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domenica 1 novembre 2009

ADDIO, ALDA


La poetessa Alda Merini, 78 anni, è morta oggi pomeriggio alle 17.30 all'ospedale San Paolo di Milano, nel reparto di oncologia. Era considerata una delle principali poetesse del Novecento. Nel 1996 era stata proposta per il Premio Nobel per la Letteratura dall'Academie Française. Tra i tanti che hanno espresso rammarico per la sua scomparsa, anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: «Viene meno un'ispirata e limpida voce poetica».

venerdì 19 dicembre 2008

HUMAN FLESH SEARCH ENGINE

© giovanni caviezel, death, 1984

Cina, la prima causa vinta contro l'accanimento via Internet

Una sentenza punisce la «persecuzione» e la ricerca spasmodica sul web di informazioni personali

Il fenomeno dell'accanimento via Internet in Cina è molto diffuso (Reuters)
Il fenomeno dell'accanimento via Internet in Cina è molto diffuso (Reuters)
Per la prima volta un uomo cinese è stato giudicato legalmente danneggiato dalla rete, dove sono state pubblicate informazioni strettamente personali sul suo conto e commenti feroci che lo hanno portato addirittura a perdere il lavoro. Prima la sua reputazione nel cyberspazio è stata seriamente compromessa a causa di alcuni post ripresi dal blog personale della moglie (poi morta suicida) e successivamente sono nati vari blog e siti sul suo caso. Alla fine è stato licenziato, in seguito a un vero e proprio attacco diffamatorio che si è messo in moto sul web, generando una spirale di violenza e una sorta di caccia all'uomo. Ora il tribunale dà ragione al signore diffamato, contro un fenomeno conosciuto in Cina come Human flesh search engine, ovvero l'abitudine di investigare sulle persone e di perseguitarle utilizzando informazioni reperite in una rete dove l'odio esplode in maniera virale e gli scritti rimangono (scripta manent) in modo molto più indelebile che fuori dalla rete.

LA STORIA - Wang Fei ha 28 anni e una fidanzata di 23. Lavorava in un'agenzia pubblicitaria di prestigio, ma da quando il cyberspazio ha iniziato a brulicare di odio nei suoi confronti piano piano ha perso tutto. Da principio Zhang Leyi, un compagno di classe della moglie Jiang Yan, pubblicò sul proprio sito orionchris.cn alcuni post degli ultimi giorni di vita di Jiang, poco prima che si togliesse la vita gettandosi dal ventiquattresimo piano. Si trattava di confidenze di una moglie ferita per un tradimento e di pensieri nostalgici di una donna con una personalità, al di là dei torti subiti, vulnerabile e depressa.

I BLOG RENROU - La commovente storia di questa ragazza di trentun anni ha finito con il generare una massiccia dose di livore nei confronti di Wang Fei, divenuto subito capro espiatorio di una sofferenza e di un rancore generalizzati, e la sua vita e il suo indirizzo sono stati sbattuti in rete, causando una serie di conseguenze con un lungo effetto-domino. La miriade di blog e siti che vengono chiamati in dialetto mandarino Renrou (ovvero carne umana) hanno alimentato il fenomeno dello Human flesh search engine, facendo esplodere le ricerche su Wang Fey, scatenando una curiosità morbosa intorno alla storia e una persecuzione online.

OFF E ONLINE - L'ondata di cyberviolenza morale a un certo punto si è manifestata anche fuori della rete, compromettendo la reputazione dell'uomo cinese e causandogli un licenziamento in tronco. Ma ora il Tribunale di Pechino, per la prima volta, ha stabilito che il fenomeno dello Human flesh search engine va punito, in quanto reato a tutti gli effetti. Zhang Leyi (l'amico della moglie defunta) dovrà pagare 730 dollari al signor Fei e il sito Daqi.com, in quanto responsabile di violazione della privacy e atteggiamenti inneggianti l'odio, dovrà risarcirgli l'equivalente di 440 dollari. La sentenza ha profonde implicazioni anche sulla scena politica, dove le istituzioni si servono da sempre dei renrou blog e dei dati personali che circolano sul web per raggiungere le persone ricercate e per instaurare politiche di controllo.

