA SINDONE

«il primo negativo "fotografico" della storia che ha come matrice un'immagine mentale»
«Così Leonardo creò la Sindone»
La tesi della scrittrice Vittoria Haziel: «Il maestro usò un ferro arroventato e disegnò sulla tela il suo autoritratto»
MILANO - «A cavallo del Cinquecento, su commissione di Bayazet II, un sultano ottomano, Leonardo da Vinci creò la Sacra Sindone». Vittoria Haziel, autrice nel 1998 del libro La passione secondo Leonardo, non ha dubbi a riguardo. Il genio della Gioconda e della Vergine delle Rocce realizzò in pratica un falso storico, secondo la Haziel: «Prese una tela antica e servendosi di un ferro arroventato sul fuoco disegnò sulla tela l'immagine di un uomo che portava sul corpo i segni della tortura e della crocifissione. Per disegnare l'impronta del volto, Leonardo usò se stesso come modello, realizzando dunque un autoritratto». Non è tutto: «La maestria di Leonardo fu tale da riuscire a creare il primo negativo "fotografico" della storia avendo come matrice solo un'immagine mentale. Non solo: l'artista inoltre riprodusse un'immagine che non si vede sul retro della tela e che ha in sè le caratteristiche di quello che più in là sarà definito lo "sfumato leonardesco", appunto».
Una teoria affascinante quella della Haziel: «Leonardo fece Dio a sua immagine e somiglianza credendo fortemente nella divinità dell'uomo», sostiene la scrittrice toscana. Provando a fare luce, come tanti prima di lei, sui misteri e le controversie che avvolgono la tela custodita oggi nel Duomo di Torino. Sacra reliquia per i credenti, (nella tradizione è il sudario che avvolse il corpo di Cristo deposto dalla croce), la Sindone di Torino, in realtà, non ha retto alla prova della scienza. Gli esami del carbonio 14 effettuati nei laboratori di Oxford, Tucson e Zurigo hanno portato tutti allo stesso risultato: il lenzuolo-sudario è di epoca medioevale.
«La data della tela non è necessariamente la data dell'immagine impressa» insiste però la Haziel. La tesi della scrittrice che attribuisce a Leonardo la paternità della Sindone conservata a Torino non è nuova. Non più tardi di qualche giorno fa è stato infatti diffuso lo studio di Lillian Schwartz, in cui la specialista in grafica della School of Visual Arts di New York, sostiene che il volto della Sindone è un autoritratto del maestro. «Al contrario della Schwartz però - spiega la Haziel - io sono riuscita a riprodurre la Sindone usando la pirografia, la stessa tecnica alla quale ricorse Leonardo, e ho ottenuto un risultato molto simile all'originale». «Impossibile - secondo la scrittrice toscana - sostenere - come ha fatto la Schwartz - che una tela, cosparsa di una emulsione fotosensibile, posta in una stanza buia e sigillata, una sorta di camera oscura ante-litteram, venga impressa grazie al sole. Quale sole è duraturo come un lampada?».
Nel 2010 è in programma una nuova ostensione della Sindone custodita a Torino. Certamente per quella data, si moltiplicheranno studi, teorie o solo semplici supposizioni sul lenzuolo-reliquia che nei secoli ha affascinato e sedotto credenti e non. Anche la Haziel ha nel cassetto una nuova edizione de La passione secondo Leonardo. Laureata in legge, la scrittrice si è accostata per puro caso allo studio della Sindone, o meglio, come sostiene la diretta interessata, per una serie di «coincidenze straordinarie» che, negli anni, l'hanno portata fino a Leonardo. E alla «creazione consapevole» da parte dell'artista di un'«opera» che poi sarebbe diventata l'«icona per eccellenza». La Haziel ci crede. E non a caso sostiene: «La vera Sindone c'è e io l'ho vista, ma non è quella di Torino. Quello è un capolavoro dell'arte».
