Visualizzazione post con etichetta televisione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta televisione. Mostra tutti i post

venerdì 6 maggio 2011

CINA: VERSO IL CONTROLLO TELEMATICO TOTALE

Istituiti nuovi controlli
su Internet mentre la tv
vieta i film di spionaggio e crimine

ILARIA MARIA SALA
HONG KONG
Istituzione di un nuovo ufficio per coordinare i controlli di Internet, proibizione di teletrasmettere film che includono immaginari viaggi nel tempo, ma anche quelli di spionaggio e di crimine, e l’ex ministro della Pubblica Sicurezza, Zhou Yongkang, membro del Politburo del partito comunista cinese, che propone un database nazionale che assembli tutte le informazioni di ogni individuo, per meglio «amministrare la società». Di questi tempi, in Cina, proibizioni e controlli sembrano andare particolarmente di moda.

Per quanto riguarda Internet, l’annuncio dato mercoledì non è dei più chiari: viene notificato che è stato affidato ad una nuova agenzia centralizzata il compito di regolare in tutta la sua interezza quanto avviene sul Web nel Paese, ma non specifica se questa nuova agenzia, che si chiamerà Ufficio statale per le informazioni su Internet, sostituirà i vasti apparati di controllo della Rete già esistenti. E’ stato però specificato, in un comunicato, che il nuovo Ufficio «dirigerà lo sviluppo delle industrie online di videogiochi, pubblicazione e video», e si occuperà anche della diffusione della propaganda governativa su Internet — nonché avere il compito di «investigare e punire i siti Web che violano le leggi e i regolamenti». Inoltre, sarà incaricato di supervisionare gli Internet provider per «migliorare l’amministrazione della registrazione dei nomi di dominio, la distribuzione di indirizzi IP, la registrazione di siti Web e dell’accesso a Internet». Insomma, controllerà tutto.

Appena tre giorni prima la rivista teorica del Partito comunista cinese, «Qiushi», o «Ricerca della verità», ha pubblicato un articolo scritto da Zhou Yongkang, l’ex-ministro della Pubblica Sicurezza ed attuale membro del Politburo, dove viene avanzata la proposta di costruire una database dove ognuno dei 1,34 miliardi di cinesi siano schedati in modo completo, creando una sorta di supercarta d’identità in cui sarebbero anche registrati i dati riguardanti il livello di istruzione, il curriculum lavorativo e quello fiscale. A queste informazioni andrebbe aggiunto anche il luogo di residenza delle persone, gli eventuali immobili e autoveicoli posseduti, e la storia medica di ognuno. Questo, scrive Zhou, aiuterebbe i comitati di quartiere a imporre la «stabilità sociale», e sarebbe dunque un fattore supplementare alla ricerca di quella che è oggi chiamata «l’amministrazione della società» (per utilizzare il termine favorito dalle autorità, che non amano parlare esplicitamente di «controllo»).

E se in questa atmosfera di controlli, istituiti e auspicati, un cittadino decidesse di staccare per un momento e rilassarsi guardando la televisione, la sua possibilità di scelta tra gli intrattenimenti disponibili è un po’ più ristretta di prima: nelle ultime settimane infatti sono stati tolti dai palinsesti televisivi diverse programmazioni che, pure, godevano di un certo riscontro fra il pubblico.

Dunque, in un comunicato pubblicato dall’Amministrazione statale per la radio, i film e la televisione, viene annunciato che i telefilm non possono presentare: «Temi di fantasia, viaggi nel tempo, storie mitologiche compilate in maniera casuale, trame strane o tecniche assurde, né propagare superstizioni feudali, fatalismo, reincarnazione, lezioni morali ambigue, e una mancanza di pensiero positivo». Gli spettatori cinesi non sono del tutto nuovi a questo tipo di proibizioni, dato che da anni c’è la regola che proibisce la produzione di storie di fantasmi e vampiri in Cina (per quanto ogni tanto qualcuno che riesca ad aggirare la legge si trova), ma l’annuncio copre stavolta un’area molto più ampia.

Come se non bastasse, negli ultimi giorni da qualcuno è stato stabilito che anche così, la televisione avrebbe potuto mostrare più del necessario, ed ecco dunque arrivare nuove proibizioni contro i telefilm, stavolta quelli che hanno per argomenti spionaggio o criminalità. La proibizione sembra essere temporanea ma di effetto immediata: da ora alla fine di luglio, infatti, le televisioni hanno dovuto modificare i palinsesti per eliminare ogni tipo di proiezione che avesse questi temi, considerati non sufficientemente edificanti dalle autorità.
© photo Giovanni Caviezel 4 Dollswhip

mercoledì 4 maggio 2011

AUDITEL REGISTRERA' ANCHE GLI ASCOLTI "DIFFERITI"

Piccola rivoluzione in tv e grande cambiamento per Sky: d’ora in poi Auditel pubblicherà gli ascolti ‘differiti’ (“Time Shifted Viewing” ), quelli che consentono di calcolare chi vede, non in diretta, un programma registrato. Crescono  tutti: Rai, Mediaset, La7 ma gli effetti più immediati si vedono già per chi guarda il piccolo schermo attraverso il decoder ‘MySky’.
Il risultato pratico – stando ai numeri indicativi diffusi in workshop a Milano dalla televisione in abbonamento – è che i canali Sky cinema e dei serial si vedranno riconosciuti un aumento di visione in un range tra il 16 e il 20%.
In particolare – sempre precisando che questi sono solo i primi test e riscontri – prendendo a riferimento l’intero universo dei telespettatori della tv a pagamento si calcola che c’è un aumento del 3,5% medio nella rilevazione degli ascolti e fra il 16 e il 20%, appunto, fra chi usa ‘MysKy’: un milione e mezzo di famiglie per un totale di circa 4,5 milioni di persone.
Si è quindi scoperto – hanno sottolineato i manager Sky Andrea Scrosati vice presidente cinema e intrattenimento  e Andrea Mezzasalma responsabile ascolti – che in alcuni casi il numero dei telespettatori in differita ha raggiunto punte del 60% o addirittura del 100% in più (ad esempio la serie di SkyUno ‘Spartacus’). Altro aspetto definito interessante è che non sembra che – nonostante si possa passare oltre con il telecomando – la pubblicità perda significativamente numero di persone che la vedono. Il che vuol dire “che c’è una fetta di fruitori della pubblicità in tv che fino a oggi non era stata misurata”.