Emanuela Di Pasqua
19 dicembre 2008

giovedì 4 dicembre 2008

luca "napoletone" luciani in Brasile?

(...) avrete letto le assicurazioni di Bernabè sul consolidamento sempre maggiore di Tim Brasile. Infatti, bebè è così preso dalla società che balla la samba che ha deciso di spedirci come responsabile uno che non ci voleva per niente andare, alias il fatidico Luca Luciani, quello di Napoleone vittorioso a Waterloo. Il mitologico gaffeur sarebbe stato sbattuto al muro da Bernabè:
o vai in Brasile o vai a casa...


venerdì 25 luglio 2008


UNA VOLTA SI SCRIVEVANO LE POESIE, ORA PRENDI IL PROZAC. ESSERE UMANI È UNA MALATTIA, CI SPIEGANO… Filippo Facci per “Il Giornale”
Ogni tanto cercano di spiegarti che i grandi uomini erano dei grandi malati: da quel depresso di Ippocrate sino a Klaus Kinski, attore che il Corriere online, l’altro ieri, spiegava esser stato fondamentalmente uno schizofrenico e uno psicopatico. Non che non lo fosse: il problema è la tendenza a interpretare la natura umana solo in chiave biologica. Abbiamo letto di tutto, ormai: il pessimismo di Leopardi era un problema di neurotrasmettitori, la sensibilità di Tchaikovskij una somma di fobie omosessuali, Van Gogh del resto era epilettico, Churchill era un depresso patologico, Paganini aveva la sindrome di Ehiers-Danlos, Rachmaninov quella di Marfan eccetera.

Ma lasciando da parte le personalità di spicco (secondo Aristotele tutti gli uomini eccezionali erano melanconici) la medicalizzazione dell’esistenza non risparmia nessuno di noi: ogni dinamica sentimentale è stata chimicamente misurata in termini di serotonine, endorfine, vasopressine e ossitocine; il mal d’amore altro non sarebbe che un disturbo ossessivo-compulsivo. Una volta si scrivevano le poesie, ora prendi il Prozac. Le tristezze e le inquietudini creative, quelle che fanno porre i grandi interrogativi della vita, quelle che nei secoli hanno spinto alla ricerca dell’arte e della scienza (e perché no, anche di Dio) ormai sono voci del Dizionario psichiatrico. Essere umani è una malattia, ci spiegano.

martedì 22 luglio 2008

kinski

a 26 anni il primo ricovero

Klaus Kinski era malato mentale

Scoperta la cartella psichiatrica del grande attore tedesco: Definito dai medici «pericolo pubblico»

Klaus Kinski in «Fitzcarraldo»
Klaus Kinski in «Fitzcarraldo»
BERLINO - Il leggendario e geniale attore tedesco Klaus Kinski era schizofrenico e psicopatico. A 17 anni dalla sua morte sono state scoperte le cartelle cliniche della star del cinema. Anticonformista, cinico e rissoso anche fuori dallo schermo, Kinski era solito denigrare con linguaggio assai colorito il cinema in genere, i critici, il pubblico e anche il proprio lavoro. Per anni ha sofferto di depressione, è stato definito un personaggio folle e problematico. Già a 26 anni fu ricoverato per un breve periodo in una struttura per cure mentali. Ora dagli archivi di un ospedale berlinese sono venute alla luce le sue cartelle cliniche. Sono stati pubblicati, infatti, i documenti storici di circa 100 mila pazienti dell'allora «Städtische Irren- und Idioten-Anstalt zu Dalldorf», letteralmente «struttura cittadina per pazzi e idioti di Dalldorf». Tra il 1880 e il 1960 tra i pazienti c'era anche Klaus Kinski. Sui documenti, che risalgono ai primi anni Cinquanta, compare il suo nome di battesimo, Klaus Nakschinski.