Cristina Argento
giovedì 2 aprile 2009
CATTELAN & CO.? KO
«Hirst e gli altri, rovina dell’arte»
Barbara Rose: «I nipotini di Duchamp spariranno. Basquiat? Vale davvero poco»
«La crisi economica? È fantastica. Rimarranno solo i veri artisti. Perché i veri artisti hanno la maledizione dell’arte e non hanno altra scelta». Barbara Rose parla con il sorriso sulle labbra, ma dice cose durissime. Soprattutto sugli artisti che non ama: «Koons, Hirst, Cattelan? Tutti sopravvalutati. Vogliono fare impressione, ma lo choc non dura nel tempo. I nipotini di Duchamp hanno rovinato l’arte. Basquiat? Vale davvero poco e il mercato è pieno di falsi. Per fortuna la storia e il tempo correggeranno tutto». Barbara Rose
Barbara Rose, grande storica e critica d’arte, docente, scrittrice e curatore di mostre, ha un dono tutto speciale: quello di parlare con franchezza e di regalare in una conversazione un viaggio nella mitologia dell’arte. I suoi amici più cari erano Warhol, Rauschenberg, Frank Stella, Jasper Johns per fare solo qualche nome. «Avevamo vent’anni, non c’erano soldi e l’unico posto dove trovare qualcosa da mangiare era da Andy alla Factory o allo studio da Rauschenberg. Si viveva così, con allegria e pieni di speranze» racconta. La Rose è una giovanissima settantenne. Impossibile darle un’età precisa, inganna tutti con il fascino della parola e con gli occhi azzurri che sorridono sempre. Ed è una figura davvero unica: non soltanto è la più importante testimone e studiosa dei movimenti artistici americani, lei stessa è protagonista di quella stagione irripetibile (tra gli anni Sessanta e Settanta) che ha visto crescere e consolidarsi i grandi movimenti dell’arte «made in Usa».
Due esempi? Warhol l’ha filmata nel suo film The 13 Most Beautiful... e c’è una foto che la ritrae nuda mentre Jasper Johns le fa un calco di gesso. Lei scherza: «Pezzi delle mie gambe e braccia sono sparsi nei suoi quadri. Faccio parte delle più belle collezioni del mondo». La Rose è stata «dentro» la storia dell’arte con una passione e una libertà che non ha uguali e i suoi scritti hanno offerto una lettura fondamentale per comprendere e costruire una storia dell’arte che è storia del presente. Tra tutti vale ricordare il testo che ha scritto a soli 25 anni, L’arte americana del Novecento, che ha aperto la critica a un mondo fino ad allora pressoché sconosciuto: «Ho scoperto da poco una cosa incredibile: i soldi che quel libro ha fatto guadagnare all’editore sono andati alla Cia. Era tempo di guerra fredda e il volume, che aveva un finanziamento governativo, doveva servire a manifestare la grande potenza creativa degli Usa in confronto all’aridità della Russia».
Da poco ha pubblicato per ScheiwillerParadiso Americano, una raccolta di saggi «sull’arte e anti-arte» dal 1963 a oggi. Un volume che oltre ad essere l’appassionato racconto in presa diretta dei protagonisti dell’arte americana, è anche la storia di una irrefrenabile decadenza, di un vero e proprio declino. Con una sorpresa: da sostenitrice entusiasta degli artisti, fa autocritica e riconosce i limiti, gli eccessi di quel mondo che ha frequentato da vicino. Senza tanti giri di parole Barbara Rose accusa un sistema dell’arte senza più regole etiche che pensa soltanto al profitto: «Siamo in mano al marketing, nient’altro. Viviamo il tempo dei valori falsi confezionati per gente incolta e ignorante. Il problema è la distruzione totale del mercato dell’arte che non ha niente da fare con la qualità di un’opera. Oggi esiste solo la manipolazione del mercato controllata dalle case d’asta, ma ancor di più dalla pubblicità, dai libri e dai critici pagati, dalle feste mondane e dai musei. Sì, i musei sono il vero problema: certificano la qualità quando non c’e nient’altro che moda, scandalo e spettacolarizzazione. È il fast food dell’arte con il gusto di una pizza fredda».
«Ma l’arte americana non è del tutto morta: ho trovato enormi energie nuove dai giovani neri, latini e asiatici. L’arte vive di nuovo grazie al melting pot». Ma New York, aggiunge, non è più il centro del mondo: «Andare a New York oggi è come trovarsi con i resti di una festa». E si lascia andare a una battuta: «Ora a Manhattan ci sono meno artisti che a Todi». Per Barbara Rose anche in Europa non va tanto bene: «La crisi viene del fatto che i ricchi non hanno cultura e i colti non hanno soldi. Viviamo un mondo che non permette lo sviluppo del gusto. Oggi l’intelligenza, l’etica, l’estetica contano poco». Ne ha anche per i critici italiani: «Achille Bonito Oliva? Il suo problema è che si considera un artista. Per lui la più grande opera è solo se stesso. Francesco Bonami è molto legato alle logiche del marketing e capisce solo le regole del gioco. Germano Celant è il gioco». E salva soltanto Gillo Dorfles: «È stato il mio eroe. I suoi scritti sono ancora fondamentali per capire la decadenza del presente ».
