mercoledì 18 giugno 2008

LENNON/PANG



PANG PANG! – YOKO MI DISSE: “DIVENTA L’AMANTE DI JOHN” - IL LIBRO DEI RICORDI DI MAY PANG, LA CINESE DI LENNON - 18 MESI DI FOLLIE: METADONE A COLAZIONE – LEARY: “BUTTAVA GIÙ LSD COME SE FOSSE POPCORN”


Claudio Castellacci per “A” in edicola

John Lennon
Foto da Corriere.it
Quelli erano giorni in cui nessuno pensava di scattare troppe foto, come si fa oggi. «Erano tempi in cui si pensava che ci sarebbe stato un domani. Così momenti che oggi sono considerati storici non sono mai stati fotografati». Il disappunto di May Pang, la “fidanzata cinese” di John Lennon, è smorzato dal fatalismo. E così, per esorcizzare i fantasmi del passato, ha deciso di pubblicare in un libro dal titolo «Instamatic Karma» (uscito negli Stati Uniti da St. Martin’s Press): le foto dei 18 mesi in cui visse con John Lennon, prevalentemente a Los Angeles e che la stessa rock star definì «The lost weekend».

Di quel periodo il vero rammarico è di non aver documentato la jam session di John e Paul McCartney, l’unica avvenuta dopo il dissolvimento dei Beatles. Ma May Pang può vantare di aver immortalato il momento in cui Lennon, in vacanza a Disney World in Florida, firmò – ultimo dei quattro – le 202 pagine di cui era composto il documento legale che sanciva la fine del quartetto di Liverpool. Era il 29 dicembre 1974.

Ma andiamo per ordine. Questa storia comincia nel 1971, dopo lo scioglimento dei Beatles avvenuto l’anno prima, quando John Lennon e Yoko Ono decidono di trasferirsi dall’Inghilterra a New York. Lennon e Yoko si erano incontrati a Londra nel 1966 e da allora non si erano mai separati. Yoko è senza dubbio la donna più odiata della storia del rock e non solo. A lei i fan del gruppo di Liverpool addebitano il disfacimento della band, a lei Albert Goldman, il biografo di Lennon, addebita colpe e nefandezze compiute in nome del proprio ego sterminato. Solo pettegolezzi? Non sembra proprio, visto che lo scrittore è rimasto immune da cause e richieste di risarcimenti miliardari. Anche se non da insulti.

Il Lennon che esce dalle pagine del racconto di Goldman, frutto di ben 1200 interviste, è quello di una persona irrazionalmente violenta con seri problemi di schizofrenia e dissociazione di personalità, apparentemente frutto di un uso indiscriminato e compulsivo di alcol e droghe, soprattutto di acidi. «John Lennon buttava giù Lsd come se fosse popcorn», era solito raccontare Timothy Leary, il profeta degli allucinogeni, che in quanto ad esperienza con gli stupefacenti non era secondo a nessuno.

La rivista A
A decidere di trasferirsi a New York fu Yoko Ono impegnata in una battaglia legale per la custodia della figlia Kyoko. Lennon si limitò ad acconsentire adducendo il fatto che se ne andava dal Regno Unito perché in America, lì sì, lo avrebbero accolto come un grande artista, ma soprattutto perché proprio quell’anno la sterlina aveva adottato il sistema decimale e lui, quell’affronto, proprio non lo sopportava.

May Pang entrò nella vita di Lennon subito dopo l’arrivo della coppia a New York che si sistemò in un appartamento sibaritico dello storico St. Regis Hotel sulla Quinta Strada. Pang occupava la stanza adiacente alla loro suite. I suoi compiti erano ben scanditi. Alle dieci in punto doveva bussare alla porta, svegliarli e ordinare una colazione a base di pane tostato alla cannella, caffè e tè. Sembrerebbe anche che la coppia non si alzasse mai dal letto prima di aver ricevuto la dose quotidiana di metadone – un sostituto dell’eroina usato contro le sindromi di astinenza – procurata da un medico compiacente che si premurava, quando richiesto, anche di somministrare iniezioni bomba di vitamina b-12 per tenerli su durante il giorno.

Oltre alla storia della figlia, l’altro vero grande motivo che aveva spinto Yoko Ono a trasferirsi a New York era di allontanarsi il più possibile dall’ambiente dei Beatles per dimostrare al mondo che anche lei era un artista di talento e che, anzi, il suo genio era per lo meno pari a quello di Lennon e magari persino più grande del suo. Voleva che almeno quello – il suo genio – fosse più grande, visto che uno dei problemi che l’ossessionava era l’altezza. Diceva di sé: «Sono piccola perché sono stata repressa fin da giovane. È per questo motivo che le mie ossa hanno smesso di crescere. Non avete mai notato che le persone aggressive, da Napoleone a Hitler, sono fisicamente basse?». Lì a New York, tutti i suoi atteggiamenti da grande dame, tutti i suoi tentativi di seduzione di giornalisti di grido, erano mirati a un solo scopo: trovare una rivista importante che le dedicasse grande spazio come era accaduto a Lennon con la storica e monumentale intervista rilasciata al direttore di Rolling Stone l’anno precedente.