TENTATO SUICIDIO - Per i medici già allora era chiar che quell'uomo era «un pericolo pubblico» come pure un genio. Dalla prima pagina della sua cartella si legge: «Diagnosi temporanea: schizofrenia. Definitivo: psicopatia».
Il giovane attore durante questo periodo sarebbe stato perdutamente innamorato di una dottoressa di 24 anni più vecchia. Gli psichiatri annotano: «Secondo il suo racconto i due si amano profondamente».
La donna, invece, avrebbe avuto solo un affetto materno per Kinski. Il giovane attore, allora disoccupato, colto dalla disperazione e dalla gelosia tentò il suicidio assumendo tre fiale di morfina. Sopravvisse, ma tre giorni dopo assunse nuovamente una dozzina di compresse di sonnifero. Più di una volta si scagliò ferocemente contro la donna, gesto che che indusse a classificare Kinski come «pericolo pubblico». Tuttavia, quella che è considerata una stella di prima grandezza della storia cinematografica non si definì mai un «pazzo». Kinski morì nel 1991 per un arresto cardiaco.

Elmar Burchia

venerdì 18 luglio 2008

IL SONDAGGIO MAI PUBBLICATO

da "Dagospia", er mejo sito che ci sia

‘PANORAMA’-SCOOP: ECCO IL SONDAGGIO-CHOC CHE FU NASCOSTO A RUTELLI
2007: PER 7 ROMANI SU 10 LA CITTÀ ERA A PEZZI, IL GRADIMENTO A VELTRONI A PICCO
DAGOSPIA PUBBLICA IL DOCUMENTO IPSOS CHE IL SETTIMANALE NON HA PUBBLICATO




1 - ECCO IL SONDAGGIO TENUTO SEGRETO CHE CONDANNAVA RUTELLI: GRADIMENTO A PICCO PER VELTRONI E CAPITALE RIDOTTA AI MINIMI TERMINI
Carlo Puca per “Panorama”


La caduta di Romano Prodi, le dimissioni da sindaco di Walter Veltroni, il bagno di sangue di Francesco Rutelli. Ancora: i veleni, le risse di questi giorni, i rischi di scissione del Partito democratico. A voler essere colpevolisti, tutto potrebbe dipendere da un dettaglio in grado di spiegare la storia recente del centrosinistra italiano: un documento di 58 cartelle del gennaio 2008. Un sondaggio della Ipsos, per la precisione.

S’intitola «L’analisi di trend del biennio 2006-2007» ed è stato commissionato dal Comune di Roma al tempo della giunta veltroniana. Consegnato in Campidoglio nel gennaio 2007, è rimasto occultato per mesi al Pd, nascosto a Prodi e persino al candidato Rutelli. Panorama è riuscito a scovarlo in un armadio dimenticato da tutti, anche dagli uomini di Veltroni. Era fra vecchie carte invece che sul sito del comune, come da prassi, poiché commissionato dall’assessorato alla Cultura con delega alla comunicazione. Quella di Ipsos, insomma, è una ricerca che poteva essere pubblica ma non lo è stata. Chissà perché.
Unica certezza sono i numeri, che denunciano lo stato del rapporto tra Veltroni e i suoi (ex) elettori romani: a dicembre 2007, rispetto al 2006, la fiducia verso l’amministrazione comunale era crollata di 20 punti secchi. In appena 24 mesi. Una catastrofe.

Nel sondaggio, a bocciare il leader del Pd è la totalità delle categorie, dai disoccupati (meno 36 per cento) agli impiegati (meno 14). Ma pure la totalità dei quartieri, dal centro (meno 28 per cento) a Ostia (meno 15). In generale, il 58 per cento dei cittadini dichiara di avere «poca o per nulla» fiducia nell’amministrazione. Il 51 per cento dei romani aggiunge pure di non sentirsi sicuro. Insomma, tra il sindaco e i romani si era rotto qualcosa. Anzi, si era rotto tutto.