La storica dell’arte è un fiume in piena: ricorda i giorni a Washington, dov’è nata e quando saltava la scuola per andare tutti i giorni alla National Gallery. Sognava di diventare pittrice («Ma ho smesso di dipingere quando ho visto i quadri di Frank Stella»); ricorda i suoi 15 anni a New York per conoscere gli artisti: «Bastava andare ai vernissage a Tenth Street o a Betty Parsons e c’erano tutti, sempre ubriachi e a caccia di ragazzine. Cosi ho incontrato de Kooning, Kline, Guston. E poi per pagarmi gli studi ho lavorato da Leo Castelli e così ho cominciato anche a scrivere. Avevo 22 anni». Una vita avventurosa nel nome dell’arte. Ma non solo. Tante anche le passioni d'amore: «Ho incontrato un ragazzo senza denti —racconta —. Era tutto sporco, con la barba lunga, un proto punk. Ma quando ho visto i suoi quadri neri ho capito che era un genio». Quel ragazzo era Frank Stella e diventerà suo marito.
Il secondo, per la precisione, visto che con questa donna tra amori e matrimoni il rischio è di perdersi. Per la cronaca, il terzo marito è stato Jerry Leiber (celebre autore di tutti i testi di Elvis Presley) che ha voluto sposare a Roma perché c’era Argan sindaco che ha celebrato il matrimonio. Tranquilli, scherza: «Il quarto e ultimo marito è anche il mio primo amore». E aggiunge: «Basta artisti, sono impossibili, ti uccidono, questo è un economista, anzi l’ultimo economista marxista rimasto negli Usa e si chiama Richard Du Boff. Eravamo proprio dei ragazzi quando ci siamo sposati ». Dopo 48 anni lo ha ritrovato casualmente durante un viaggio in treno. A Barbara Rose si illuminano gli occhi: «Si è avvicinato e mi ha detto: sei l’amore della mia vita. Ci risposeremo a Venezia. Non è una storia alla Calvino?».
Gianluigi Colin
02 aprile 2009
venerdì 16 gennaio 2009
ARTE E OSSESSIONE





Addio a Andrew Wyeth, per quattordici anni dipinse la vicina di casa di nascosto
Helga Testorf, immigrata prussiana, la sua grande fonte di ispirazione: attraverso il corpo ne coglieva l'anima
NEW YORK - È una storia romanzesca quella del pittore americano Andrew Wyeth, morto a 91 anni nel sonno nella sua casa di Chadds Ford vicino a Filadelfia. Noto esponente del realismo contemporaneo e figlio d'arte (suo padre era un famoso illustratore), lascia una vasta raccolta di opere, tra cui molti acquerelli e tempere, e la nota serie di ritratti della sua vicina di casa, Helga Testorf.
240 RITRATTI - Wyeth amava immortalare il litorale del Maine, i paesaggi della Pennsylvania, e - come detto - la sua vicina di casa, l'immigrata prussiana Helga Testorf, ritratta in uno stile minutamente descrittivo e austero: in circa 14 anni, dal 1971 al 1985, la dipinse 240 volte (in alcuni casi nuda) senza che la moglie di Wyeth né il marito della donna ne fossero a conoscenza. Da semplici studi e bozzetti a dipinti terminati, a tempera, ad acquerello, punta secca e matita: la ritraeva in modo quasi ossessivo, cercando di mettere su tela l'interiorità della donna. Helga, che non ha mai posato prima di allora, è per Wyeth una modella paziente. È una donna sola, in mezzo a una natura aspra e minacciosa o in un letto bianco, una donna minuta, che fissa un orizzonte lontano. La serie di Helga, attualmente proprietà di una società giapponese, venne acquistata in blocco nel 1986 dal miliardario Leonard Andrews per preservarla intatta e fu esposta l'anno dopo alla National Gallery di Washington. Nel 2007 Wyeth ha ricevuto la Medaglia Nazionale delle Arti dal presidente George W. Bush.