lunedì 24 gennaio 2011

SPERIMENTARE LA TV? IN ITALIA È IMPOSSIBILE

In onda il disastro dei «numeri zero»

l’ultima decapitazione è avvenuta la scorsa settimana, con «Perfetti innamorati» di Raiuno

A FIL DI RETE
In onda il disastro dei «numeri zero»
l’ultima decapitazione è avvenuta la scorsa settimana, con «Perfetti innamorati» di Raiuno
I «piloti» sono in coma, ma i «classici» non stanno tanto bene. A giudicare dai dati, la «stagione dei numeri zero», ovvero dei programmi d’intrattenimento inediti «sperimentati» fuori dal «periodo di garanzia », ha dato esiti pressoché disastrosi. Non s’è salvato praticamente nulla: l’ultima decapitazione è avvenuta la scorsa settimana, con «Perfetti innamorati» di Raiuno, che ha fatto scivolare la rete all’11% di share (per un ascolto medio di 2.927.000 spettatori).
Barbara d'Urso con Aldo Busi (archivio Corriere)
Barbara d'Urso con Aldo Busi (archivio Corriere)
Ma non hanno fatto molto meglio Milly Carlucci di «24mila voci»,
col 15,2% di share (2.807.000 spettatori in due puntate), o «Il pubblico da casa», super-flop da 9,5% di share (2.342.000 spettatori). Ha avuto i suoi problemi anche Canale 5, con «Stasera che sera» di Barbara d’Urso (12,2% di share, 2.343.000 spettatori) e con «Let’s dance» (12,6% di share, 3 milioni di spettatori). Raidue ha sperimentato «Solo per amore» di Monica Setta, che non è andato oltre 7% di share (1.777.000 spettatori). Sono esempi che mostrano l’accezione tutta italiana del termine «sperimentare »: se in altri Paesi (come gli Usa) a sperimentare s’intercetta un pubblico raffinato e attento alle novità, qui la «sperimentazione» finisce col raccogliere l’audience più residuale, quella che non si sposta dal teleschermo nemmeno con le cannonate (basti analizzare i target di «Perfetti innamorati », ultra65enni con bassi livelli d’istruzione). Se anche i classici, come «Amici», sono in difficoltà, bisogna tirare due somme: primo, il pubblico, sempre più smaliziato, s’annoia sulla generalista e si sposta sui «nuovi» canali (premiati Rai4, Iris, Real Time, i canali cinema di Sky); secondo, una grande crisi di idee e creatività pare investire il Paese, a cominciare dal modo in cui pensa di distrarsi. In collaborazione con Massimo Scaglioni, elaborazione Geca Italia su dati Auditel.
Aldo Grasso

martedì 21 dicembre 2010

ALDISSIMO SULLO SPOT HORRIBILIS DELLA ARCURI

Lo spot super kitsch della Arcuri capolavoro di promozione libraria

Un piccolo diamante di coatteria, così brutto da sfiorare il sublime
Quello che frettolosamente la Rete ha sanzionato come il più brutto spot dell'anno rischia di diventare un oggetto di culto, la più straordinaria parodia della promozione libraria in tv. Altro che i libri sponsorizzati con pretenziosità da Fabio Fazio o da Corrado Augias o da Serena Dandini! Qui ci troviamo di fronte a un piccolo diamante di coatteria, così brutto da sfiorare il sublime. Per uno di quei paradossi che spesso striano il mondo della comunicazione, lo «scarto» culturale si eleva a canone, esattamente come quando Andy Warhol sosteneva che «la cosa più bella di Firenze è McDonald».

Da alcuni giorni, sulle reti Rai va in onda uno spot in cui Manuela Arcuri promuove l'ultimo libro di Alfonso Luigi Marra, Il labirinto femminile. Da tempo Marra usa una sorta di pubblicità «selvaggia» per lanciare le sue fatiche letterarie (pare che La storia di Giovanni e Margherita sia fonte unica di comicità involontaria), ma qui si è superato. L'attrice, senza mai battere ciglio, svegliata da un sonno catatonico dallo squillo di un cellulare, racconta la trama del libro e ne consiglia la lettura soprattutto perché è «un'opera per liberare la coppia e la società dallo strategismo sentimentale che le tormenta e ha enormemente rallentato il cammino della civiltà». E alla fine, proprio come i «promotori culturali» più affermati, ne consiglia l'acquisto.
Ci troviamo di fronte a un capolavoro assoluto e impossibile di bellezza e inespressività, un esempio involontario di kitsch, di camp e di trash, un brutto non intenzionale ma che poggia sul candore con cui è stato messo in opera l'artificio (sta poi alla malizia di ognuno capovolgerlo nel suo opposto). Per questo Marra (avvocato calabrese con la passione per la scrittura, già parlamentare europeo, eletto con Forza Italia nel 1994) ha deciso di intervenire in difesa del suo spot: «A coloro che, in questa cultura degli orifizi e delle strullate, si sperticano a definire lo spot di Arcuri il più brutto possibile, si può solo rispondere che la gelosia è il più umano dei sentimenti». Il cammino della nostra civiltà passa anche per «la cultura degli orifizi».

domenica 19 dicembre 2010

ALDISSIMO!

