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mercoledì 12 maggio 2010

EXILE ON MAIN ST.


RITORNA "EXILE ON MAIN STREET" RICARICATO DI DIECI BRANI INEDITI, IN USCITA IL 18 MAGGIO? - LA LEGGENDA NERA DI UN CAPOLAVORO ANNO 1972, LA BAND È DISASTRATA: TROPPA DROGA, TROPPO SESSO, TROPPO FISCO ESOSO, FUGGIRE. IN UNA VILLA EX BUNKER NAZISTA IN COSTA AZZURRA MICK, KEITH E GLI ALTRI REGISTRANO IL LORO ALBUM "PIÙ FOLLE E MALEDETTO" - LE SESSIONI DI REGISTRAZIONE COMINCIAVANO LA SERA E ANDAVANO AVANTI FINO AL MATTINO, SE LA POLIZIA NON ARRIVAVA PRIMA - - DOPO L´USCITA JAGGER ERA PREOCCUPATO PER LA SUA ISPIRAZIONE: "E ADESSO COSA FACCIAMO?"... -

(da "Dagospia")

sabato 17 aprile 2010

IL MIRACOLO BIPARTISAN DI VIANELLO


da "Dagospia"
Lui che fu a Salò, prima seguace del Cav. televisivo e poi elettore di quello politico (memorabile il suo pronunciamento, “ho la fortuna dopo quarantacinque anni di votazioni di conoscere il candidato per cui voterò”), fu perfettamente bipartisan nel godimento televisivo e perfettamente bipartisan nel cordoglio per la dipartita – così come da unanime applauso parlamentare - DARIO FO: "NON HA MAI PERSO UNA DOTE FONDAMENTALE: LA CORRETTEZZA"...

giovedì 15 aprile 2010

FOTO INEDITA DI ARTHUR RIMBAUD



Su una foto ingiallita dal tempo, trovata per caso sulla bancarella di un mercatino, in un gruppo di sette persone fotografate ad Aden, in Abissinia, due librai francesi hanno riconosciuto il volto di Arthur Rimbaud. È la prima immagine chiara in cui si vede il poeta "maledetto" in età adulta, circa trentenne, probabilmente intorno al 1880, quando da tempo aveva smesso di scrivere per avventurarsi in terre lontane, tra l'Africa e l'Asia. La foto, mostrata per la prima volta a Parigi in occasione del Salone del libro antico che si è aperto oggi, è stata trovata due anni fa, da Alban Caussè e Jacques Desse, insieme ad una trentina di altri scatti.

giovedì 7 gennaio 2010

BENIAMINO / BIGNAMINO: addio a una intelligenza soave e tagliente.


IL METODO PLACIDO (CONTRO I LUOGHI COMUNI): "Non c'è una letteratura "alta" e progressiva (o comunque nobilmente sofferente) ed una letteratura "popolare" regressiva (o comunque ignobilmente gaudente). Ci sono vari livelli di aggiustamento, che si offrono alla comprensione, non all' esaltazione/liquidazione moralistica, solo se si ha presente il meccanismo generale che li governa"...

domenica 1 novembre 2009

ADDIO, ALDA


La poetessa Alda Merini, 78 anni, è morta oggi pomeriggio alle 17.30 all'ospedale San Paolo di Milano, nel reparto di oncologia. Era considerata una delle principali poetesse del Novecento. Nel 1996 era stata proposta per il Premio Nobel per la Letteratura dall'Academie Française. Tra i tanti che hanno espresso rammarico per la sua scomparsa, anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: «Viene meno un'ispirata e limpida voce poetica».

MISS O'DELL, LA DONNA CHE AVEVA LE CHIAVI DI DISNEYLAND


di Francesco Tortora
George Harrison le dedicò una canzone. I Rolling Stones fecero apparire una sua foto sul retro dell’album “Exile on Main Street”. Mike Jagger, Bob Dylan ed Eric Clapton furono solo tre dei tanti musicisti che ebbero una relazione con lei. Chris O'Dell è stata probabilmente la groupie più famosa della storia della musica. Negli anni '60 e '70 accompagnò nei loro tour mondiali gruppi come i Beatles e i Rolling Stones e finì a letto con numerosi artisti. Adesso a 62 anni pubblica la sua autobiografia «Miss O'Dell: My Hard Days And Long Nights With The Beatles, The Stones, Bob Dylan, Eric Clapton And The Women They Loved» (La signorina O'Dell: i miei giorni e le mie lunghe notti con i Beatles, i Rolling Stones, Bob Dylan, Eric Clapton e le donne che loro amarono) che è stata prontamente anticipata dai giornali britannici. Per descrivere quegli anni pieni di eccessi e di amori sconvolgenti la sessantaduenne, originaria dell'Arizona, usa una frase breve, ma chiara: «Era come avere le chiavi di Disneyland».

AMORE LIBERO - Come racconta il Daily Telegraph Chris aveva solo 20 anni quando nel 1967 lasciò la città americana di Tucson e sbarcò a Londra. Aveva solo 60 sterline nelle tasche, ma era molto carina e trovò subito lavoro come assistente alla "Apple Records", la casa discografica dei Beatles. Erano gli anni della "swinging London", l'edonismo e il pacifismo la facevano da padrone e la Beatlesmania aveva raggiunto l'apice. Il suo primo amore celebre fu quello con George Harrison e il chitarrista dei Fab Four perse talmente la testa per la ragazza americana che la invitò a vivere a casa sua assieme alla moglie. Inizialmente le compagne e le mogli dei 4 ragazzi di Liverpool furono molto fredde con lei, ma presto le idee dell'amore libero e l'atmosfera rivoluzionaria eclissarono la diffidenza femminile. Chris divenne grande amica sia di Pattie Boyd, compagna di Harrison sia di Maureen Starkey, moglie di Ringo Starr. Uno dei passi più divertenti del libro, secondo il Telegraph, è quello in cui la O’Dell racconta un insolito dialogo tra George Harrison e Ringo Starr. Il primo confessa al secondo di aver fatto sesso con sua moglie Maureen: «Sai, Ringo, mi sono innamorato di tua moglie» dice Harrison mentre i due assieme alla O'Dell sono nella cucina della casa del batterista: «Meglio tu che qualcuno che non conosco» taglia corto Ringo Starr che subito si consola proprio con la O'Dell. I due, al tempo, ebbero una relazione di tre mesi e poi rimasero grandi amici.

SESSO, DROGA E ROCK’N’ ROLL - Nell'autobiografia la scrittrice non nasconde lo stile di vita dissoluto all'insegna della triade "sesso, droga e rock’ n' roll". «Non facevamo altro che bere qualsiasi cosa, prendevamo coca, anfetamina e fumavamo erba» scrive la sessantaduenne. Molto divertente è anche il passo in cui racconta di un volo aereo assieme a John Lennon e Yoko Ono: «C'erano forti turbolenze e John e Yoko cominciarono a cantare l’Hare Krishna. Alla fine cantammo insieme fino all'atterraggio. In quei momenti pensavo che se fossi morta almeno avrei guadagnato le prime pagine dei giornali». Quando i Beatles si sciolsero Chris divenne assistente personale dei più famosi rivali dei "Fab Four", i Rolling Stones. Li accompagnò per tutto il tour del 1972 e finì più volte a letto con Mick Jagger, leader del gruppo. Due anni dopo fu la volta di Bob Dylan che la assunse come "tour manager". La loro relazione fu turbolenta e dopo altri amori prestigiosi come con Eric Clapton, la O'Dell abbandonò il mondo del rock e si sposò con Anthony John Mark Russell, figlio del Barone di Ampthill, membro della Camera dei Lords: «Passai dalle rock star all'aristocrazia» dichiara con una punta d'ironia al Daily Mail la sessantaduenne.