domenica 28 dicembre 2008
mercoledì 24 dicembre 2008
martedì 9 dicembre 2008
IN FUTURO- LE FOTO DI FRANCESCO DI GIOVANNI A ACIREALE
FRANCESCO DI GIOVANNI
IN FUTURO
Acireale (CT) - Zero69 Centro Culturale e Lounge Bar
dal 9 dicembre 2008 al 5 gennaio 2009
inaugurazione: martedì 9 dicembre 2008, ore 19
Pensare il futuro è compito "storico" dell'arte, e di quella parte della scienza (sempre più piccola) che ancora con l'arte traffica, la scienza teorica. Fotografarlo, il futuro, è idea geniale. Fotografare "questo tipo" di futuro, intendo dire. Non che la fotografia non ci abbia abituato a scenari futuristici, ma si è sovente trattato di paesaggi apocalittici, di medioevi futuri,
o, nei casi ottimistici, di melting pot più o meno riusciti, ma tutto questo, però, restando sempre nell'ambito del "mondano". E non è il futuro del mondo che ci interessa, che interessa, voglio dire, all'arte. è il futuro metafisico con il quale il pensiero creativo si scontra, con le variabili impazzite dei campi gravitazionali, con il movimento della materia al di sotto dello sperimentabile, andando avanti per tentativi, cercando difficilissimi riscontri. Per questo non ci sono "fotografi" ai quali vorrei affiancare le opere di questo artista. Mi viene in mente invece Burri, la "materia" del suo lavoro. è certo che potremo fotografare Dio soltanto in futuro, quando non sarà difficile farlo mettere in posa. Ma allora sarà soltanto fotografia. Cercare di fotografarlo "adesso" è arte. è arte che ci interessa.
Ottavio Cappellani
("Il futuro che ci interessa", dal catalogo)
La fotografia, ovvero “disegnare con la luce” è la porta attraverso la quale Francesco Di Giovanni accede a un mondo paradossale di figure antifotografiche e forse prefotografiche, sublimamente astratte e però “calde”, vive e palpitanti.
Come succede a tutti gli artisti, le tecniche sono per Di Giovanni chiavi linguistiche, sentieri cognitivi che si intersecano e a volte si interrompono, sempre comunicando fra loro come le strade di un infinito labirinto: ed ecco dunque riapparire nelle immagini di Francesco quel senso del colore e dello spazio, che in pittura esplode, materico e cinetico mentre nelle
immagini fotografiche si libra impalpabile e leggero, a caccia di spettri luminosi. Le larve meccaniche inquadrate dall’autore si spogliano della loro veste tecnologica, sorprese dall’obiettivo, e si riconfigurano in una strana biologia cromatica e antica, come pesci abissali dentro un acquario nero: come sempre, il meccanismo fotografico smonta il meccanismo del tempo. Il tempo (e il tempo di Francesco è, onticamente, il futuro) vissuto dal giovane e promettente autore è catturato fra le maglie di una percezione pittorica e colorata, attraverso la quali traspare, attutita e lontana, allusiva, la referenzialità del mezzo, ma decantata e marginalizzata, resa innocua. Tutto il lavoro di Di Giovanni si concentra sulla qualità fantasmatica del mezzo fotografico, sulla sua capacità di svelare e nascondere il reale e di scavare dentro e dietro l’analogon sartiano, facendoci riassaporare l’ingenua primitiva bellezza della prima fotografia (Henry Fox Talbot) e la magnifica decostruzione del meccanismo fotografico offertaci da Man Ray.
Giovanni Caviezel
("L'antifotografia del futuro", dal catalogo)
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Francesco Di Giovanni è nato a Catania il 21 dicembre 1991. Vive a Giarre, dove frequenta la sezione “Sperimentale
Area dei beni culturali” (Rilievo e catalogazione) dell’Istituto Statale d’Arte ed è responsabile del “Settore fotografia”
dell’Associazione culturale “Arte al cubo”.
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La mostra vuole essere un'occasione di incontro. Durante il periodo dell'esposizione convergeranno molteplici attività
artistiche relative alle aree: editoria, fotografia, installazioni, letteratura, musica, poesia.