Aldo Grasso per il Corriere della Sera
© photo Giovanni Caviezel 4 Dollswhip
Le cose che non capisco. Non capisco come Paolo Bonolis, quello di «Ciao Darwin» e di «Chi ha incastrato Peter Pan?» , possa andare in un'università a dire che certa tv ha contribuito a corrompere il nostro Paese. Lui dov'era? Ma, ancora di più, non capisco come il pubblico degli studenti- un incontro promosso da Sinistra universitaria alla Statale di Milano- scenda in piazza a protestare contro la Gelmini e, intanto, si beva gli alibi di Bonolis.
Non capisco come il nostro Paese possa avere un futuro, dopo aver assistito alle performance radiofoniche dell'onorevole Domenico Scilipoti («Un giorno da pecora» ) e a quelle televisive del ministro Ignazio La Russa e dell'onorevole Antonio Di Pietro («Annozero» ). Uno dice: ma è spettacolo! Sì, ma poi basta un po' di neve per spezzare la penisola in due. È spettacolo anche quello.
Non capisco come Gad Lerner, dopo averci propinato noiosissime trasmissioni sul corpo delle donne e contro il velinismo di «Striscia» , possa prendersela con Caterina Soffici (una brava giornalista culturale) per aver scritto: «Sono entrata in un negozio perché avevo bisogno di una chiavetta. Dietro al commesso ho visto Belén sdraiata che mi ammiccava e ho deciso di uscire e comprare la chiavetta dalla concorrenza» .Non capisco come Gerry Scotti, dopo aver accettato (immagino non per beneficenza) di condurre tre o quattro programmi, di dirigere una radio, di fare il testimonial per più ditte, possa lamentarsi di essere sfruttato da Mediaset. Ha persino confessato di essere ricorso alle vie legali per mettere un freno a questa sovraesposizione. Naturalmente la confessione è avvenuta durante la presentazione alla stampa di un suo nuovo programma, «Paperissima» .

 Non capisco come Benedetta Parodi («Cotto e mangiato » ) possa aver scritto un libro. Non mi sorprende però che sia il primo nelle classifiche dei libri più venduti. Di cosa ci lamentiamo, in Italia?

sabato 17 aprile 2010

IL MIRACOLO BIPARTISAN DI VIANELLO


da "Dagospia"
Lui che fu a Salò, prima seguace del Cav. televisivo e poi elettore di quello politico (memorabile il suo pronunciamento, “ho la fortuna dopo quarantacinque anni di votazioni di conoscere il candidato per cui voterò”), fu perfettamente bipartisan nel godimento televisivo e perfettamente bipartisan nel cordoglio per la dipartita – così come da unanime applauso parlamentare - DARIO FO: "NON HA MAI PERSO UNA DOTE FONDAMENTALE: LA CORRETTEZZA"...

domenica 28 marzo 2010

SI PUO' FARE A MENO DELLA TV


Campagna elettorale, così il web
ha cambiato le regole del gioco


Il format di Enrico Mentana ha provato due cose fondamentali

Si può fare a meno della tv, lo ha dimostrato il «Mentana Condicio». Queste elezioni regionali, grazie a una cavillosa interpretazione della par condicio, rischiavano di essere il funerale del confronto: niente dibattiti tv, in quarantena i contraddittori fra politici. Il format di Enrico Mentana ha provato due cose fondamentali: la prima è che mettere il bavaglio alla tv è ormai un ridicolo controsenso; la seconda, più importante ancora, è che la tv tradizionale o generalista non è più al centro della scena mediatica.

Per questo, giovedì 11 marzo, quando su corriere. it ha preso le mosse il confronto fra Ignazio La Russa ed Enrico Letta, è da considerarsi una data importante: grazie alla indiscussa professionalità del conduttore, il pubblico ha dimostrato di essere capace di migrare da un mezzo all’altro, dalla «vecchia» tv al «nuovo» web. Con l’introduzione della tecnologia digitale, la tv ha mutato il suo statuto e si è trasformata, nel corso di un grande processo di frantumazione, in un new medium. Cioè in un medium interattivo, personalizzabile, delocalizzato, convergente; solo così è possibile trasformare la dimensione comunicativa in un atto sempre più complesso e partecipativo da parte degli spettatori. Sotto questa luce, lo show di Michele Santoro dal PalaDozza di Bologna ha esibito straordinarie capacità di mobilitazione: dell’audience, certo, ma più ancora delle nuove tecnologie distributive: Internet, satellite, digitale terrestre, tv locali, radio, siti, blog, social network, streaming. Mentana e Santoro hanno avuto il merito di sperimentare la sinergia tra nuovi media e vecchi contenuti. Hanno avuto il merito di proporre prodotti professionalmente ineccepibili, anche dal punto di vista tecnico.

Si può fare a meno della tv generalista, specialmente nei momenti in cui il mezzo non svolge soltanto una funzione di intrattenimento ma serve anche a riflettere, a immaginare il proprio destino politico: ciò che caratterizza il cambiamento in atto è l'idea della radicale personalizzazione del consumo. La tv generalista continua a rimanere una grande luogo comune, un discorso condiviso, l’offerta mainstream per eccellenza: le nuove tecnologie, però, non servono più ad «ammazzare il tempo» ma a renderlo proficuo.

Aldo Grasso

venerdì 19 marzo 2010

LA TV GENERALISTA, FRA ALDO BUSI E IVANA TRUMP, HA GIA' SCELTO


Busi radiato dalla Rai: ipocrisie annunciate

Quando si dice avere nerbo: Aldo Busi è stato radiato da tutte le trasmissioni Rai. La decisione è stata presa da Viale Mazzini dopo le escandescenze dello scrittore nella puntata di mercoledì sera: «Il direttore di Raidue, Massimo Liofredi, sentito il direttore generale della Rai Mauro Masi, ha ravvisato nel comportamento dello stesso palesi e gravi violazioni delle regole e delle disposizioni contrattuali». Busi non metterà più piede in Rai (gli restano sempre gli studi Mediaset).

Quello che doveva essere un reality nobilitato dalla cultura, si è concluso nel peggiore dei modi, all’insegna della più sfacciata ipocrisia. Busi ha trasceso, lanciando strali contro gli omofobi, il Papa e il governo. Ma si sapeva che Busi avrebbe «abusato»: è nella sua natura, nel suo stile, nei suoi libri. Se colpa c’è, va ricercata in chi l’ha invitato: ovvio che un personaggio come Busi susciti curiosità, contribuisca alla risonanza mediatica e, quindi, al successo della trasmissione. Alla partenza, intervistato da Aldo Cazzullo, aveva dichiarato le sue intenzioni: «Una clausola mi imponeva di non parlare in modo offensivo di politica e di religione. Ho preteso che venisse tolta. Altrimenti cosa dovrei dire tutto il giorno? Cip-cip?». Cip-cip: prima gli concedono la licenza d’uccidere e poi si strappano i capelli perché ha premuto il grilletto. Basta rivedere la scena finale del suo abbandono per capire tante cose. Perché Busi ha deciso si andare via? Il corpo estraneo è stato espulso. Gli anticorpi della tv generalista (da un concorrente, famoso nel suo condominio, che si esprime solo in romanesco a Mara Venier, da Rossano Rubicondi al figlio adottivo di Renato Zero) lo hanno cacciato. Busi aveva esaurito le energie di sopportazione perché è duro stare tre settimane con persone che parlano un’altra lingua fingendo di parlare la tua.