Intanto, tutti questi piccoli intrighi sulla scena dell’avanguardia nuovaiorchese avvenivano mentre Lennon era segretamente sotto inchiesta da parte dell’Fbi perché ritenuto un pericoloso sovversivo che scriveva e cantava cose come «Give Peace a Chance» o, peggio «Power to the People». A temere per la presenza di Lennon sul sacro suolo americano era la paranoia del presidente Nixon che cercava di inventarsi qualsiasi cosa pur di cacciarlo dal Paese. Nel 1972, infatti, si sarebbero tenute le prime elezioni presidenziali in cui i diciottenni avrebbero avuto diritto di voto e tutti davano per scontato che il loro sarebbe stato un voto di protesta contro la guerra in Vietnam che all’epoca divampava furiosa. Non a caso Lennon pensava di organizzare una serie di concerti durante i quali attivisti politici avrebbero tenuto comizi contro la guerra. Nixon lo venne a sapere e apriti cielo. È lo storico Jon Wiener a far notare come fosse veramente stravagante che un politico tutto sommato abile e navigato come Nixon abbia potuto pensare, anche per un solo momento, che il voto del 1972 avrebbe potuto essere influenzato da John Lennon. Per quel suo secondo mandato, poi, Nixon vinse a valanga.

Yoko Ono
Foto da Corriere.it
Ma la verità è che in quel periodo scoppia il caso Watergate e le provocazioni e le intimidazioni nei confronti di Lennon fanno parte di quel grande affresco. Quelli sono anche gli ultimi anni di vita di J. Edgar Hoover, il potentissimo capo dell’Fbi che fino all’ultimo aveva lavorato in stretto contatto con Nixon per sostenerlo politicamente. Almeno metà dell’imponente incartamento su John Lennon risale proprio all’ultimo anno di vita di Hoover. Moltissimi dei promemoria sono indirizzati o provengono da lui, altri portano le sue iniziali. Si sa da diverse fonti che il Direttore dell’FBI era ossessionato dal dissenso politico, era rabbioso nei confronti della controcultura, odiava la cosiddetta Nuova Sinistra e provava un violento disgusto verso tutto quello che John Lennon rappresentava.



E così i documenti riguardanti questo pasticcio sono stati tenuti nascosti per più di un quarto di secolo e solo grazie alla testardaggine del professor Wiener sono venuti finalmente tutti alla luce due anni fa, dopo una lunga e estenuante battaglia legale. Wiener si era sempre infatti chiesto: «Come è possibile che il governo abbia declassificato documenti riguardanti la bomba all’idrogeno e tenga sotto chiave quelli di Lennon? È mai possibile che sia più pericoloso della bomba atomica?» E in effetti è venuto fuori che l’incartamento non aveva niente a che vedere con la sicurezza nazionale, ma con il fatto che l’Fbi era stata messa al servizio degli interessi personali del Presidente e non si voleva che i panni sporchi venissero fuori.

Insomma, mentre dietro le quinte della storia si svolge questo psicodramma, Yoko Ono decide che è giunta l’ora di fare il grande salto e di presentarsi al mondo senza l’ingombrante figura di Lennon al suo fianco. E così adocchia David Spinozza, un chitarrista baffuto e bassotto che non l’avrebbe fatta sfigurare in società, e in men che non si dica decide di spedire John fuori dai piedi: meglio il più lontano possibile da New York, meglio in California. Ma prima doveva risolvere un piccolo problema: Yoko voleva rimanere legata a Lennon – anche se lasciandogli il guinzaglio lungo – perché nel caso i suoi progetti di successo personale avessero fatto fiasco avrebbe potuto tornare sui suoi passi. L’altro motivo era che Lennon da solo non se la sarebbe cavata: non aveva mai guidato in America, non era mai entrato in un supermercato a comprarsi qualcosa senza un assistente al seguito, non avrebbe saputo come portare a lavare la biancheria, fare una telefonata, calcolare la mancia al ristorante.

Il problema fu risolto, appunto, mettendo Lennon fra le braccia della fidata e riservata May Pang che ricorda: «Una mattina presto Yoko entrò nella mia stanza e, di punto in bianco, mi disse che lei e John non andavano più d’accordo. Per tutti noi che lavoravamo al loro fianco non era una novità per cui non mi stupìi più di tanto. La mia vera preoccupazione era: se questi due si dividono, io cosa faccio?». Ma la vera bomba non era ancora arrivata. Yoko le fece notare che siccome lei non aveva un fidanzato, la cosa migliore era che loro due si mettessero insieme. Alle rimostranze di May Pang («Non avevo nessuna intenzione di uscire con John») Yoko rispose che avrebbe fatto meglio a seguire i suoi suggerimenti. Il tono era quello che si trattava di un’offerta che non poteva rifiutare.