NIENTE PIU' DROGA - A chi le chiede come è possibile che abbia avuto relazioni solo con rock star, la O'Dell spiega che quel mondo era fatato, ma anche molto chiuso: «La cerchia dei Beatles era molto stretta» dichiara la sessantaduenne. Alla fine decise di lasciare il mondo del rock perchè temeva di aver raggiunto un punto di non ritorno. Le droghe, il bere, il sesso occasionale sembravano aver preso la meglio su di lei e allora ebbe la lucidità di dire basta a quel business autodistruttivo. La dipendenza dalla droga è ormai solo un vecchio ricordo. Da circa 20 anni la O'Dell, che si è sposata quest'anno per la seconda volta, è pulita ed è tornata a vivere in Arizona. Prima di scrivere il libro ha aspettato la morte di George Harrison, mentre Ringo Starr le ha dato l'autorizzazione a raccontare le vicende di quegli anni. «Oggi abbiamo tutti 60 anni» dichiara la O'Dell con un po’ di malinconia. «Alcuni addirittura vanno verso i settanta. Ognuno è cresciuto abbastanza per accettare quello che è accaduto negli anni passati».

sabato 17 ottobre 2009

IL FUMETTO DI MICHEAL JACKSON


Jacko autore di un fumetto
Completò i testi poco prima di morire
Uscirà a giugno «Fated», storia di un divo del pop tra solitudine e superpoteri

Michael Jackson ha scritto un fumetto negli ultimi anni della sua vita. Si intitola Fated e sarà pubblicato il prossimo giugno, a un anno dalla morte del cantante, in contemporanea mondiale. Ad annunciarlo dalla fiera del libro di Francoforte è l'americana Random House, la più grande casa editrice in lingua inglese del mondo, che proprio alla Buchmesse sta trattando la cessione dei diritti internazionali.

martedì 13 ottobre 2009

L'ULTIMO MICHAEL


"This is it", Michael Jackson inedito
ma quanti dubbi sull'ultimo brano
di GINO CASTALDO

"This is it", Michael Jackson inedito ma quanti dubbi sull'ultimo brano

Michael Jackson
IL PEZZO inizia con una frase che suona particolarmente beffarda: "This is it, here I stand, I'm the ligh of the world, I feel grand", languido, romantico e dolcemente proiettato verso virtù cosmiche e salvifiche. "Sono la luce del mondo" canta Jackson, e alla luce di quello che è successo negli ultimi mesi sembra un agrodolce testamento. Ma come sempre, quando si parla di Michael Jackson, c'è lo splendore scintillante della fiaba, ma allo stesso tempo manca la più elementare chiarezza.

Invano cercherete notizie su questo pezzo inedito. A che punto era il pezzo quando Jackson è morto? Quando sono state inserite le voci dei fratelli che accompagnano discrete la voce di Michael? E' ovvio che dietro tutta l'operazione c'è il gruppo (avvocati, controllori e famiglia) che sta gestendo la complessa eredità, e non sempre si potrebbe giurare sulle cristalline intenzioni dei congiunti.

Viene da chiedersi, ma nessuno vorrà chiarire, cosa aveva intenzione di farne Michael Jackson e, se fosse dipeso da lui, avrebbe o meno inserito i cori dei fratelli. Il dubbio è sull'operazione postuma, e sulla disinvoltura che la famiglia mostra frequentemente sulle questioni legate all'eredità del povero Michael.

This is it, come è noto, era il titolo dei cinquanta show previsti, e ovviamente esauriti da tempo, che Jackson avrebbe dovuto effettuare alla 02 Arena di Londra a partire dal 13 luglio, uno slogan per segnare un clamoroso ritorno, ora diventato il titolo di un corposo pacchetto previsto in uscita a fine mese: doppio cd, in parte compilation, in parte arricchito da inediti e curiosità, e soprattutto il film realizzato col materiale girato allo Staples center di Los Angeles mentre Jacko provava gli show di luglio.

Tra un dubbio e l'altro i fan potranno consolarsi con quello che, al di là dei discutibili interventi produttivi a posteriori, è comunque il primo vero nuovo pezzo di Michael Jackson da molti anni a questa parte.

lunedì 20 luglio 2009

PASSI LUNARI

TOM WOLFE SULLA LUNA - “Quello di Armstrong fu un piccolo passo per lui, un grande passo per l´umanità e una bella ginocchiata nelle parti basse per la Nasa”: FINì IL PROGRAMMA SPAZIALE USA - la "corsa allo spazio" come sfida militare ALL'URSS....

Tom Wolfe da "la Repubblica (da "La stoffa giusta" sugli astronauti del Mercury Sette". c. 2009 The New York Times. Traduzione di Anna Bissanti)
Armstrong neil

Quello di Neil Armstrong sulla Luna fu un piccolo passo per lui, un grande passo per l´umanità e una bella ginocchiata nelle parti basse per la Nasa. Il programma spaziale americano - la missione più grandiosa, più ambiziosa, più prometeica della storia umana (e anche "divinamente sovrumana") - cessò di vivere in tenerissima età, alle 22.56 del fuso orario di New York, il 20 luglio 1969, nel momento stesso in cui il comandante Armstrong dell´Apollo 11 poggiava il suo piede sulla superficie della Luna.

Non si trattò di una morte ordinaria, del tipo- "è-morto-amen-e-così-sia", bensì di un purgatorio conclamato, di un purgatorio genere recinto d´attesa per anime morte da poco ma ancora irrequiete, in attesa del giudizio finale da parte di un´Autorità Superiore. Se nel luglio 1969 qualcuno mi avesse detto che lo scalpore suscitato dal piccolo passo di Armstrong sulla Luna e dal grande passo dell´umanità di fatto sarebbe equivalso al rumore strascicato del passo dei becchini al cimitero, avrei sicuramente distolto lo sguardo e scosso la testa in segno di pietà.

Il grande evento già evidenziava una falla. E questo perché mandare un uomo sulla Luna non era che l´inizio, il preludio, il prologo! La Luna, dopotutto, non era altro che un piccolo satellite della Terra. Noi americani non ci saremmo fermati, non prima di aver esplorato l´intero sistema solare. Dopo di che saremmo passati alle galassie. La Nasa era pronta a mandare uomini su Marte da tempo.

Wernher von Braun, l´esperto tedesco di missili che nel 1945 era passato dalla nostra parte, aveva iniziato sin dal suo arrivo negli Stati Uniti a lavorare a un progetto per Marte. Tutto ciò che serviva alla Nasa e a von Braun era il benestare del presidente e del Congresso. Perché mai avrebbero dovuto anche solo tentennare per dire un semplice sì?
Tom Wolfe

Tre mesi dopo l´allunaggio, iniziai tuttavia a chiedermelo sul serio. Mi trovavo in Florida, a Cape Kennedy, la base di lancio per il programma spaziale, a bordo di un autobus turistico della Nasa. A fungere da guida sull´autobus c´era un affascinante giovanotto quasi sulla quarantina, davvero goffo.