I 'bastonati' Cicciobello e Walterloo
© Foto U.Pizzi

La conferma più netta arriva da una domanda, la seguente: «Pensando al 207, lei ritiene che rispetto al 2006 Roma sia…». Risposte: peggiorata (48 per cento), negativa come nel 2006 (22), positiva come nel 206 (10), migliorata (18). Riassumendo: nel dicembre 2007, il 70 per cento dei romani riteneva la capitale ridotta ai minimi termini. Altro che edonismo veltroniano. Altro che modello Roma.

Si tratta di un giudizio grave se rapportato a un sindaco rieletto a furor di popolo dopo 5 anni di splendida luna di miele con la città. Nella primavera 2006, per riconquistare il Campidoglio all’allora Walterissimo bastò il primo turno. Ottenne il 61,4 per cento dei voti, contro il 37,1 di Gianni Alemanno. Il quale ha dovuto attendere appena 2 anni per la rivincita. Stando al sondaggio, quasi una passeggiata di salute.

Ora per un attimo entriamo nel campo dei sospetti. Secondo la ricostruzione di Panorama, una prima versione, parziale, del documento Ipsos viene consegnata agli uffici del comune a metà gennaio 2008. Quattro, cinque giorni al massimo e arriva il 19 gennaio. E’ un giorno «epico» per Veltroni. A Orvieto, all’assemblea dell’associazione LibertàEguale, spara, secondo Rosy Bindi, due bombe sul governo Prodi. Con la prima ribadisce, accalorato, che il dialogo con Berlusconi è indispensabile: «C’è molta gente che mi dice: sta’ attento a Silvio! Ma non si può approvare una legge elettorale senza il concorso di Berlusconi».

La seconda bomba è ancor più fragorosa: «Qualunque sarà la legge elettorale, il Pd correrà da solo, senza l’apparentamento con altri partiti». Apriti cielo.
Dal comunista Franco Giordano alla stessa Bindi, decine di esponenti dell’Unione di governo accusano: «Walter si sta preparando alle elezioni». Dopo arriverà la pistola fumante di Clemente Mastella. Ma ancora oggi, a 5 mesi dal lutto, gli orfani di Prodi accusano il «traditore» Veltroni.

Goffredo Bettini
© Foto U.Pizzi

Il 13 febbraio il leader del Pd si dimette da sindaco per candidarsi alle politiche. Insieme al suo (W)alter ego Goffredo Bettini offre il Campidoglio a Rutelli, che accetta e perde. Tre settimane fa Bettini lo scarica («A Roma abbiamo sbagliato candidato»), salvo poi «precisare» il suo pensiero. Ma il messaggio è arrivato a tutti, chiaro e forte.
Eppure, secondo il sondaggio Rutelli è arrivato alle elezioni da sconfitto annunciato. L’apparenza mediatica, i bagni di folla veltroniani, il sistema di potere sembravano garantirgli una vittoria ampia e sicura. E invece la città reale, quella dell’Ipsos, era da un’altra parte.

Ma a Rutelli il sondaggio era stato consegnato? «No, non ne sapevamo niente», giurano i suoi fedelissimi che, sospettosi, attendono «la pubblicazione della rilevazione per capire meglio al faccenda». Né conoscevano la ricerca i prodiani. Gente che però non si stupisce. Basta guardare le date, suggeriscono, «per capire che Veltroni è fuggito da Roma per salvarsi da disastro mediatico». Dissesto finanziario compreso.

Il risultato è il tutti contro Veltroni: prodiani, rutelliani, dalemiani, ché intorno a Massimo sono anni che si cristallizzano i nemici di Walter. L’Ultima rissa è andata in onda il 14 luglio, al seminario di Italianieuropei sulla legge elettorale. Un pretesto per contarsi in vista di un congresso sempre più certo. Mas, visto il quadro, a essere incerta è la sopravvivenza del Partito democratico: non serve l’Ipsos per certificarlo.

LE CIFRE DELLA CATASTROFE VELTRONIANA
Da “Panorama”

Uno dei grafici allegati al sondaggio della Ipsos. Composta da 50 cartelle, la ricerca segnala il malcontento dei romani verso Veltroni.