Timoty Leary
May Pang divenne così la fidanzata di John Lennon. Una sera, poco dopo l’annuncio di Yoko, aveva accompagnato John in studio dove lui aveva appena finito di registrare l’album Mind Games. Quando uscirono John le disse semplicemente: «Prendiamo un taxi, vengo a casa con te».

Dopo un breve periodo di convivenza nuovaiorchese, in un attico sulla 52esima strada, la coppia si spostò a Los Angeles. Ricorda May: «Ebbi appena il tempo di buttare un po’ di cose in valigia, afferrare la mia Nikkormat 35 millimetri e la nuova Polaroid SX70 che John mi aveva regalato per il mio compleano». John incoraggiava May a scattare in ogni possibile occasione, anche se lei ricorda che aveva un po’ di reticenza a tirare fuori la macchina soprattutto quando erano in visita suoi vecchi amici come Ringo Starr, Paul McCartney, Elton John o Sonny Bono. Le sembrava di volersi intrufolare troppo nell’intimità di John.

Il libro dei ricordi pubblicato oggi da May Pang è un album della nostalgia di un tempo che non tornerà più. Anche se, a volte, viene da pensare: meno male. Già, perché al di là dei bei ricordi, vivere con Lennon non doveva essere certamente facile. Il Lennon privato era un tipo poco raccomandabile, perennemente ubriaco o drogato: come quando una sera, alticcio, in un ristorante in compagnia del produttore discografico Phil Spector, si infila il contenuto del piatto nelle orecchie; violento: come quando una sera accusa May di aver flirtato con il cantante David Cassidy, le strappa gli occhiali, li calpesta, le spacca la macchina fotografica, distrugge tutto quello che nell’appartamento gli capita a tiro e poi dice: «Adesso chiamo Yoko e glielo dico»; infantile: come quando si nascondeva dietro una porta se la mamma di May saliva da loro per portare il piatto preferito da John: riso fritto e costine di maiale; infine indelebilmente plagiato da Yoko da cui si fa gettare in intraprese musicali degne di un dilettante allo sbaraglio.

Insomma, i 18 mesi raccontati in immagini in questo libro della memoria terminano il giorno in cui Yoko si rese conto che alla fine John stava cominciando, per la prima volta nella vita, a camminare con le sue gambe, a non farsi più trovare al telefono, a uscire da Los Angeles senza doverle dire dove sarebbe andato. Ma il segnale più preoccupante che la mise in allarme fu il fatto che John e May stavano per comprare casa insieme. Yoko giocò allora la carta del fumo. Già, perché Lennon fumava due pacchetti di Gauloises al giorno ed era affetto da un perenne mal di gola che lo infastidiva notevolmente. Yoko gli fece balenare la possibilità di aver trovato il rimedio perfetto: la cura dell’ipnosi.

John Lennon e Yoko Ono
Foto da Corriere.it
E all’improvviso gli eventi precipitano. All’inizio del 1975 John e May sono a New York. Girano per gli Hamptons. Si preparano ad andare a New Orleans per registrare un disco con Paul e Linda McCartney. Vengono ospitati da Mick Jagger in una casa di Montauk che la rock star aveva affittato da Andy Warhol. In una delle loro scampagnate adocchiano una villa accanto al faro di proprietà del fotografo di moda Peter Beard e Lennon dice che è ora che mettano su casa insieme. Ma gli dei avevano deciso altrimenti.

John cade, come un allocco, nella trappola tesagli da Yoko, presentandosi all’appuntamento con il terapista a casa di lei e rassicurando May che sarebbe rientrato per cena. May ha però le antenne giuste, conosce Yoko e lo scongiura di non andare («Era la prima volta che gli chiedevo qualcosa»). May aveva visto giusto. Lennon non rientra a casa, non si fa vedere, non risponde alle sue telefonate, tutte intercettate da Yoko. Passa una settimana e Lennon e May si rivedono nella sala d’aspetto del dentista da cui, tempo prima, avevano preso appuntamento. Lui è emaciato: sembrava che un alieno avesse preso possesso del suo corpo. May gli chiede se vuole tornare a casa. Lui risponde di sì. Una volta arrivati John le dice: «Credo di doverti dire una cosa: Yoko mi permette di tornare da lei. Yoko sa che ti voglio ancora bene. E mi permette di continuare a vederti. Dice che lei può essere la moglie e tu puoi continuare a essere l’amante». Poi mette poche cose in una borsa e se ne va. Come un automa, torna da Yoko Ono.



Dagospia 18 Giugno 2008