Era un ingegnere che fino a pochissimo tempo prima era stato un dipendente della Nasa. Era specialista di scudi termici. All´improvviso si era verificata una prima inspiegabile ondata di licenziamenti. La Nasa aveva trascurato un piccolo dettaglio: non aveva assunto un manipolo di filosofi.

A partire dal momento preciso in cui i sovietici avevano lanciato in orbita lo Sputnik 1 intorno la Terra nel 1957, tutti avevano considerato la cosiddetta "corsa allo spazio" come una cosa sola: una sfida militare. In un primo tempo era dilagato il panico: i sovietici stanno conquistando "territorio altamente strategico" nello spazio.

I fisici fecero subito presente che nessuno avrebbe scelto lo spazio come base di lancio per un attacco contro la Terra. I bersagli sarebbero rimasti indenni e si sarebbe finiti tutti raggomitolati in posizione fetale sul pavimento. D´altro canto, tuttavia, un pensierino lo si doveva pur fare su quei missili che avevano spedito in orbita le navicelle spaziali sovietiche.

Quando nell´aprile del 1961 Kennedy convocò alla Casa Bianca l´amministratore della Nasa James Webb e il suo vice Hugh Dryden, non aveva in mente questo, ma altro. Continuava a farfugliare: «Se soltanto qualcuno potesse dirmi come fare a recuperare lo svantaggio». Recuperare terreno divenne la sua ossessione.

Dryden disse in tutta sincerità che non c´era modo alcuno di recuperare terreno nei confronti dei sovietici, un´idea migliore sarebbe stata annunciare un programma crash, qualcosa di sensazionale. L´obiettivo dichiarato doveva essere portare un uomo sulla Luna nei dieci anni successivi.
BUZZ ALDRIN FOTOGRAFATO DA NEIL ARMSTRONG NEL LUGLIO DI 40 ANNI FA

Appena un mese dopo, Kennedy fece il suo famoso discorso al Congresso e disse: «Io credo che questa nazione debba impegnarsi per raggiungere l´obiettivo, entro la fine di questo decennio, di mandare un uomo sulla Luna e di farlo tornare a Terra sano e salvo».

Il presidente dimenticò di citare Dryden. A livello intuitivo Kennedy aveva scelto un´altra forma di antagonismo militare, una competizione eccentricamente antica e arcaica detta "duello in singolar tenzone". Prima che le armate si scontrassero in un attacco a oltranza, ciascuna di esse mandava avanti il proprio "campione" e i due si scontravano combattendo fino alla morte, di solito a colpi di spada.

Il duello in singolar tenzone più celebre di tutti era stato quello di Davide contro Golia. I sovietici erano sicuramente in vantaggio nella corsa allo spazio. Non appena la Nasa era riuscita a mandare due astronauti alle Bahamas con un voletto sub-orbitale di 15 minuti, i sovietici già riuscivano a inviare in orbita un secondo cosmonauta dopo Gagarin, che girò 17 volte intorno alla Terra per una durata di 25 ore.

Titov sorvolò tre volte gli Stati Uniti. Gli déi avevano mostrato in che direzione volevano che si andasse! I cosmo-campioni sovietici superavano così facilmente e così nettamente gli astro-campioni americani che l´atmosfera si fece cupa. Tutte le volte che si prendeva in mano un giornale, soltanto un titolo spiccava: "Space gap".

Alla fine, nel febbraio 1962, la Nasa riuscì a mandare un uomo in orbita terrestre, John Glenn. Restò in orbita soltanto cinque ore, rispetto alle 25 di Titov, ma quello fu il nostro... paladino! Durante la parata che lo condusse fino a Broadway si sentirono cori e canti di vittoria come mai si erano uditi, e si videro diverse migliaia di persone commosse. Glenn fu l´ultimo eroe nazionale americano.

Ci furono altre tre missioni Mercury. Poi ebbe inizio la serie di voli Gemini. Osammo chiederci se non stessimo di fatto avvicinandoci parecchio ai sovietici. Trattenemmo il fiato. Naturalmente, la Cia riferì che i sovietici erano prossimi a raggiungere la Luna. La Nasa così si lanciò a testa bassa nel programma Apollo. Con l´Apollo 11, alla fine, vincemmo la gara.
SPUTNIK

Tutti, Congresso incluso, erano rimasti affascinati e catturati dal flusso di adrenalina della corsa allo spazio, ma poi - dopo l´allunaggio - i parlamentari iniziarono a chiedersi qualcosa che fino ad allora non era balenato loro in mente. Che cosa voleva dire davvero quella sorta di duello in singolar tenzone? Si era trattato di una battaglia per risollevare l´umore a livello interno e l´immagine del nostro Paese all´estero.

Bene, avevamo vinto, ma la vittoria non aveva alcun significato tattico militare. E oltretutto era costata una vera fortuna. E che cosa poteva significare l´idea di spedire un uomo su Marte? Non ne avevamo più bisogno. Era finita: la Nasa aveva vinto, congratulazioni e tante grazie. Il budget annuale della Nasa precipitò di colpo.

Fu a quel punto che la mancanza di un dipartimento di filosofi all´interno della Nasa si palesò come un vero problema. Di fatto lì dentro c´era un unico filosofo: Wernher von Braun. Purtroppo, la Nasa non poté presentare come proprio portavoce e grande filosofo un ex membro di alto grado della Wehrmacht nazista dal pesante accento tedesco.

Di conseguenza, il Programma Spaziale è rimasto, per così dire, sospeso per 40 anni, ammazzando il tempo in una serie di progetti orbitali quali lo Skylab, la missione congiunta Apollo-Soyuz, la Stazione Spaziale Internazionale e lo Space Shuttle. Per quaranta anni tutti quanti alla Nasa hanno saputo che il passo successivo più logico sarebbe stato una missione su Marte con equipaggio a bordo, e tutti i presidenti e il Congresso hanno brevemente abbracciato tale proposta, prima di accantonarla.

Tutti hanno avuto progetti molto più stuzzicanti e allettanti per i quali fare buon uso della cifra prossima ai dieci miliardi di dollari che il Progetto Marte avrebbe richiesto ogni anno. Anche adesso, in questo preciso momento, la Depressione II ha sicuramente la meglio su qualsiasi allocazione alternativa di quei fondi.

Il 20 luglio 1969 fu il giorno nel quale alla Nasa, più che altrove, più che in qualsiasi altro posto al mondo, venne a mancare la Parola. Ma la Parola era qualcosa nei confronti della quale gli ingegneri della Nasa non disponevano di specifiche tecniche. In questo momento, essa è tuttora l´unica soluzione che resti per ritrovare il vero destino della Nasa. Che, naturalmente, è quello di costruire quel famoso ponte verso le stelle.

sabato 25 aprile 2009

ON "TOGETHER THROUGH LIFE"


Together Through Life

Bob Dylan's new album Together Through Life will be released at the end of April but a few lucky journalists have heard it and filed their reports:

San Francisco Chronicle's Joel Selvin: "The offhand, crudely informal atmosphere of the new Bob Dylan album, "Together Through Life," is a deceit. Beneath the apparently tossed off blues tracks and carelessly drawled vocals lies a master of details and pungent, piquant observations, couched as old blues songs. The music feels fresh, organic, and Dylan imbues each song with a powerful sense of storytelling... All of the songs are sung by this ragged, weary, impossibly gravelly voice perfectly suited to the sensibilities of the pieces. Latter period Dylan is turning out to be some of his deepest, richest work. "Together Through Life" is another brilliant, sure-handed outing by one of the few certified greats still living up to his legend."