Il programma completo degli eventi è disponibile on line su: www.artealcubo.it
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COORDINATE EVENTO
Mostra "FRANCESCO DI GIOVANNI. IN FUTURO"
Sede Zero69 Centro Culturale e Lounge Bar / Piazza Giuseppe Garibaldi 28 - Acireale (CT)
Durata dal 9 dicembre 2008 al 5 gennaio 2009
Inaugurazione martedì 9 dicembre 2008, ore 19
Organizzazione Associazione Arte al Cubo Eventi, TRIBE Società Cooperativa, Zero69
Catalogo A&B - Bonanno Editore. Testi di: Ottavio Cappellani, Giovanni Caviezel, Antonino Di Giovanni, Giacomo
Alessandro Fangano, Antonio Ferrero, Rosario Lambiase, Valeria Raciti, Arianna Rotondo, Chiara Tinnirello, Vanessa
Viscogliosi
Orari dal giovedì al martedì 16-02
Ingresso libero
Telefono sede 095601496
Email info@zero69.it / digiovannifrancesco91@gmail.com
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UFFICIO STAMPA
TRIBE Società Cooperativa
tel.: 339.5626111 - 338.8913549 fax: 1786019215
sito web: www.tribearl.it; e-mail: ufficiostampa@tribearl.it
lunedì 8 dicembre 2008
lunedì 3 novembre 2008
mercoledì 17 settembre 2008
PSAIER

Amico di Warhol, con le sue tele Psaier fa moda. Ma una galleria annulla l’asta: forse non è mai esistito
Ma se non arriverà presto un certificato di nascita, una foto o un documento credibili, c’è da giurare che tutti i quadri torneranno indietro, accompagnati dalla lettera di un avvocato. Se si scoprirà che Pietro Psaier non è mai esistito, la storia dell’arte perderà una biografie straordinaria, che accompagnava i suoi cataloghi a conferma di una vita travagliata, geniale e dissoluta, come si conviene a un artista. Psaier sarebbe nato in Italia nel 1936 e sarebbe emigrato negli Stati Uniti, dove avrebbe lavorato come cameriere in un caffè. Un giorno incontrò al bancone Andy Warhol e la sua vita cambiò. Dopo avere imparato l’arte alla Factory, cominciò a girare il mondo armato di tele, pennelli e droga, che consumava in grandi quantità. Passato dalla California al Messico, dalla Spagna all’India in un continuo girovagare, Psaier ha alla fine raggiunto lo Sri Lanka, lavorando in una grande varietà di stili, dal ritratto convenzionale alla pop art al collage. Stava probabilmente dipingendo in qualche spiaggia, quando lo sorprese lo tsunami del 2004: il suo corpo non è stato ovviamente mai ritrovato. Prima di partire dall’Italia, dice la sua biografia, Pietro Psaier trovò anche l’occasione di collaborare con Enzo Ferrari per dare un tocco di modernità alle sue vetture da corsa e forse bisognerà chiedere a qualche storico di Maranello se almeno da quelle parti è rimasta traccia del suo passaggio.
I primi dubbi sono venuti ai curatori del sito warohlstars.com, che vedevano abbinato il nome di Pasier a quello di Warhol. Vincent Fremont, che conobbe Warhol nel 1969 e ne divenne un collaboratore, esclude di avere mai incontrato il misterioso artista. «Ero sempre con Andy ed eseguivo i pagamenti dei collaboratori. Non ricordo nessun Psaier e non c’è alcun accenno a lui nei diari di Warhol. Se fosse esistito e avesse frequentato la Factory, non avrei potuto non incontrarlo». Alla disperata ricerca di una conferma che scongiurasse il rischio di annullare l’asta di oggi, John Nicholson ha mandato un suo emissario in Spagna, dove Carlos Langelaan Alvarez, uno psichiatra, ha testimoniato di avere avuto in cura Psaier tra il 1979 e il 1992. «Era un artista completo, con qualche problema di droga - ha dichiarato Alvarez -. Nel 1983 mi ha fatto conoscere Warhol, che era venuto a vedere i suoi lavori alla galleria Fernando Vijande di Madrid». Nicholson, uno stimato mercante d'arte da più di 20 anni, è deciso ad aggiungere a questa testimonianza altre prove dell'esistenza di Pasier.
Ma finora nessun documento decisivo è saltato fuori. I quadri da vendere venivano spediti da Los Angeles attraverso un intermediario che diceva di agire per conto del figlio di Pasier, Peter. Nicholson ha ricevuto un certificato notarile californiano che attesta che Peter è figlio di Pietro, ma ha dovuto ammettere di non averlo mai incontrato. Forse, dopo il padre, scomparirà presto nel nulla anche il figlio.
martedì 16 settembre 2008
arte al cubo
Manhattan: grattacielo a Cubo di Rubik
Piani sfalsati, i lavori inizieranno il prossimo mese e finiranno nel 2010. Costi degli appartamenti: proibitivi
MILANO - Sono diventati celebri in tutto il mondo per aver ideato l'incredibile stadio Nido d'uccello di Pechino, che ha ospitato le gare d'atletica dell'Olimpiade 2008. Ma la fama degli architetti svizzeri Jacques Herzog e Pierre de Meuron è destinata a crescere grazie al loro ultimo avveniristico progetto, un grattacielo da 57 piani che ricorda per le sue innovative forme il celebre cubo di Rubik. L'edificio che dovrebbe costare 650 milioni di dollari (circa 462 milioni di euro) sorgerà nel quartiere di Tribeca, nel cuore di Manhattan. 