Senza mai la possibilità di confrontarsi. Busi era l’unico che parlasse in italiano, gli altri, a cominciare dalla conduttrice (che si è inerpicata in una sublime distinzione tra forma e sostanza da «signora mia»), mettono insieme alla rinfusa vocaboli ed espressioni, articolano parole senza un minimo di costrutto, sono prigionieri delle frasi fatte e dei peggiori luoghi comuni (dove si annida il conformismo e l’insincerità). Per questo la Ventura continuava a ripetergli: «Rischi di non essere capito, hai capito?». Su una sperduta isola del Nicaragua si è consumato il dramma dell’incomunicabilità e dell’ipocrisia, mentre la telecamere inquadrava una rifattona americana che non sa come ammazzare il tempo, se non divertendosi a collezionare mariti. Chi scegliere tra Aldo Busi e Ivana Trump? La tv generalista non ha avuto dubbi e infatti, nel motivare il suo abbandono, Busi ha detto un cosa interessante: «Me ne vado perché non c’è più racconto». In tv il racconto è tutto, e a volte non bastano i format, non bastano gli autori, non bastano i conduttori. Ci vorrebbe anche un po’ di creatività e di responsabilità. Busi poteva risparmiarsi un congedo così inopportuno, così inaccettabile. Ma ora Masi, Raidue, Magnolia, la Ventura evitino di impartirci lezioncine di morale.

Aldo Grasso

mercoledì 24 febbraio 2010

DUBBI SANREMESI

da "Dagospia", er mejo sito che ci sia

IL FOGLIO DEI VESCOVI SCOPERCHIA I DATI DEL TELEVOTO CHE LA RAI VUOLE TENERE SEGRETI
ALLE 23.12 PUPO E IL PRINCIPE ERANO PRIMI CON 212MILA VOTI (SCANU 77MILA VOTI SOTTO)
POI IL BOTTO: IN 53 MINUTI SOLO 1.384 SI AGGIUNGONO AI FAN DEL TRIO MENTRE IL COCCO DI MARIA, VALERIO SCANU, NE RACCOGLIE BEN 96.517!
L’UNICA COSA CERTA È CHE IL TELEVOTO È UN MEGABUSINESS: NE SONO STATI ESPRESSI 3.606.950. AL COSTO DI 0,75 € L’UNO IL TOTALE È DI 2.705.212,50 € - DUBBI ANCHE SUL RIPESCAGGIO: L’ORCHESTRA CONTAVA PER IL 50% E HA BOCCIATO IL TRIO SENZA APPELLO

giovedì 7 gennaio 2010

BENIAMINO / BIGNAMINO: addio a una intelligenza soave e tagliente.


IL METODO PLACIDO (CONTRO I LUOGHI COMUNI): "Non c'è una letteratura "alta" e progressiva (o comunque nobilmente sofferente) ed una letteratura "popolare" regressiva (o comunque ignobilmente gaudente). Ci sono vari livelli di aggiustamento, che si offrono alla comprensione, non all' esaltazione/liquidazione moralistica, solo se si ha presente il meccanismo generale che li governa"...

sabato 17 ottobre 2009

GIORNALISMI A CONFRONTO: IL PARERE DI ALDO


Brachino e Capuozzo giornalismi diversi
Un toccante servizio sulla vi­ta dei nostri soldati in Afghanistan, e il pedinamento di Mesiano

Due modi diversi di fare informazione, su Canale 5. Mercoledì sera (ore 23.30) il settimanale del Tg5 «Terra!» a cura di Toni Capuozzo e Sandro Provvi­sionato ha proposto un toccante servizio sulla vi­ta di tutti i giorni dei nostri soldati che si trovano in missione in Afghanistan, a un mese dall’attentato avvenuto il 17 settembre e costato la vita a sei connazionali e a 24 civili.

CAPUOZZO - Da Kabul, Toni Capuozzo (il nostro giornalista preferito) e Anna Migotto hanno raccontato in maniera mirabile, senza retori­ca e sentimentalismi, la vita dei nostri soldati, sempre sospesa tra la tensione delle lunghe ore di missione, scandite dai turni di pattuglia diurni e notturni, e il ca­meratismo dei pochi momenti di tempo libero. Sono state propo­ste interviste ai militari, a gente del posto le cui famiglie sono sta­te straziate dalle bombe dei tale­bani; abbiamo visto le immagini del più scalcagnato golf del mon­do e di un altrettanto malandato zoo. Abbiamo provato soprattut­to commozione nel ripercorrere tante storie che testimoniano la drammaticità della guerra. Ca­puozzo ha così concluso il lungo reportage: «Ciò che conta è aver fatto il tuo dovere e il ricordo di chi non torna, piaccia o meno al Times di Londra».

BRACHINO - Mercoledì verso le 10, nel cor­so di «Mattino cinque», Claudio Brachino aveva lanciato un servi­zio sul giudice civile milanese, Raimondo Mesiano, quello della sentenza a sfavore della Finin­vest. Il filmato di Annalisa Spino­so voleva mostrare le stravagan­ze comportamentali del magistra­to (che poi si risolvono in un camminata davanti a un negozio di barbiere) e si è concluso con un’osservazione sul colore dei calzini. Grande giornalismo d’inchiesta! Intanto, in studio, Claudio Brachino commentava le immagini con alcune capriole dialettiche tra le presunte stra­vaganze del giudice e la sua promozione a opera del Csm.

venerdì 2 ottobre 2009

MICA SEMPRE TUTTA COLPA DI SILVIO


ROSSO RAI, AZZURRO MEDIASET - LA TV PUBBLICA PERDERÀ 600 MLN DA QUI AL 2012, IL BISCIONE INVECE CRESCE – TUTTA COLPA DI SILVIO? A V.LE MAZZINI 8 MILA DIPENDENTI IN PIÙ - E QUANTO PESANO LE INFORNATE DI DIRETTORI E VICE DI NOMINA POLITICA (CHE RESTANO TALI ANCHE AD INCARICO SCADUTO)?...