Blender's Rob Sheffield: "he’s going off the cliff along with everyone else, yet he’s laughing all the way down." Five stars.

Rolling Stone's David Fricke: "Dylan...has never sounded as ravaged, pissed off and lusty, all at once, as he does on Together Through Life." Four stars.

The Telegraph's Neil McCormick: "Together Through Life is a beautifully played collection of antique blues pop." Four stars.

The Times's Pete Paphides: "his warmest, most unforced, set of songs in recent memory." Four stars.

Los Angeles Times's Ann Powers

The New Yorker's Alex Ross

Mojo's Michael Simmons:

"Yet what I heard offered ample proof of an artist steeped in the past but thoroughly living in the present, cognizant of everything, not afraid to point fingers or laugh at fools or fall in love.

"It's a powerful personal work by a man who still thinks for himself in an era of fear, conformity, and dehumanization. That it rocks mightily makes the message even more compelling. Whatever the hell it gets called, it'll be in the running for Best Album Of 2009."

Uncut's Allan Jones:

"We now know that the new Bob Dylan album, which unexpectedly will be with us on April 27, is called Together Through Life. We know also that it was written and recorded quickly.

"Dylan had been asked by the French film director Olivier Dahan, who made the Edith Piaf biopic, La Vie En Rose, which Dylan had apparently liked, to write some songs for his new movie, My Own Love Song. Dylan duly came up with a ballad called "Life Is Hard", and was so inspired the next thing anyone knew he'd written nine more new songs and not long after that - bingo! - here's Together Through Life in all its rowdy glory.

"What's it sound like? Well, early reports have hinted at a mix of Dylan's beloved Chicago blues and the loping border country feel of, say, "Girl From The Red River Shore", the latter courtesy of Los Lobos' David Hidalgo, whose accordion features on every track, alongside Dylan's formidable current touring band and as yet unidentified guest musicians.

"Both musical elements are indeed here, brazenly matched on nearly ever track, Hidalgo either providing lyrical lilting counterpoint to the band's hard driving blues muscle or flinging himself headlong into the fray with pumping riffs, as on the jumping "If You Ever Go To Houston" ("keep your hands in your pockets and your gun-belts tied").

"The broad template for much of the album would appear to be, let's say, "Thunder On the Mountain" and "Rollin' And Tumblin'" from Modern Times, but in truth these tracks are, overall, much punchier, a raucous edge to everything in sight. Only the noble "Life Is Hard" is in the crooning style of something like "Beyond The Horizon" and even here there's a ragged edge to things that wasn't apparent on Modern Times, a rawness - emotional and musical - that separates it from that album and its immediate predecessors, "Love And Theft" and Time Out Of Mind.

"Together In Life gets in your face immediately - with the wallop of the cheerfully-titled "Beyond Here Lies Nothin'", which is driven by spectacular drumming and massed horns, a trumpet prominently featured - and over the course of its 10 tracks doesn't back off, doesn't appear to even think about doing so, Dylan's voice throughout an unfettered roar, a splendid growl.

"The album broadly is preoccupied with themes of mortality, lost love, grief, the passing of time, memory, waning days and lonely nights. The mood of these songs, however, couldn't be more different to the mordant reflection of, for instance, "Not Dark Yet". Together Through Life is a rowdy gut-bucket, by turns angry, funny, sassy, Dylan heading noisily in the direction of that last good night.

"'My Wife's Home Town', "Shake Mama Shake" and the stingingly ironic "It's All Good" - an hilariously-wrought litany of personal and national woe - are all eventfully robust, heartily defiant.

"'Forgetful Heart', meanwhile, is set to a measured stalking beat that recalls "Walkin', Not Talkin'", while the cantina drift of "This Dream Of You", with accordion and fiddle taking lead instrumental spots, is fleetingly reminiscent of the first version of "Mississippi" on last year's Tell-Tale Signs. Elsewhere, there may be things about "Feel A Change Coming On" that will remind you of "Workingman's Blues".

"On first listen, then, a great album that when it comes out and goes on repeat will get better and better."

venerdì 19 dicembre 2008

CHIUDE IL CHELSEA HOTEL



















Corrado Nuccini
C’è un posto a New York. E’ il Chelsea Hotel. In molti hanno vissuto lì. Poeti, girovaghi, musicisti e squattrinati hanno tutti trascorso giornate in quelle stanze, componendo, scrivendo, cazzeggiando, filmando, amandosi e morendo nei dodici piani dell’edificio che sorge sulla 23ª. In origine era un grande condominio. Anche se la parola inganna. Era un posto per ricchi dove dietro il tetro mix di art decò e gotico delle facciate si svelava il lusso sensuale degli appartamenti. Era al centro di una strada molto in voga. C’era l’Opera House Palace, la Pike’s Opera House e il Proctor’s Theater. Ma le cose prendono spesso altre pieghe e il declino fu rapido. Stava nascendo sulla 40ª il Teatro Empire, primo tassello della futura Broadway. La 23ª cadde nel dimenticatoio diventando riserva di lottizzatori e speculatori. Nel 1903, dopo il fallimento della cooperativa che gestiva il condominio, il Chelsea fu così trasformato in un hotel. Oggi si può affermare che quel declino abbia significato la sua fortuna. La gloria dimenticata del palazzo affascinò diversi artisti che ne fecero la loro casa, rendendo il luogo immortale.

Raccontare in poche parole gli avvenimenti che gravarono intorno al Chelsea Hotel è impossibile. Si devono fare delle scelte. E così questa che racconto è una delle tante storie. I protagonisti, gente comune. Dal nome di Andy Warhol, Bob Dylan e Edie Sedwick.

Era il 1966 quando Andy Warhol girò «The Chelsea Girls», summa della sua estetica nichilistica. Un’opera composta da 12 film di 30-35 minuti ciascuno, senza stacchi di montaggio, girati nelle camere art decò e dai soffitti altissimi del Chelsea Hotel. Fu mostrata in pubblico nella primavera successiva. Per 19 settimane solamente. Da allora è conservato in duplice copia al Museo di arte moderna di New York e al Museo Warhol di Pittsburgh. Davanti alla macchina da presa sfilano uomini e donne, icone warholiane: Nico, Marie Menken, Mary Woronov, Gerard Malanga, International Velvet, Ingrid Superstar, Angelina Pepper Davis, Ondine, Albert Rene Ricard, Rona Page, Ed Hood, Patrick Fleming, Mario Montez, Eric Emerson, Ari Boulogne e Brigid Berlin che in una scena memorabile si buca di methedrina attraverso i jeans.

