venerdì 19 dicembre 2008

CHIUDE IL CHELSEA HOTEL



















Corrado Nuccini
C’è un posto a New York. E’ il Chelsea Hotel. In molti hanno vissuto lì. Poeti, girovaghi, musicisti e squattrinati hanno tutti trascorso giornate in quelle stanze, componendo, scrivendo, cazzeggiando, filmando, amandosi e morendo nei dodici piani dell’edificio che sorge sulla 23ª. In origine era un grande condominio. Anche se la parola inganna. Era un posto per ricchi dove dietro il tetro mix di art decò e gotico delle facciate si svelava il lusso sensuale degli appartamenti. Era al centro di una strada molto in voga. C’era l’Opera House Palace, la Pike’s Opera House e il Proctor’s Theater. Ma le cose prendono spesso altre pieghe e il declino fu rapido. Stava nascendo sulla 40ª il Teatro Empire, primo tassello della futura Broadway. La 23ª cadde nel dimenticatoio diventando riserva di lottizzatori e speculatori. Nel 1903, dopo il fallimento della cooperativa che gestiva il condominio, il Chelsea fu così trasformato in un hotel. Oggi si può affermare che quel declino abbia significato la sua fortuna. La gloria dimenticata del palazzo affascinò diversi artisti che ne fecero la loro casa, rendendo il luogo immortale.

Raccontare in poche parole gli avvenimenti che gravarono intorno al Chelsea Hotel è impossibile. Si devono fare delle scelte. E così questa che racconto è una delle tante storie. I protagonisti, gente comune. Dal nome di Andy Warhol, Bob Dylan e Edie Sedwick.

Era il 1966 quando Andy Warhol girò «The Chelsea Girls», summa della sua estetica nichilistica. Un’opera composta da 12 film di 30-35 minuti ciascuno, senza stacchi di montaggio, girati nelle camere art decò e dai soffitti altissimi del Chelsea Hotel. Fu mostrata in pubblico nella primavera successiva. Per 19 settimane solamente. Da allora è conservato in duplice copia al Museo di arte moderna di New York e al Museo Warhol di Pittsburgh. Davanti alla macchina da presa sfilano uomini e donne, icone warholiane: Nico, Marie Menken, Mary Woronov, Gerard Malanga, International Velvet, Ingrid Superstar, Angelina Pepper Davis, Ondine, Albert Rene Ricard, Rona Page, Ed Hood, Patrick Fleming, Mario Montez, Eric Emerson, Ari Boulogne e Brigid Berlin che in una scena memorabile si buca di methedrina attraverso i jeans.

In quegli anni al Chelsea Hotel c’era anche Bob Dylan. Sul letto della suite principale compose una delle sue più belle canzoni d’amore, «Sad eyed lady of the Lowlands», dedicata alla moglie Sara Lowndes. Dylan s’era sposato da poco ed in gran segreto. Così parallelamente viveva una storia d’amore con Edie Sedgwick. Attrice della Factory e musa preferita di Warrol. Si incontrarono ad una festa al Dakota e fu subito amore. “She’s so fabulous!”, disse lui poi chiedendo chi fosse quella ragazza. Lei era la settima di otto figli, famiglia benestante ma con grossi problemi all’interno. Padre che soffriva di crisi depressive, madre senza carattere. E lei “dentro di sé portava un buco nero” dice Victor Bockris, amico di Warrhol. Un male oscuro legato anche ad alcuni abusi che subì dal pradre in giovane età. Ma poi arrivò Dylan e le cose cambiarono in tutti i sensi.

“Edie lasciò Warhol per Bob Dylan. E pensare che voleva essere la lead singer dei Velvet Underground, ma Edie parlava solo di soldi e non sapeva nemmeno cantare. Il suo posto fu occupato da Nico” afferma Bockris . E prosegue “Nico introduce un nuovo stile dal ‘66 in poi. Se Edie era hot, Nico era cool. Edie era una ragazza. Nico è una donna”. Così passo sotto la “protezione” di Dylan. Era pronta per il grando salto. Albert Grossman, manager di Dylan, avrebbe dovuto farle firmare un contratto cinematografico di esclusiva per Hollywood.