-13% Soddisfazione per i servizi del comune
-5% Viabilità e traffico
-7% Assistenza agli anziani
-8% Operato dei vigili urbani
-8% Mense e refezione scolastica
-9% Parcheggi pubblici
-9% Attività culturali
-9% Cura e manutenzione del verde
-9% Cura monumenti luoghi artistici
-10% Scuole pubbliche comunali
-11% Cura e manutenzione della città
-15% Anagrafe e sportelli di municipio



mercoledì 18 giugno 2008

LENNON/PANG



PANG PANG! – YOKO MI DISSE: “DIVENTA L’AMANTE DI JOHN” - IL LIBRO DEI RICORDI DI MAY PANG, LA CINESE DI LENNON - 18 MESI DI FOLLIE: METADONE A COLAZIONE – LEARY: “BUTTAVA GIÙ LSD COME SE FOSSE POPCORN”


Claudio Castellacci per “A” in edicola

John Lennon
Foto da Corriere.it
Quelli erano giorni in cui nessuno pensava di scattare troppe foto, come si fa oggi. «Erano tempi in cui si pensava che ci sarebbe stato un domani. Così momenti che oggi sono considerati storici non sono mai stati fotografati». Il disappunto di May Pang, la “fidanzata cinese” di John Lennon, è smorzato dal fatalismo. E così, per esorcizzare i fantasmi del passato, ha deciso di pubblicare in un libro dal titolo «Instamatic Karma» (uscito negli Stati Uniti da St. Martin’s Press): le foto dei 18 mesi in cui visse con John Lennon, prevalentemente a Los Angeles e che la stessa rock star definì «The lost weekend».

Di quel periodo il vero rammarico è di non aver documentato la jam session di John e Paul McCartney, l’unica avvenuta dopo il dissolvimento dei Beatles. Ma May Pang può vantare di aver immortalato il momento in cui Lennon, in vacanza a Disney World in Florida, firmò – ultimo dei quattro – le 202 pagine di cui era composto il documento legale che sanciva la fine del quartetto di Liverpool. Era il 29 dicembre 1974.

Ma andiamo per ordine. Questa storia comincia nel 1971, dopo lo scioglimento dei Beatles avvenuto l’anno prima, quando John Lennon e Yoko Ono decidono di trasferirsi dall’Inghilterra a New York. Lennon e Yoko si erano incontrati a Londra nel 1966 e da allora non si erano mai separati. Yoko è senza dubbio la donna più odiata della storia del rock e non solo. A lei i fan del gruppo di Liverpool addebitano il disfacimento della band, a lei Albert Goldman, il biografo di Lennon, addebita colpe e nefandezze compiute in nome del proprio ego sterminato. Solo pettegolezzi? Non sembra proprio, visto che lo scrittore è rimasto immune da cause e richieste di risarcimenti miliardari. Anche se non da insulti.

Il Lennon che esce dalle pagine del racconto di Goldman, frutto di ben 1200 interviste, è quello di una persona irrazionalmente violenta con seri problemi di schizofrenia e dissociazione di personalità, apparentemente frutto di un uso indiscriminato e compulsivo di alcol e droghe, soprattutto di acidi. «John Lennon buttava giù Lsd come se fosse popcorn», era solito raccontare Timothy Leary, il profeta degli allucinogeni, che in quanto ad esperienza con gli stupefacenti non era secondo a nessuno.

La rivista A
A decidere di trasferirsi a New York fu Yoko Ono impegnata in una battaglia legale per la custodia della figlia Kyoko. Lennon si limitò ad acconsentire adducendo il fatto che se ne andava dal Regno Unito perché in America, lì sì, lo avrebbero accolto come un grande artista, ma soprattutto perché proprio quell’anno la sterlina aveva adottato il sistema decimale e lui, quell’affronto, proprio non lo sopportava.