Sergio Rizzo per il "Corriere della Sera"

Masi profetizza, con un buco di 210 milioni di euro nel prossimo anno e una voragine di 600 milioni da qui al 2012, bisogna tornare indietro di quindici anni. Silvio Berlusconi aveva già vinto le sue prime elezioni quando, nella primavera del 1994, la Rai «dei professori», allora presieduta da Claudio Demattè, archiviò il bilancio 1994 con una perdita di 479 miliardi di lire. Dopo un decennio di follie, durante il quale la tivù di Stato si era dissanguata nella concorrenza alle reti televisive del premier in pectore, era stato toccato il fondo.
CARLO FRECCERO - copyright Pizzi

Da quel punto, insomma, si poteva soltanto risalire. A differenza di quello che sta accadendo ora. Perché all'inizio degli anni Novanta la situazione disastrosa dei conti aziendali era la conseguenza di un indebitamento allucinante, che costringeva la Rai a pagare centinaia di miliardi di lire di interessi. Ora, invece, la tivù di Stato ha 956 milioni di euro di debiti: ma in gran parte, come tutte le imprese soprattutto pubbliche, nei riguardi dei fornitori. L'esposizione con le banche è pressoché inesistente. Mentre, fatto ben più preoccupante, non c'è altra azienda pubblica, a parte forse la Tirrenia di navigazione, che debba fare i conti con problemi strutturali tanto pesanti.
Silvio Berlusconi - copyright Pizzi

Il calo della pubblicità, per esempio. Quest'anno la flessione netta degli introiti dovrebbe aggirarsi intorno ai 140 milioni, dopo i 40 già perduti nel 2008. Si dirà che con i tempi che corrono soffre tutto il settore. Anche il principale concorrente: Mediaset. Intanto però, se è vero che gli incassi pubblicitari del gruppo che fa capo al presidente del Consiglio sono rimasti nel 2008 pressoché stabili (a un livello quasi triplo rispetto a quelli della Rai, 2.881 milioni contro 1.187), il fatturato ha continuato a crescere. I ricavi consolidati di Mediaset hanno toccato 4.251,8 milioni, con un aumento del 4,2%, raggiungendo un livello superiore del 32% a quello della Rai: un miliardo tondo in più.
MARINA BERLUSCONI

Va detto che questa cifra comprende le attività non indifferenti della controllata spagnola Telecinco. Ma anche limitandosi al perimetro italiano, tuttavia, Mediaset ha sorpassato la Rai: 3.271 milioni contro 3.210.

È la prima volta che accade. Ma non poteva essere diversamente in un anno, il 2008, nel quale il fatturato Rai è sceso dello 0,7% e quello di Mediaset Italia è al contrario lievitato del 9%. Merito degli incassi della pay tv, opzione strategica alla quale la Rai ha sostanzialmente rinunciato. Mettendosi così nelle assurde condizioni di una tivù commerciale, con azionista pubblico, che ha scelto di stare fuori del mercato.

Né va meglio con il canone, che rappresenta più del 50% dei ricavi Rai. Tanto più che ora alcuni giornali vicini al centrodestra e strutture dell'attuale maggioranza di governo (i Circoli della libertà) che controlla due canali su tre e il consiglio di amministrazione hanno lanciato una singolare campagna di boicottaggio.
Gabanelli

Pagano 15.939.000 famiglie, più o meno le stesse del 1993, quando i contribuenti erano 15.700.000. Non pagano, pur essendo stati già messi a ruolo, 737 mila. Ma il tasso di evasione presunto è ben superiore: 28%. Resta il fatto che con l'attuale struttura aziendale il canone non riesce nemmeno a fornire le risorse necessarie alle attività di «servizio pubblico». Il bilancio 2007 di queste attività ha chiuso in perdita per 260 milioni di euro.

Se poi si aggiunge la decisione voluta fortemente da Masi, di recedere dal contratto che legava Sky a Raisat, la società presieduta da Carlo Freccero (nella quale ha una partecipazione del 5% anche Rcs MediaGroup, editrice del Corriere ), il quadro si fa ancora più complesso.
MAURO MASI SUSANNA SMITH

Secondo Masi la decisione di abbandonare la piattaforma satellitare di Rupert Murdoch eviterà una emorragia ulteriore di ricavi pubblicitari. Nel frattempo, però, la Rai rinuncia da fine luglio agli oltre 50 milioni annui che Sky le versava come corrispettivo: cifra tra l'altro destinata a crescere, per una clausola contrattuale, con l'aumento degli abbonati alla tivù satellitare del magnate australiano.

Nel 2008 l'introito è stato di 55,2 milioni, contro i 53,3 del 2007. Ed è difficile sostenere che ciò non abbia una conseguenza immediata sui conti del 2009, che chiuderanno, ha detto Masi, con una perdita di 50 milioni. Per quanto riguarda il futuro, si vedrà. Si vedrà soprattutto se e come funzionerà la nuova piattaforma nata nell'estate del 2008, e battezzata Tivù, nella quale non a caso la Rai è in società con Mediaset, e di cui Telecom Italia ha una quota minoritaria.

Tutto questo mentre la televisione pubblica è costretta a coprire i grandi eventi sportivi, dal costo sempre più insostenibile: l'anno scorso Europei di calcio e Olimpiadi hanno fatto schizzare all'insù di 145,6 milioni i costi operativi. Una mazzata, non compensata dalla pubblicità. Per non dire degli stipendi.

La differenza fra Rai e Mediaset è tutta qui. Con fatturati italiani e audience paragonabili, le due aziende hanno una differenza enorme: il numero di buste paga. Compresi i lavoratori a tempo determinato, la Rai paga 13.236 dipendenti, spendendo un miliardo e 9 milioni di euro. Mediaset «Italia», invece, nel 2008 ne ha retribuiti mediamente 5.122. Ossia 8.114 in meno.