In quegli anni al Chelsea Hotel c’era anche Bob Dylan. Sul letto della suite principale compose una delle sue più belle canzoni d’amore, «Sad eyed lady of the Lowlands», dedicata alla moglie Sara Lowndes. Dylan s’era sposato da poco ed in gran segreto. Così parallelamente viveva una storia d’amore con Edie Sedgwick. Attrice della Factory e musa preferita di Warrol. Si incontrarono ad una festa al Dakota e fu subito amore. “She’s so fabulous!”, disse lui poi chiedendo chi fosse quella ragazza. Lei era la settima di otto figli, famiglia benestante ma con grossi problemi all’interno. Padre che soffriva di crisi depressive, madre senza carattere. E lei “dentro di sé portava un buco nero” dice Victor Bockris, amico di Warrhol. Un male oscuro legato anche ad alcuni abusi che subì dal pradre in giovane età. Ma poi arrivò Dylan e le cose cambiarono in tutti i sensi.

“Edie lasciò Warhol per Bob Dylan. E pensare che voleva essere la lead singer dei Velvet Underground, ma Edie parlava solo di soldi e non sapeva nemmeno cantare. Il suo posto fu occupato da Nico” afferma Bockris . E prosegue “Nico introduce un nuovo stile dal ‘66 in poi. Se Edie era hot, Nico era cool. Edie era una ragazza. Nico è una donna”. Così passo sotto la “protezione” di Dylan. Era pronta per il grando salto. Albert Grossman, manager di Dylan, avrebbe dovuto farle firmare un contratto cinematografico di esclusiva per Hollywood.

Ma non ci fu mai alcun contratto e così rimase alla Factory. Una situazione surreale. Paul Morrissey e Gerard Malanga raccontano un aneddoto che spiega quella situazione “La relazione di Edgie Sedgwick con Bob Dylan venne fuori una sera in cui vedemmo Edie al Ginger Man. Ella ci disse che non voleva più che Andy Warhol - di cui era intima amica - mostrasse i suoi film… Ci disse di avere firmato un contratto con Albert Grossman, il manager di Dylan… Dylan le telefonava frequentemente per invitarla a uscire con lui, dicendole di non riferire a Andy o a chiunque altro che loro due si vedevano. La invitò a Woodstock, e le disse che Grossman sperava di riuscire a metterla insieme a lui. Avrebbe potuto essere la sua primadonna… Lei, convinta da Dylan, firmò un contratto con Grossman… Disse: Faranno un film, e pare che io ne sarò la protagonista assieme a Bobby. Improvvisamente, fu tutto un Bobby di qui, Bobby di là, finche non ci rendemmo conto che aveva una cotta per lui… A un certo punto, Andy Warhol non resistette più e le disse: “Edie, lo sai che Bob Dylan è sposato?” - Lei impallidì. Cosa? - disse - Non ci credo”.

Il resto è cronaca di un declino. Edie ebbe una relazione distruttiva con un amico di Dylan, inziò ad assumere droghe cosantemente. Si tolse la vità a 28 anni. Il Chelsea hotel ha chiuso i battenti quest’anno dopo una strenua resistenza trattenendo tra quelle mura gli echi di mille canzoni, parole, vaniloqui, litigi, gemiti d’amore e quant’altro quel luogo ha raccolto.

Questa storia è solo una delle mille leggende che gravitano intorno all’edificio. Scorrere l’elenco degli ospiti del Chelsea Hotel equivale a passare in rassegna un secolo di arte americana. William Burroughs vi scrisse «Il pasto nudo». Il Chelsea fu la casa di Milos Forman per tutto il tempo delle riprese di «Hair». O. Henry visse lì per anni registrandosi, ogni notte, sotto nomi differenti. A metà degli anni Settanta, Patti Smith e Robert Mapplethorpe vissero la loro storia d’amore impossibile tra le pareti di una delle sue stanze. Edgar Lee Masters vi scrisse 18 libri di poesie. Sempre lì Arthur Miller scrisse il dramma «Dopo la caduta», la sua spietata lettera d’addio a Marilyn. Lì Harry Smith cucì insieme le migliaia di nastri della sua «Anthology of American Folk Music», libro di testo sapienziale per tre generazioni di cantautori americani. All’ingresso dell’hotel una targa ricorda un altro dei suoi famosi inquilini, un poeta gallese grande e dannato: «Dylan Thomas visse e soffrì qui… e da qui salpò verso la morte». In una di quelle camere, nel febbraio del 1979, cercò e trovò la morte con un’overdose di eroina, Sid Vicious, il bassista dei Sex Pistols che pochi mesi prima, in un’altra stanza del Chelsea, aveva ucciso la sua fidanzata, Nancy Spungen. Una storia d’amore finita tragicamente, a differenza di quella che, negli anni Sessanta, unì per poche notti soltanto Leonard Cohen e Janis Joplin e alla quale il cantautore canadese dedicò la sua «Chelsea Hotel n. 2»

«I remember you well in the Chelsea Hotel, you were talking so brave and so free. Giving me head on the unmade bed while the limousines wait in the street and those were the reasons and that was New York»

Vorrei dire molte altre cose ma non darebbero un senso ulteriore a quello che ho raccontato. Sulla vita di Edie Sedgwick sta uscendo in Italia un film nelle sale in questi giorni. Dicono che non sia un granchè, però magari andatelo a vedere. Sulla canzone di Leonard Choen vi offro in anteprima la versione di Luca dei Julie’s Haircut. E’ una demo destinata ad un progetto di cui vi racconterò. E’ registrata in casa. La qualità è quella che è, però è sentimentale e vissuta. Quindi a me piace molto.

Ad Edie Sedwick, Andy Warhol, Bob Dylan, Leonard Cohen, Janis Joplin, alle camere decò del Chelsea Hotel, a Luca e tutte le persone citate in questa storia dedico questo terzo privatissimo rituale. (www.corradonuccini.com)

venerdì 12 dicembre 2008

REMEBERING BETTY

CIAO BETTY


Deceduta Bettie Page, la regina
delle pin-up degli anni Cinquanta
Con un fisico esplosivo, da segretaria divenne una delle modelle più famose e ricercate per foto «spinte»

LOS ANGELES - Bettie Page è deceduta nella notte in un ospedale di Los Angeles, dove era ricoverata da tre settimane per una polmonite. Alcuni giorni fa era stata colpita da un attacco cardiaco. Nata a Nashville (Tennessee) il 22 aprile 1923, Bettie (o Betty) Page da segretaria divenne una delle modelle più fotografate negli anni Cinquanta, quando divenne la regina delle riviste per soli uomini. Nel gennaio 1955 anche Hugh Hefner la scelse per essere una delle prime conigliette del mese per Playboy.