May Pang entrò nella vita di Lennon subito dopo l’arrivo della coppia a New York che si sistemò in un appartamento sibaritico dello storico St. Regis Hotel sulla Quinta Strada. Pang occupava la stanza adiacente alla loro suite. I suoi compiti erano ben scanditi. Alle dieci in punto doveva bussare alla porta, svegliarli e ordinare una colazione a base di pane tostato alla cannella, caffè e tè. Sembrerebbe anche che la coppia non si alzasse mai dal letto prima di aver ricevuto la dose quotidiana di metadone – un sostituto dell’eroina usato contro le sindromi di astinenza – procurata da un medico compiacente che si premurava, quando richiesto, anche di somministrare iniezioni bomba di vitamina b-12 per tenerli su durante il giorno.

Oltre alla storia della figlia, l’altro vero grande motivo che aveva spinto Yoko Ono a trasferirsi a New York era di allontanarsi il più possibile dall’ambiente dei Beatles per dimostrare al mondo che anche lei era un artista di talento e che, anzi, il suo genio era per lo meno pari a quello di Lennon e magari persino più grande del suo. Voleva che almeno quello – il suo genio – fosse più grande, visto che uno dei problemi che l’ossessionava era l’altezza. Diceva di sé: «Sono piccola perché sono stata repressa fin da giovane. È per questo motivo che le mie ossa hanno smesso di crescere. Non avete mai notato che le persone aggressive, da Napoleone a Hitler, sono fisicamente basse?». Lì a New York, tutti i suoi atteggiamenti da grande dame, tutti i suoi tentativi di seduzione di giornalisti di grido, erano mirati a un solo scopo: trovare una rivista importante che le dedicasse grande spazio come era accaduto a Lennon con la storica e monumentale intervista rilasciata al direttore di Rolling Stone l’anno precedente.

Intanto, tutti questi piccoli intrighi sulla scena dell’avanguardia nuovaiorchese avvenivano mentre Lennon era segretamente sotto inchiesta da parte dell’Fbi perché ritenuto un pericoloso sovversivo che scriveva e cantava cose come «Give Peace a Chance» o, peggio «Power to the People». A temere per la presenza di Lennon sul sacro suolo americano era la paranoia del presidente Nixon che cercava di inventarsi qualsiasi cosa pur di cacciarlo dal Paese. Nel 1972, infatti, si sarebbero tenute le prime elezioni presidenziali in cui i diciottenni avrebbero avuto diritto di voto e tutti davano per scontato che il loro sarebbe stato un voto di protesta contro la guerra in Vietnam che all’epoca divampava furiosa. Non a caso Lennon pensava di organizzare una serie di concerti durante i quali attivisti politici avrebbero tenuto comizi contro la guerra. Nixon lo venne a sapere e apriti cielo. È lo storico Jon Wiener a far notare come fosse veramente stravagante che un politico tutto sommato abile e navigato come Nixon abbia potuto pensare, anche per un solo momento, che il voto del 1972 avrebbe potuto essere influenzato da John Lennon. Per quel suo secondo mandato, poi, Nixon vinse a valanga.

Yoko Ono
Foto da Corriere.it
Ma la verità è che in quel periodo scoppia il caso Watergate e le provocazioni e le intimidazioni nei confronti di Lennon fanno parte di quel grande affresco. Quelli sono anche gli ultimi anni di vita di J. Edgar Hoover, il potentissimo capo dell’Fbi che fino all’ultimo aveva lavorato in stretto contatto con Nixon per sostenerlo politicamente. Almeno metà dell’imponente incartamento su John Lennon risale proprio all’ultimo anno di vita di Hoover. Moltissimi dei promemoria sono indirizzati o provengono da lui, altri portano le sue iniziali. Si sa da diverse fonti che il Direttore dell’FBI era ossessionato dal dissenso politico, era rabbioso nei confronti della controcultura, odiava la cosiddetta Nuova Sinistra e provava un violento disgusto verso tutto quello che John Lennon rappresentava.