Il peso economico di questo macigno si sente, eccome. Il costo del lavoro in Rai supera di 580 milioni quello di Mediaset Italia. In larga misura una tassa che l'azienda paga ai partiti: i suoi veri azionisti. E non soltanto, come si potrebbe pensare, con riguardo alla categoria più esposta alla politica, cioè i giornalisti. Vero è che sono più di 2.000, se si calcolano anche i 347 precari. Sono 347, più o meno quanti sono tutti i giornalisti di Mediaset Italia, 378.

Oppure, quanti sono tutti i giornalisti Rai con qualifica di dirigente: 330 fra direttori, vicedirettori e capiredattori. Ogni cinque cronisti assunti in pianta stabile (1.659) c'è un generale. Naturalmente, non si può non sottolineare che fra l'offerta informativa della Rai e quella di Mediaset c'è un abisso, e che la tivù di Stato mantiene affollatissime redazioni regionali. Ma 2.006 giornalisti non sono uno scherzo. Come non lo sono 8.134 impiegati, due volte e mezzo quelli del concorrente privato.

Alla Rai ci sono perfino 12 medici ambulatoriali dipendenti dell'azienda. Il numero dei dirigenti, invece, è identico: 347. E questo potrebbe spiegare perché il costo pro capite del lavoro sia più alto a Mediaset: 83.795 euro contro 76.276 euro.

Se non ci fosse il fardello supplementare di qualche migliaio di dipendenti, non c'è dubbio che la musica del conto economico Rai sarebbe un'altra. Basta un'occhiata alle cifre. In un anno di difficoltà come il 2008 il bilancio Mediaset Italia ha chiuso in utile per 378 milioni (459 milioni i profitti di tutto il gruppo), mentre i conti della Rai erano in perdita per 7 milioni. La differenza aritmetica non corrisponde ai 580 milioni di maggior costo del lavoro anche perché Mediaset, a differenza della Rai, paga non trascurabili interessi alle banche: fra i creditori c'è pure, per 310 milioni, Mediobanca, partecipata da Fininvest e nel cui consiglio siede il consigliere di Mediaset Marina Berlusconi.

Secondo una stima della stessa Mediobanca il principale gruppo televisivo privato archivierà il 2009 in Italia con 259 milioni di utili, che saliranno a 299 nel 2010, quando anche la ripresa del titolo si dovrebbe essere consolidata. Mentre i conti dalla Rai sarebbero in rosso profondo.

Come arginare questa situazione? Sforbiciando qua e là. Ma talvolta con interventi che lasciano decisamente perplessi sulle motivazioni economiche. Come nel caso della tutela legale alla trasmissione «Report» di Milena Gabanelli, indicata da qualcuno nel centrodestra (il presidente della commissione Trasporti e Comunicazioni della Camera Mario Valducci) fra quelle «ostili» alla maggioranza di governo.

Masi ha insistito fino all'ultimo per eliminarla, portando come giustificazione i costi delle cause di risarcimento a cui l'azienda sarebbe esposta. Sapete quanto è accantonato a fondo rischi per tutte le cause legali intentate nei confronti di viale Mazzini, compreso anche il contenzioso civile a carico di «Report» diventato ormai la pietra dello scandalo, e comprese anche le controversie contrattuali? Settanta milioni. Contro i 62,7 milioni messi da parte nel bilancio di Mediaset: che a questa somma doveva però aggiungere 76,8 milioni proprio per i rischi contrattuali.

Cifre sicuramente importanti, anche se va precisato che l'accantonamento non equivale affatto a un costo. Spesso, anzi, è addirittura un risparmio. Quanto costeranno invece le inutili infornate di direttori e vicedirettori di reti e testate decise solo per motivi di lottizzazione politica?

giovedì 17 settembre 2009

MIKE MUST GO ON


Mike Bongiorno «rivive» in tv. Per gli spot
Richiesta della famiglia, in onda immagini inedite del presentatore con il figlio Leonardo

MILANO — Mike Bongior­no ancora in video: un’iniziati­va sorprendente che non ha precedenti in Italia. Potere del­la pubblicità, cui il presentato­re morto l’8 settembre aveva consacrato un pezzo della sua vita. Da domenica riprende infat­ti la messa in onda degli ulti­mi spot inediti Infostrada con Mike protagonista assieme a Fiorello e a Leonardo, suo fi­glio 20enne. La famiglia Bon­giorno, di comune accordo con Fiorello, ha ritenuto coe­rente non interrompere la messa in onda degli spot Info­strada: una scelta maturata ri­spettando l’entusiasmo e il profondo senso del lavoro che ha sempre animato Mike nella professione e con la con­sapevolezza di interpretare il grande orgoglio e la gioia che aveva provato collaborando, sul set, assieme a suo figlio più piccolo.

domenica 26 luglio 2009

LA TORTA TELEVISIVA

DA DAGOSPIA ER MEJO SITO CHE CI SIA

Dimenticate il duopolio Rai-Mediaset. Cestinate anche il tri-polio con Sky. Oggi la cuccagna televisa si può dividere in due, come una torta: da una parte il satellite di Murdoch, dall'altra il digitale terrestre (DT).

Gli operatori più grossi del DT sono ovviamente Rai, Mediaset e Telecom Italia Media (La7-Mtv). Nel 2012 Viale Mazzini avrà sei frequenze che valgono 4/6 canali ciascuna. Piersilvio, idem. A Bernabé toccano in regalo 4 frequenze, ridotte a tre dopo la riassegnazione delle frequenze (curiosamente Telecom non ha gridato allo scippo voluto dal governo Berlusconi, e dopo vedremo perché).
murdoch James

Ora, per alleviare lo stato debitorio dell'azienda telefonica, sarebbero state messe in vendita le 3 frequenze da 18 canali del Digitale Terrestre - a tale proposito, è stato dato incarico alla Merryl Lynch. E qui scoppia il bellum. Chi se le prende, vince la cuccagna televisiva.

Se le acchiapperà Sky potrà competere alla grande su una piattaforma sulla quale Mediaset ha investito molto del suo futuro. Al contrario, se il rampollo di Silvio riuscirà a conquistarle, il Biscione sarà il padrone dell'etere. Definitivamente: perché avrà la bellezza di 9 frequenze per un totale di 63 canali.