IN BIKINI - Le sue foto in bikini,o in completini di biancheria intima, talora in abbigliamenti sadomaso o le prime foto di bondage, furono un preludio alla rivoluzione sessuale degli anni Sessanta. Smise di posare nel 1957, e un paio d'anni dopo divenne una cristiana rinata. «Catturò l'immaginazione di una generazione di uomini e di donne con il suo spirito libero e la sua sensualità senza remore. È l'incarnazione della bellezza», ha scritto il suo agente Mark Roesler nel sito online a lei dedicato.

domenica 30 novembre 2008

DIVA DOMESTICA






Sopia Loren
gli scatti segreti dell'ultima diva

di NATALIA ASPESI


La copertina del libro 'Sophia Loren. Immagini di una vita

E' A LONDRA a lavorare, e lavorare per lei vuole dire essere se stessa: liberarsi recitando dalla eterna, piccola, indimenticata Scicolone, per essere la Loren; Sofia, anzi Sophia, la grande attrice, la diva internazionale, la donna segreta, la madre orgogliosa di due figli di successo, lontani, Carlo jr. ed Edoardo, la nonna dei piccoli Vittorio, un anno, e Lucia, poco più di due. Sul set di Nine, il film tratto dal musical ispirato a Otto e mezzo di Federico Fellini, andato in scena con grande successo nel 1982, sta vivendo "un'esperienzaIl ritorno di Sophia Loren gli scatti segreti dell'ultima diva bellissima, il cinema è fatto così, ti ritrovi ad ogni film in una nuova famiglia, e questa mi pare particolarmente armoniosa. Il regista Rob Marshall è adorabile e poi per noi italiani partecipare a un musical è un'esperienza nuova, coinvolgente. La cosa bella è che canto, tra l'altro una canzone che mi piace molto, intitolata Guarda la luna".

Il regista in crisi creativa, che nel capolavoro di Fellini era Marcello Mastroianni, qui è Daniel Day-Lewis, fascinoso attore appena uscito dal ruolo aspro e desolato de Il petroliere. Sophia è la mamma dei suoi ricordi adolescenti, la donna bellissima e insostituibile evocata con nostalgia e di cui nessun altra è all'altezza: la moglie, l'amante, la musa, l'attrice preferita, l'avventura, le donne che circondano il personaggio Guido Contini, giovani e meno giovani, belle e meno belle, non riescono a cancellare quella figura incombente, quell'ombra di materna, ineguagliata femminilità.

Ma anche nella realtà, Marion Cotillard, Oscar alla miglior attrice per La vie en rose, e Penélope Cruz, e Nicole Kidman, interpreti del film e tutte e tre all'apice di una carriera fortunata, brave, giovani e molto belle, non eguagliano Sophia; non sono, non saranno mai un mito senza tramonto come da sempre è lei, che ha attraversato la vita in assoluta discrezione, immutabile e intangibile, star riconosciuta in tutto il mondo, quasi sessant'anni di cinema, una settantina di film, eppure persona sconosciuta, donna senza segreti da nascondere, eppure del tutto segreta.

"La parola "azione" mi libera, ridivento naturale, le mie inibizioni svaniscono, dimentico tutto", ha detto una volta Sophia. E questa è una delle sue frasi riportate nel libro fotografico Sophia Loren, Immagini di una vita, pubblicato da Tea: una vita raccontata dall'obbiettivo, quindi esteriore, che non intacca il suo geloso ritegno, la difesa dei suoi sentimenti, il suo mistero, che nessuna intervista, nessuna biografia è riuscita a rivelare.

Eppure Sophia è continuamente alla ribalta: solo due anni fa, nell'aprile 2006, una grande mostra a Roma al Vittoriano, Scicolone, Lazzaro, Loren, l'ha celebrata con la sua entusiasta collaborazione. Ricorda: "Per tre mesi ho frugato in tutta la casa, navigando in un fiume di ricordi, belli e brutti, e ho raccolto di tutto, vestiti, fotografie, copertine di giornali, premi. Che vita ho vissuto, una vita pienamente realizzata, ho avuto tutto".

Alla festa veltroniana del cinema, sempre a Roma, nell'ottobre 2007, ha ricevuto uno dei tanti premi tributati alla sua carriera, e mentre risaliva sola il grande tappeto rosso, dietro le transenne c'era una grande folla entusiasta ad applaudirla, a chiederle l'autografo, oggi come sempre, ai tempi della Ciociara e degli Oscar, della nascita dei suoi figli e di Una giornata particolare, della prigione di Caserta e dei trionfi a Hollywood, del calendario Pirelli nel 2007 e di oggi, ovunque vada e lavori.

La storia della sua vita, della sua carriera, dei suoi film, della sua bellezza, continua a incuriosire, e infatti escono adesso, contemporaneamente, due libri: uno di Rizzoli con le belle foto di Tazio Secchiaroli, tra cui quelle più rare, di lei col marito Carlo e i loro due bambini piccoli, immagini di intima felicità domestica, o quelle dei principeschi interni di dimore eccessive, da diva internazionale, che ha lasciato da tempo per il quieto, elegante appartamento di Ginevra.

L'altro volume è quello di Tea, che seleziona nei milioni di fotografie della star, quelle più significative per il curatore Yann-Brice Dherbier, che di lei scrive: "Anche all'apice della sua carriera non si è mai sentita intoccabile, forse a causa della sua educazione, certo per l'impronta del passato, è rimasta vigile, consapevole che tutto sarebbe potuto crollare da un momento all'altro: uno stato d'animo che spiega l'energia e la tenacia che hanno animato ogni tappa della sua vita". Dice Sophia: "Il libro mi è piaciuto, ci sono persino fotografie che non ricordavo. Però nessuno mi ha avvertito che stavano facendo questo libro, nessuno mi ha interpellato, non è la prima volta che mi trattano come un fagotto, ma pazienza, il risultato è buono".
A Londra lavora quattro giorni alla settimana, poi subito torna a Ginevra, in quella casa che per lei è come un fortino che quasi nessuno può espugnare, in mezzo alle sue foto, alle centinaia di premi, e ai quadri d'autore. E in quel vuoto, in quel silenzio che occupa ogni stanza da quando Carlo Ponti, suo marito, si è spento nel gennaio del 2007 e dove lei invece lo ritrova nei ricordi solo suoi, nei pensieri che nessuno conosce: un matrimonio durato più di quarant'anni, una fedeltà coniugale che nessuno dei tanti celebri innamorati né l'informazione più curiosa sono mai riusciti a scalfire.

Per Natale arriveranno tutti, i figli, le nuore, i nipotini. Dice nonna Sophia: "È bello che la vita continui, sapere che una parte di te non si spegnerà mai. E poi, con i nipoti mi diverto molto, fare la nonna forse è ancora più appagante che essere madre perché senti meno il peso delle responsabilità". Il tempo cancella ciò che è effimero, la fama, il successo, la bellezza dei divi, ma non tocca Sophia. Come ha detto una volta Gianfranco Ferrè, quando come direttore creativo di Dior l'aveva vestita sontuosamente, esageratamente, per il film Prêt-à-porter di Altman: "Lei è l'ultima grande diva; non è amata perché è bella, ma perché è vera".

lunedì 17 novembre 2008

inedito dei Beatles

McCartney vuole diffondere
il brano inedito dei Beatles
"Carnival of Light", brano sperimentale di 14 minuti, fu pensato per un festival al Rounhouse Theatre

LONDRA - Manca ancora il nullaosta di Yoko Ono e Ringo Starr. Paul McCartney, però, ha deciso. E' ora che il mondo ascolti un brano sperimentale inciso dai Beatles nel 1967 e per 40 anni negato ai fan. Si tratta di Carnival of Light, un pezzo di 14 minuti che contiene grida e rumori di ogni tipo, tra cui anche gargarismi eseguiti da McCartney. Venne commissionato per un festival al Rounhouse Theatre di Londra ed inciso negli studios di Abbey Road durante la lavorazione di Penny Lane.