E così i documenti riguardanti questo pasticcio sono stati tenuti nascosti per più di un quarto di secolo e solo grazie alla testardaggine del professor Wiener sono venuti finalmente tutti alla luce due anni fa, dopo una lunga e estenuante battaglia legale. Wiener si era sempre infatti chiesto: «Come è possibile che il governo abbia declassificato documenti riguardanti la bomba all’idrogeno e tenga sotto chiave quelli di Lennon? È mai possibile che sia più pericoloso della bomba atomica?» E in effetti è venuto fuori che l’incartamento non aveva niente a che vedere con la sicurezza nazionale, ma con il fatto che l’Fbi era stata messa al servizio degli interessi personali del Presidente e non si voleva che i panni sporchi venissero fuori.

Insomma, mentre dietro le quinte della storia si svolge questo psicodramma, Yoko Ono decide che è giunta l’ora di fare il grande salto e di presentarsi al mondo senza l’ingombrante figura di Lennon al suo fianco. E così adocchia David Spinozza, un chitarrista baffuto e bassotto che non l’avrebbe fatta sfigurare in società, e in men che non si dica decide di spedire John fuori dai piedi: meglio il più lontano possibile da New York, meglio in California. Ma prima doveva risolvere un piccolo problema: Yoko voleva rimanere legata a Lennon – anche se lasciandogli il guinzaglio lungo – perché nel caso i suoi progetti di successo personale avessero fatto fiasco avrebbe potuto tornare sui suoi passi. L’altro motivo era che Lennon da solo non se la sarebbe cavata: non aveva mai guidato in America, non era mai entrato in un supermercato a comprarsi qualcosa senza un assistente al seguito, non avrebbe saputo come portare a lavare la biancheria, fare una telefonata, calcolare la mancia al ristorante.

Il problema fu risolto, appunto, mettendo Lennon fra le braccia della fidata e riservata May Pang che ricorda: «Una mattina presto Yoko entrò nella mia stanza e, di punto in bianco, mi disse che lei e John non andavano più d’accordo. Per tutti noi che lavoravamo al loro fianco non era una novità per cui non mi stupìi più di tanto. La mia vera preoccupazione era: se questi due si dividono, io cosa faccio?». Ma la vera bomba non era ancora arrivata. Yoko le fece notare che siccome lei non aveva un fidanzato, la cosa migliore era che loro due si mettessero insieme. Alle rimostranze di May Pang («Non avevo nessuna intenzione di uscire con John») Yoko rispose che avrebbe fatto meglio a seguire i suoi suggerimenti. Il tono era quello che si trattava di un’offerta che non poteva rifiutare.

Timoty Leary
May Pang divenne così la fidanzata di John Lennon. Una sera, poco dopo l’annuncio di Yoko, aveva accompagnato John in studio dove lui aveva appena finito di registrare l’album Mind Games. Quando uscirono John le disse semplicemente: «Prendiamo un taxi, vengo a casa con te».

Dopo un breve periodo di convivenza nuovaiorchese, in un attico sulla 52esima strada, la coppia si spostò a Los Angeles. Ricorda May: «Ebbi appena il tempo di buttare un po’ di cose in valigia, afferrare la mia Nikkormat 35 millimetri e la nuova Polaroid SX70 che John mi aveva regalato per il mio compleano». John incoraggiava May a scattare in ogni possibile occasione, anche se lei ricorda che aveva un po’ di reticenza a tirare fuori la macchina soprattutto quando erano in visita suoi vecchi amici come Ringo Starr, Paul McCartney, Elton John o Sonny Bono. Le sembrava di volersi intrufolare troppo nell’intimità di John.

Il libro dei ricordi pubblicato oggi da May Pang è un album della nostalgia di un tempo che non tornerà più. Anche se, a volte, viene da pensare: meno male. Già, perché al di là dei bei ricordi, vivere con Lennon non doveva essere certamente facile. Il Lennon privato era un tipo poco raccomandabile, perennemente ubriaco o drogato: come quando una sera, alticcio, in un ristorante in compagnia del produttore discografico Phil Spector, si infila il contenuto del piatto nelle orecchie; violento: come quando una sera accusa May di aver flirtato con il cantante David Cassidy, le strappa gli occhiali, li calpesta, le spacca la macchina fotografica, distrugge tutto quello che nell’appartamento gli capita a tiro e poi dice: «Adesso chiamo Yoko e glielo dico»; infantile: come quando si nascondeva dietro una porta se la mamma di May saliva da loro per portare il piatto preferito da John: riso fritto e costine di maiale; infine indelebilmente plagiato da Yoko da cui si fa gettare in intraprese musicali degne di un dilettante allo sbaraglio.