Il rampollo di Murdoch (James) sa bene che non può tentare di comprarle - la legge lo impedisce - prima del 2011. Nell'attesa probabilmente sbucheranno nomi e prestanomi: da una parte quelli di Sky, dall'altra i berlusconini.
Murdoch

Ed ora arriviamo ai contenuti, che in fondo è uno e uno solo quello che fa la differenza: il santo pallone. Infatti, è il calcio l'impulso più impellente che porta all'abbonamento col satellite e all'acquisto delle schede Mediaset Premiun.

E che farà Telecom Italia? Le vende o se le tiene strette? C'è chi scommette che queste frequenze DT rappresentino la polizza salva-vita di Bernabé: finché sono in suo possesso, Berlusconi non permettersi di sbolognarlo...

PS - Gli scalpitanti azionisti Telecom sognebbere invece di vendere non solo le frequenze-gioiello DT - che potrebbero fruttare in totale da 600 agli 800 milioni di euro - ma anche La7. Che perde soldi. Ma c'è un ma grosso così. Mentre le frequenze DT le possono acquisire sia Sky che Mediaset, superando alcuni scogli legali, sicuramente non è possibile comprarsi una rete tv. E oggi, al di là degli squali e biscioni, chi può permettersi una rete tv?

venerdì 20 marzo 2009

I TRUCCHI DI DAVE!

TUTTI I TRUCCHI DI DAVE – ALESSANDRA MENZANI DI “LIBERO” PASSA UN GIORNO DIETRO LE QUINTE DELLO SHOW DI LETTERMAN: IL PUBBLICO GASATO PRIMA DELL’ARRIVO DELLA STAR, GUAI AI MOSCI – SALA GELATA PER SCALDARE GLI ANIMI E (VUOLE LA LEGGENDA) 52 AUTORI…

Alessandra Menzani per "Libero"


John McCain da David Letterman

Tutti lo copiano, nessuno ce la fa. In Italia ci ha provato chiunque, più o meno esplicitamente. Daniele Luttazzi con "Satyricon", Fabio Fazio, Gene Gnocchi, Victoria Cabello, Daria Bignardi. Per non parlare di Piero Chiambretti. Lui è quello che si è avvicinato di più al "modello" Letterman, anche se oggi prende le distanze e anzi dichiara che, ormai, David è passato come il Bologna ed è molto più "fico" John Stewart. Mah.

Fatto sta che il "Late Show", lo storico programma di seconda serata della Cbs, quello con lo sfondo di New York illuminata di notte, è il programma tv più famoso del mondo, quello che ha creato personaggi, tendenze, modello di ogni intrattenitore del globo, dal rivale Jay Leno (Jay è punto di riferimento dei repubblicani, David dei democratici) ai conduttori delle tv locali.


David Letterman

Da Letterman, Demi Moore si è esibita nel famosissimo spogliarello con le carte (copiato, con citazione, dallo stesso Chiambretti), Madonna nel '94 è stata praticamente cacciata a pedate nel sedere perché non accennava ad andarsene; all'attore Joaquim Phoenix, in studio mezzo ubriaco e in stato confusionale, Letterman ha detto: «Mi dispiace che tu non sia potuto essere qui stasera». In Italia solo una tv lo manda in onda: Rai Sat Extra, ogni giorno da dieci anni alle 23 circa sul canale 121 di Sky.

Siamo andati a New York, all'Ed Sullivan Theatre di Broadway, set del "Late Show with David Letterman", a scoprire i segreti del programma più amato d'America, giunto al 27esimo anno di vita (prima era sulla Nbc). Il primo, vero segreto di David è il pubblico in studio. Nascosti nella platea, abbiamo capito perché Letterman è Letterman. Di solito il pubblico, prima della registrazione o di una diretta, viene "scaldato" da un intrattenitore. Qui la parola "scaldare" è riduttiva.

Viene fatto una specie di lavaggio del cervello, in senso buono però. «Non importa se avete problemi di lavoro, con i figli, se fuori nevica o piove», urla un ragazzetto brillante alla gente prima dell'ingresso in sala, «ora passerete l'ora più bella della vostra giornata e dovete divertirvi. Siete allo show di David Letterman. E non lo guarderete in mutande davanti alla tv, siete qui, in studio, siete dei privilegiati!».

David Letterman con figlio

A David bisogna dare energia, perché «come Popeye e voi siete gli spinaci, una volta c'era un tipo moscio in prima fila e Letterman si è chiuso in camerino furibondo». Il tizio brillante fa anche una sorta di "prova" per vedere la reazione alle battute che in studio farà il conduttore. E poi ordina alla gente: «Se volete andare a fare la pipì, ora o mai più».A questo punto il pubblico entra in sala. Cittadini di Manhattan e famiglie intere dall'Ohio. Come ci aspettavamo, la temperatura si avvicina al freddo polare. Pare sia fatto apposta per invogliare la gente a scaldarsi agitandosi e applaudendo le mani con più entusiasmo. Così vuole la leggenda popolare. Altro mito: David avrebbe a disposizione un numero record di 52 autori, che ogni mattina gli preparano le battute e lui dice: «Questa sì, questa no».

Comunque sia. Dopo il ragazzotto "incitatore", pochi minuti prima della diretta sale un signore sul palco mentre la lucidatrice fa brillare il pavimento blu della sala. Questo signore, pure lui, ha il compito di fomentare il pubblico. «Coraggio, divertitevi, Letterman sta arrivando», come se ci fosse ancora bisogno di surriscaldare gli animi.


David Letterman

E poi, eccolo, arriva lui, calza bianca, giacca, cravatta e i soliti occhiali. Se in quel momento fosse entrato Brad Pitt o Obama la gente li avrebbe accolti con meno entusiasmo. L'anchorman carica di nuovo il pubblico, scherza con un tizio venuto dal South Carolina (ma chi è quella vicino a te, l'amante?) e poi va in onda. Parte con il consueto monologo. Scopriamo che legge il gobbo. Ma un gobbo molto più "intelligente" rispetto ai nostri, piazzati talmente lontano dalle telecamere da far sembrare strabici i conduttori che lo usano.