TROPPO D'AVANGUARDIA - John, Ringo e George - ha raccontato Sir Paul alla Bbc - bocciarono il brano in quanto troppo «all'avanguardia», lo eseguirono dal vivo una sola volta. A McCartney invece piaceva e piace ancora. «La cosa che più mi colpisce è che sono i Beatles in piena libertà, i Beatles che vanno fuori pista», ha sottolineato, aggiungendo che «è arrivato il suo momento». McCartney, intanto, continua a produrre materiale nuovo. L'intervista alla Bbc segna infatti l'uscita del terzo album di musica sperimentale prodotto con il nom de plum Fireman.

Paola De Carolis
16 novembre 2008

mercoledì 12 novembre 2008

AMYAMOLA


Winehouse uccisa... in una scultura
L'opera di Marco Perego sarà esposta da venerdì Half Gallery di New York


MILANO - Amy Winehouse colpita a morte da un proiettile. Accanto a lei il suo assassino, lo scrittore americano William Burroughs. I fan della regina del soul non temano: trattasi di arte. La scena descritta infatti è rappresentata in una scultura ed è frutto della fantasia di un artista italiano. L'opera di Marco Perego, giovane artista di Salò emigrato negli States, sarà esposta da venerdì prossimo a New York, e più precisamente alla Half Gallery, nella East Side di Manhattan. La cantante britannica, ritratta sopra una pozza di sangue, si riconferma una fonte d’ispirazione.

lunedì 22 settembre 2008

keef the human riff


KEITH RICHARDS, ETERNO E TOSSICO: DOPO LA DECIMA DISINTOSSICAZIONE, SAI CHE NON È POI COSÌ TERRIBILE – MICK PUÒ ROVINARE QUALUNQUE CANZONE – STUPENDA INTERVISTA A CHI INVENTÒ IL RIFF DI “SATISFACTION”…


Arianna Finos per “la Repubblica”


Keith Richards

C´è un medico americano che giura di averlo sentito parlare in modo nitido e veloce per tutta la serata, al tavolo del night club. Per poi tornare, appena salito sul palco, all´inconfondibile biascichio ereditato dagli anni della droga e dell´alcol. La parlata di Keith Richards, a Hollywood, ormai è slang di moda. Quello strascicar di vocaboli è entrato perfino nell´immaginario cinematografico dopo che Johnny Depp ci ha costruito il suo pirata dei Caraibi, Jack Sparrow. È un´etichetta, un marchio. Un boss della Disney, si racconta, visionò i primi provini di Depp e si mise a urlare: «Che cos´è questa roba? È pazzo, è ubriaco, è gay?». «È semplicemente Keith Richards», avrebbe ammesso pubblicamente l´attore, grande fan del musicista border line.

Richards, sessantacinque anni a dicembre, ha abbracciato il look corsaro da un trentennio. Camicia bianca e gilet nero, fascia azzurra in testa, come i bracciali di stoffa, quando lo incontriamo ci regala la sua ricetta di stile: «È tutto originale. Un po´ di Robert Louis Stevenson, un po´ di Barbanera e un pizzico di me». Tra la pioggia di amuleti, spicca la figura del teschio. C´è quello d´argento su un anello, da cui non si separa mai. «Ha un significato particolare nella mia vita. Io li attiro, i teschi. E mi sono anche rotto il mio». Ride e gli occhi bistrati affondano nella corteccia del viso. Ride, anche se si riferisce a un incidente piuttosto grave, accaduto due anni fa. Scalando una palma alle Isole Figi, è caduto ed è finito in sala operatoria: intervento a cranio aperto per un grumo al cervello.

Poche settimane dopo, però, era sul set del terzo “Pirati dei Carabi - Ai confini del mondo" a interpretare il papà di Depp. «Conosco Johnny da tanti anni», racconta, «è un grande amico di mio figlio. Per un po´ non sapevo chi fosse, a parte uno dei bravi ragazzi che frequenta Marlon. Poi ci siamo conosciuti meglio e lui mi ha detto che dovevamo fare qualcosa insieme. Gli ho risposto: "Procurami un lavoro". Non avrei mai immaginato di ritrovarmi in un film della Disney. La vita è strana, lo penso da sempre». Sull´esperienza da attore Richards ha molte certezze: «Ho detto la mia battuta, "il codice è la legge", e bum, buona la prima. Recitare mi piace: non avete ancora visto il mio re Lear. Devo trovarmi un agente».

Più recentemente, sui set del cinema c´è finito esercitando la sua professione principale: chitarrista della più antica rock band in vita. Keith Richards ha recitato se stesso nel documentario “Shine a Light” di Martin Scorsese. «Quando mi hanno riferito la proposta ho detto: un altro film sui Rolling Stones? Voglio dire, ce ne sono già di buoni, “Simpathy for the Devil”, “Gimme Shelter”, “Cocksucker Blues”? Poi ho saputo che lo avrebbe firmato Scorsese e ho chiesto: quando si comincia?». L´affinità tra gli Stones e Scorsese è di vecchissima data, ricorda Richards: «Marty ha la peculiarità di saper vedere le cose in profondità e per qualche strano motivo con noi ha sempre avuto un rapporto simbiotico. Ad esempio “Mean Streets”, che ho rivisto di recente. Il film poggia tutto sulla colonna sonora, a sua volta costruita sulle nostre canzoni».

La pellicola preferita da Keith Richards nella cinematografia dell´italoamericano è “Toro Scatenato”: «Fantastico. È la mia riserva continua di citazioni e battute. "Quella notte mi levai l´accappatoio e cascò il mondo, avevo scordato i pantaloncini", è una delle grandi battute del film. Gran parte dei tecnici dei Rolling Stones è italoamericana e il tour va via con una citazione continua della filmografia di Scorsese».

In realtà degli Stones il vero appassionato di cinema è Mick Jagger, che ha fondato la sua casa di produzione e che già progetta un film con Scorsese sulla storia dell´industria cinematografica, le sue banditesche origini. «Mick pensa di essere l´uomo di cinema dei Rolling, ma non lo è. L´ho visto rotolare sullo schermo diverse volte, negli anni? Non lo fare, Mick, non lo fare? Ma lui nel tempo libero, alla fine, fa quello che vuole», concede acidamente Richards. Il dualismo tra lui e il frontman dei Rolling è iniziato insieme al loro sodalizio. Avevano diciassette anni ed erano sul treno che dalle rispettive scuole londinesi li riportava a casa, a Dartford, nel Kent. I due si erano annusati, guardando il mucchio di vinili sottobraccio dell´altro. «Vidi quei dischi e pensai: “The Best of Muddy Waters”, questo dev´essere un tipo a posto. Mettiamo su un gruppo».

C´è alchimia creativa e scontro caratteriale tra i due, una costante nella storia del gruppo. Mick, l´organizzatore, il ragioniere che veniva dalla School of Economics. Keith, studente d´arte, il pubblicitario, l´esteta e compositore. «Mick già ordinava dall´America i dischi della Chess Records, la casa discografica del rock´n´roll, mentre noi aspettavamo che venissero pubblicati in Inghilterra. Era molto organizzato». Nel ‘67 furono arrestati per droga insieme, nella casa di campagna di Richards, a Redland, nel Sussex. Ma nei decenni Jagger si è costruito un´immagine da manager salutista mentre il chitarrista ha continuato a tuffarsi nell´eroina e nella cocaina. Uno è stato recuperato dall´establishment e fatto baronetto dalla Regina, l´altro ha preferito alimentare l´aura maledetta: «Quando ti disintossichi per la decima volta sai già che puoi farcela e non è più così terribile».