LAVORI - I lavori per la sua costruzione dovrebbero iniziare il mese prossimo e il grattacielo si chiamerà Fifty-six Leonard Street (Leonard Street 56), proprio come il numero civico dove sorgerà l'edificio. Si tratta del primo grande grattacielo che i due architetti realizzano assieme: il palazzo è stato progettato in modo che ogni piano appaia sfalsato rispetto agli altri e i 145 appartamenti che vi sorgeranno avranno forme e angoli tutti diversi tra loro. Vicino all'ingresso del grattacielo sarà presente un'enorme scultura di acciaio inossidabile creata dall'artista indiano Anish Kapoor che rappresenterà un omaggio alla cultura della città. I lavori dovrebbero terminare entro il 2010 e i costi degli appartamenti per adesso appaiono proibitivi: si va da un minimo di 3,5 milioni di dollari per quelli più piccoli a un massimo 33 milioni di dollari per le case più ampie. 
REINVENTARE LO STILE DEL GRATTACIELO CLASSICO - Secondo i due architetti questa torre reinventa lo stile del classico grattacielo americano e lo trasforma in una sorta di «cubo di Rubik merlettato estremamente eccentrico. Le sue forme e i suoi materiali familiari sono modellati secondo un nuovo stile, cosicché tornano a rivivere», afferma Jacques Herzog. «Abbiamo portato a termine un'operazione simile a quella di Andy Warhol, che usava comuni immagini di cultura pop per dire qualcosa di nuovo». Per adesso non si sa quanto questo grattacielo sarà alto, ma secondo i suoi architetti, una volta terminato, sarà uno dei 15 edifici più alti della Grande Mela. Tra le altre singolari caratteristiche, presenterà un ampio salone in granito nero alto quasi sette metri e due piani dedicati ai divertimenti: in essi saranno presenti una piscina di oltre 25 metri, una grande libreria, un centro fitness e una stanza per la proiezioni di film
Francesco Tortora
15 settembre 2008
domenica 24 agosto 2008
ARTE AL CUBO

UN EVENTO, TANTI EVENTI: ARTE AL CUBO
Arte al Cubo è una manifestazione, giunta alla seconda edizione, organizzata dall’omonima Associazione Culturale e di Promozione Sociale – Arte al Cubo Eventi (www.artealcuboeventi.it) – e da Tribe Società Cooperativa, che intreccia una pluralità di linguaggi artistici (pittura – poesia – scultura – fotografia – cinematografia – letteratura – musica – editoria – filosofia – performance) in un format coinvolgente, articolato in: mostre, salottini culturali, esibizioni musicali, proiezioni di cortometraggi, reading di poesia, dibattiti.
Anche quest’anno il titolo della manifestazione è molto evocativo, essenzialmente metafisico: Memorie del Sogno. Fili rossi di questa tre giorni sono la dimensione mnemonica, il ricordo o la memoria e la dimensione onirica, del sogno. Un’infinità di artisti (ben trentacinque) e docenti universitari provenienti da diversi atenei del nostro paese si ritroveranno in una location elegante e suggestiva nel cuore barocco di Acireale
Gli incontri culturali (con importanti scrittori, poeti, filosofi, registi, esperti di comunicazione, storici) sono organizzati dal Direttore Generale della manifestazione Antonio Di Giovanni e da un ricco comitato scientifico di docenti universitari. Le mostre di pittura, fotografia, scultura, installazioni e video con 35 artisti da tutta l’Italia, sono curate dall’eclettico Direttore Artistico Giovanni Caviezel, docente universitario milanese e autore di programmi Rai, e da Alessandro Fangano e Vanessa Viscogliosi della Società Cooperativa Tribe. L’evento avrà luogo ad Acireale dal 12 al 14 settembre 2008 (con orario di apertura al pubblico dalle 16:00 alle 24:00) in via di Sangiuliano 15, presso il Chiostro dell’Ex Liceo Classico Gulli e Pennisi, accanto la Biblioteca-Pinacoteca Zelantea.
L’inaugurazione è prevista per le ore 18:00 del 12 settembre 2008.