Questo mini gobbo è sistemato a mezzo centimetro dal monitor, che a sua volta è vicinissimo a Letterman. «Amy Winehouse è stata arrestata perché ha picchiato una fan. Consiglio a Amy: la prima che dovrebbe picchiare è la sua parrucchiera», e poi battute su Pitt-Jolie, Bush, Clinton, Alex Rodriguez e Madonna. Pezzo cult della trasmissione è la band fatta di sessantenni, capitanata dal pelato Paul Shaffer, spalla del conduttore dal 1982.

La scelta degli ospiti, quelli non famosissimi, è geniale. Da lui va gente assurda che fa sedere sui divanetti di legno, antichissimi, modello Mercatone Uno, mitologici. C'è il famoso dietologo e David pensa bene di prendere un tipo grasso dal pubblico, tale George, di pesarlo e di far promettere al medico di alleggerirlo di una 20 chili; c'è il comico emergente inglese Russel Brand, noto per aver portato in diretta su Mtv il suo spacciatore e per essersi vestito il 12 settembre 2001, sempre su Mtv, da Osama Bin Laden, gesto che gli costò l'immediato licenziamento; c'è lo zoologo che porta in studio cuccioli di tigre, piccoli esemplari jene e una tartaruga dal collo lunghissimo.

Sarà anche più "fico" John Stewart, ma Letterman ha sempre un gran fascino. Anche se ieri si dice non fosse di ottimo umore: il rivale Jay Leno aveva ospite il "suo" Obama. Uno smacco per il democratico David. Ma pazienza, Letterman ha il ciccione George...

[20-03-2009]

domenica 8 marzo 2009

PROMO STRATEGIA

A SORPRESA SU SKY MIKE FA SPOT PER FIORELLO, SENZA CHIEDERE IL PERMESSO A PIERSILVIO – IL RIFIUTO DI SIPRA (RAI) E PUBLITALIA (MEDIASET) DI MANDARE IN ONDA GLI SPOT - DUE SERE FA FIORE A ‘BLOB’ HA RECITATO LA PARTE DEL MARTIRE DEL BERLUSCONISMO…

Aldo Grasso per il Corriere della Sera

Nella storia della tv italiana è il primo caso di «guerrilla marketing», di promo non convenzionale, di utilizzo creativo a spese della concorrenza. Ieri sera, prima del derby Toro-Juve, Mike Bongiorno, il presentatore per antonomasia di Rai e Mediaset, ha lanciato il nuovo programma di Fiorello su Sky. Senza chiedere permesso a Berlusconi.
E due sere prima Fiorello si era presentato davanti alle telecamere di «Blob» recitando la parte del povero emarginato.

«Grazie di essere venuti - aveva detto -. Io proprio non sapevo a chi rivolgermi, mi stanno facendo terra bruciata. Mi rivolgo a voi amici di Blob perché faccio un programma televisivo, sapete che va sul decoder, su Sky... Mi hanno lasciato solo... Berlusconi me l'aveva detto, "non andare a Sky, vai a Sky, pagherai". Sto pagando perché nessuno vuole fare pubblicità per questo spettacolo».

La Rai gli ha così regalato un promo, «a gratis», con ampio riscontro mediatico. Non solo: in cambio di un'«intervista esclusiva» a Valerio Staffelli (il tapiroforo di «Striscia la notizia»), Fiorello ha ottenuto la copertina di Tv Sorrisi e canzoni della Mondadori. E grazie a una efficace pubblicità negli stadi, il lancio del suo nuovo programma è apparso di rimbalzo su tutte le reti che si sono occupate di calcio.

Che tutta questa azione non sia frutto del caso, lo dimostra l'innovativa e spiritosa campagna di lancio che da ieri è «on air» sulle reti Sky: un'attività di «guerrilla promo », che prevede una serie di incursioni di Fiorello in spazi informali ed esclusivi della piattaforma Sky (promo, ovviamente, ma anche scorrerie nel mosaico di SkyTg24, sull'epg, addirittura al call center, con un saluto agli abbonati). Davvero un ottimo lavoro.

A rendere ancora più appassionante il caso, c'è da registrare il rifiuto di Sipra (Rai) e Publitalia (Mediaset) di mandare in onda gli spot Sky del nuovo programma di Fiorello. «Non abbiamo ritenuto di prenderli in considerazione »; «Non si favorisce la concorrenza», questo il tono delle risposte.
In effetti è vero: non si è mai vista pubblicità a pagamento di programmi Rai su Mediaset e viceversa.

Ma è anche vero il contrario: spesso si vedono artisti Rai essere ospitati su reti Mediaset per lanciare qualche loro programma con ovvia e naturale restituzione del favore. Succede addirittura coi giornalisti ed è un cerimonia stucchevole, priva di ogni orgoglio aziendale.
E tutti i giornali non hanno scritto che quest'anno il Festival di Sanremo è stato il trionfo dell'abbraccio Rai-Mediaset, tanto da parlare di Raiset? Qualche maligno vede persino nella chiamata di Marco Baldini alla «Fattoria» (si parla di un cachet profumato e, forse, di un futuro programma) il tentativo di rompere la coppia Fiorello- Baldini, tanto per azzoppare l'anitra che ha osato tradire la tv generalista.
Fiorello e Marco Baldini

Dietro alle scaramucce del caso Fiorello si nasconde infatti una guerra ben più sostanziosa, giocata su piani diversi.
Non è solo lo scontro epocale fra tv generalista (Rai e Mediaset) e pay tv (Sky) avente per bottino la fetta più grossa della torta pubblicitaria (di questi tempi, poi) ma è anche uno scontro all'ultimo abbonato fra piattaforme diverse: da una parte il digitale terrestre (la cui rete distributiva è di proprietà di Rai e Mediaset), dall'altro il satellite.

Questa storia di «guerrilla marketing» è, a saperla leggere, un segno di buona salute. Noi parteggiamo solo per la buona tv e solo lo scontro duro, la vera concorrenza, il bisogno di sopravvivere generano buona tv. Bisogna guardare al futuro, non vivere di ricordi.
Ieri mattina, sulla prima pagina del Giornale, c'era un invito a Mike (vecchio sodale di Fiorello negli spot Infostrada) perché tirasse le orecchie al discolo e gli insegnasse come si deve stare al mondo. A sera, prima di Toro-Juve, c'è stata l'irriverente risposta.