Insomma, i 18 mesi raccontati in immagini in questo libro della memoria terminano il giorno in cui Yoko si rese conto che alla fine John stava cominciando, per la prima volta nella vita, a camminare con le sue gambe, a non farsi più trovare al telefono, a uscire da Los Angeles senza doverle dire dove sarebbe andato. Ma il segnale più preoccupante che la mise in allarme fu il fatto che John e May stavano per comprare casa insieme. Yoko giocò allora la carta del fumo. Già, perché Lennon fumava due pacchetti di Gauloises al giorno ed era affetto da un perenne mal di gola che lo infastidiva notevolmente. Yoko gli fece balenare la possibilità di aver trovato il rimedio perfetto: la cura dell’ipnosi.

John Lennon e Yoko Ono
Foto da Corriere.it
E all’improvviso gli eventi precipitano. All’inizio del 1975 John e May sono a New York. Girano per gli Hamptons. Si preparano ad andare a New Orleans per registrare un disco con Paul e Linda McCartney. Vengono ospitati da Mick Jagger in una casa di Montauk che la rock star aveva affittato da Andy Warhol. In una delle loro scampagnate adocchiano una villa accanto al faro di proprietà del fotografo di moda Peter Beard e Lennon dice che è ora che mettano su casa insieme. Ma gli dei avevano deciso altrimenti.

John cade, come un allocco, nella trappola tesagli da Yoko, presentandosi all’appuntamento con il terapista a casa di lei e rassicurando May che sarebbe rientrato per cena. May ha però le antenne giuste, conosce Yoko e lo scongiura di non andare («Era la prima volta che gli chiedevo qualcosa»). May aveva visto giusto. Lennon non rientra a casa, non si fa vedere, non risponde alle sue telefonate, tutte intercettate da Yoko. Passa una settimana e Lennon e May si rivedono nella sala d’aspetto del dentista da cui, tempo prima, avevano preso appuntamento. Lui è emaciato: sembrava che un alieno avesse preso possesso del suo corpo. May gli chiede se vuole tornare a casa. Lui risponde di sì. Una volta arrivati John le dice: «Credo di doverti dire una cosa: Yoko mi permette di tornare da lei. Yoko sa che ti voglio ancora bene. E mi permette di continuare a vederti. Dice che lei può essere la moglie e tu puoi continuare a essere l’amante». Poi mette poche cose in una borsa e se ne va. Come un automa, torna da Yoko Ono.



Dagospia 18 Giugno 2008

venerdì 30 novembre 2007

IL FU MATTIA BAZAR

da Dagospia

I MONTY PYTHON? CERCA NELLO SCAFFALE ALPINISMO…
Prendete un venditore di libri e fategli ricordare le richieste assurde dei clienti, i titoli strampalati, i nomi storpiati degli scrittori: ecco “Il fu Mattia Bazar” (Orme) di Franco Zaio (responsabile della saggistica alla Feltrinelli di Genova) con la collaborazione della giornalista Giovanna Zucconi e di Stefano Bartezzaghi.

Qualche esempio? Chi chiede in libreria “Fanta amara” di Ignazio Silone o “La ragazza del pube” di Carlo Cassola. E non basta. Zaio ha anche aperto un blog (http://ilfumattiabazar.blogspot.com) per aggiornare il suo lavoro con nuove perle. Comprese certe risposte dei librai. Come quello che ha indirizzato il cliente alla ricerca di un volume sui Monty Python nel reparto «guide turistiche, sezione alpinismo».