Durante una delle sue pause tossiche dal gruppo, Jagger prese il sopravvento organizzativo, incombenza che non ha mollato più. I loro litigi sono entrati, come le canzoni composte insieme, nella storia del rock. Celeberrima la volta in cui Charlie Watts, ad Amsterdam, prese per il collo Jagger che lo aveva appena definito «il mio batterista» e lo lanciò su un tavolo colmo di salmone affumicato. «Jagger scivolava verso la finestra aperta, lo avrei lasciato cadere volentieri, lo ripescai solo perché indossava la mia giacca da matrimonio», racconta il perfido Richards.

Con gli anni il rapporto tra i due si è incattivito. Le tensioni si sono riaccese soprattutto dopo la lunga convivenza imposta dal tour Bigger Band, nel 2006. All´inizio di “Shine a Light” si vede Jagger preparare la scaletta. «È lui quello che deve andare a cantare. Se dice: "Stasera non ce la faccio a fare questa canzone, ho la voce rauca", per noi va bene. Puoi cambiare l´ordine delle canzoni, ma poi devi andare con il tuo frontman. Sul palco Charlie Watts e io non facciamo che girare come una rete di sicurezza. Quando Mick attacca a trotterellare lontano, verso il pubblico, quando prende un ritmo sbagliato, inizia a cantare in una scala musicale cinese, allora con Charlie ci guardiamo: "Riprendilo, riprendilo?". È un problema, riesce a rovinare qualunque canzone. Ma ogni tanto nella vita bisogna pur lavorare».

I disaccordi con Jagger hanno quasi provocato la fine del gruppo. «Ci stavamo per sciogliere, è vero. Ma - e qui la voce si fa ancora più lenta - lui, Mick, ha fatto quel che gli era stato detto di fare. È stato saggio». Ha pure indossato una maglietta con su scritto: «Chi cazzo è Mick Jagger?». Chiosa placido Keith: «Perché no?». Negli ultimi tempi anche il leader si è messo in testa di rendergli la pariglia. Uscita la notizia di un´autobiografia che Richards scriverà con l´aiuto dello scrittore, suo amico trentennale, James Fox (l´editore sborserà al musicista 7,3 milioni di dollari) e che sarà pubblicata nel 2010, il frontman ha commentato: «Per scrivere le proprie memorie bisognerebbe ricordarsele».

Si torna ai periodi poco lucidi del chitarrista Richards. A Mick, però, si sa, manca la cattiveria del collega, ansioso di provocare e di alimentare la sua leggenda di pirata. A proposito del critico svedese che ha stroncato l´ultimo album dei Rolling Stones dice, definendolo «l´uomo di Goteborg»: «Devo avergli fottuto la moglie, o qualcosa del genere. Ce l´ha con me per qualche motivo. Queste cose non mi danno fastidio, per niente. La prossima volta che vado in Svezia manderò un gruppo di ragazzi a spezzargli le gambe».

Sbruffone con le donne, come da etichetta, Richards innaffia la sua leggenda: «È vero che stare sul palco è un po´ come fare sesso. E quando non ho una bella bambola, nel letto mi porto la mia chitarra». Ma anche il pirata del rock è invecchiato. L´uomo che un tempo girava con rotoli di soldi, pistola e coltelli nelle tasche, che è stato per decenni sulla lista dei «pronti a morire» ed è sopravvissuto grazie a una fisicità taurina, oggi è un signore che posa accanto a valigie firmate e nel tempo libero va a pesca o porta «il cane a pisciare e le ragazze a scuola». Se gli chiedi conto della sortita sulla sniffata delle ceneri paterne, ti fissa negli occhi e risponde: «Bella domanda, passiamo oltre?».

Ti racconta, invece, quanto sia faticosa la tournée a sessantacinque anni: «Finiti i concerti, ci vogliono quattro mesi per riprendermi. Continuo a svegliarmi il mattino con l´adrenalina da palco e penso: "Ma oggi devo suonare? Devo volare? Dove sono?"». La macchina Rolling Stones è un ingranaggio inarrestabile: «Non andiamo avanti solo per i soldi, la nostra è una sfida: nessuno è riuscito a tenere una band per così tanto tempo. Sul palco, a volte, mi ritrovo a suonare sollevato un palmo da terra».

In “Shine a Light” c´è una scena in cui, dopo un duetto con Buddy Guy, Richards gli regala la sua chitarra. «Non sono uno che sfascia gli strumenti, né li do via. Ma Buddy se l´era meritato, era arrivato caldissimo sul palco, è stato straordinario», dice. «La mia posizione è che io sono un musicista, uno che scrive canzoni, un menestrello se vuoi. E la cosa importante di questo gioco è passare il testimone agli altri. Tutto quel che ho imparato lo devo ad altri. È una lunga tradizione che appartiene alla storia della musica. Sulla tomba mi piacerebbe avere inciso: "È trapassato, ma l´ha passato"».

Dentro il petto del senescente pirata batte il cuore di un musicista vivo e scalciante: «Sono gli altri, e non noi, a chiedersi quando smetteremo. L´altra sera ho incontrato Chuck Berry, ha ottant´anni passati e suona ancora. Per me è lo Shakespeare del rock´n´roll e sembra eterno. Anch´io continuerò a suonare finché sono vivo, finché posso. Semplicemente sul palco, anche su una sedia a rotelle».


Dagospia 22 Settembre 2008

domenica 17 agosto 2008

HITCH APPARE VESTITO DA DONNA IN "INTRIGO INTERNAZIONALE"

da Repubblica online

Hitchcock: scoperto cameo, vestito da donna

In 'Intrigo internazionale' del '59 si vede una signora in treno che ha tutta l'aria di essere il regista, che amava fare fugaci apparizioni. E sarebbe la prima volta in abiti femminili

venerdì 8 agosto 2008

ovetto kinder sotto tiro

dal corriere online

Germania, guerra all'ovetto con sorpresa

I politici tedeschi lo vogliono vietare: «Pericoloso per i bambini». Istituita una Kinderkommission

BERLINO - Sono amate da grandi e piccoli ma i politici tedeschi le vogliono vietare. Troppo pericolose per i bambini, sentenziano. Si tratta di un classico dei dolci: le uova di cioccolato con la sorpresina all'interno. Come riporta quest'oggi la stampa tedesca una commissione federale esige infatti una rigorosa distinzione tra alimentari e giocattoli - per motivi di sicurezza.

L'uovo di cioccolato con la sorpresa è in commercio dal 1974 - e in Germania sembra abbia oramai i giorni contati. Già, perché la commissione federale del Bundestag per i diritti dei bambini, la «Kinderkommission», sta studiando un divieto di questi particolari dolciumi col regalo all'interno. Ogni combinazione tra genere alimentare e giocattoli deve essere vietata, riporta il quotidiano di Berlino «Die Welt», facendo riferimento ad una raccomandazione interna sui «rischi per la sicurezza e la salute dei bambini nella quotidianità».