Ma non ci fu mai alcun contratto e così rimase alla Factory. Una situazione surreale. Paul Morrissey e Gerard Malanga raccontano un aneddoto che spiega quella situazione “La relazione di Edgie Sedgwick con Bob Dylan venne fuori una sera in cui vedemmo Edie al Ginger Man. Ella ci disse che non voleva più che Andy Warhol - di cui era intima amica - mostrasse i suoi film… Ci disse di avere firmato un contratto con Albert Grossman, il manager di Dylan… Dylan le telefonava frequentemente per invitarla a uscire con lui, dicendole di non riferire a Andy o a chiunque altro che loro due si vedevano. La invitò a Woodstock, e le disse che Grossman sperava di riuscire a metterla insieme a lui. Avrebbe potuto essere la sua primadonna… Lei, convinta da Dylan, firmò un contratto con Grossman… Disse: Faranno un film, e pare che io ne sarò la protagonista assieme a Bobby. Improvvisamente, fu tutto un Bobby di qui, Bobby di là, finche non ci rendemmo conto che aveva una cotta per lui… A un certo punto, Andy Warhol non resistette più e le disse: “Edie, lo sai che Bob Dylan è sposato?” - Lei impallidì. Cosa? - disse - Non ci credo”.

Il resto è cronaca di un declino. Edie ebbe una relazione distruttiva con un amico di Dylan, inziò ad assumere droghe cosantemente. Si tolse la vità a 28 anni. Il Chelsea hotel ha chiuso i battenti quest’anno dopo una strenua resistenza trattenendo tra quelle mura gli echi di mille canzoni, parole, vaniloqui, litigi, gemiti d’amore e quant’altro quel luogo ha raccolto.

Questa storia è solo una delle mille leggende che gravitano intorno all’edificio. Scorrere l’elenco degli ospiti del Chelsea Hotel equivale a passare in rassegna un secolo di arte americana. William Burroughs vi scrisse «Il pasto nudo». Il Chelsea fu la casa di Milos Forman per tutto il tempo delle riprese di «Hair». O. Henry visse lì per anni registrandosi, ogni notte, sotto nomi differenti. A metà degli anni Settanta, Patti Smith e Robert Mapplethorpe vissero la loro storia d’amore impossibile tra le pareti di una delle sue stanze. Edgar Lee Masters vi scrisse 18 libri di poesie. Sempre lì Arthur Miller scrisse il dramma «Dopo la caduta», la sua spietata lettera d’addio a Marilyn. Lì Harry Smith cucì insieme le migliaia di nastri della sua «Anthology of American Folk Music», libro di testo sapienziale per tre generazioni di cantautori americani. All’ingresso dell’hotel una targa ricorda un altro dei suoi famosi inquilini, un poeta gallese grande e dannato: «Dylan Thomas visse e soffrì qui… e da qui salpò verso la morte». In una di quelle camere, nel febbraio del 1979, cercò e trovò la morte con un’overdose di eroina, Sid Vicious, il bassista dei Sex Pistols che pochi mesi prima, in un’altra stanza del Chelsea, aveva ucciso la sua fidanzata, Nancy Spungen. Una storia d’amore finita tragicamente, a differenza di quella che, negli anni Sessanta, unì per poche notti soltanto Leonard Cohen e Janis Joplin e alla quale il cantautore canadese dedicò la sua «Chelsea Hotel n. 2»

«I remember you well in the Chelsea Hotel, you were talking so brave and so free. Giving me head on the unmade bed while the limousines wait in the street and those were the reasons and that was New York»

Vorrei dire molte altre cose ma non darebbero un senso ulteriore a quello che ho raccontato. Sulla vita di Edie Sedgwick sta uscendo in Italia un film nelle sale in questi giorni. Dicono che non sia un granchè, però magari andatelo a vedere. Sulla canzone di Leonard Choen vi offro in anteprima la versione di Luca dei Julie’s Haircut. E’ una demo destinata ad un progetto di cui vi racconterò. E’ registrata in casa. La qualità è quella che è, però è sentimentale e vissuta. Quindi a me piace molto.

Ad Edie Sedwick, Andy Warhol, Bob Dylan, Leonard Cohen, Janis Joplin, alle camere decò del Chelsea Hotel, a Luca e tutte le persone citate in questa storia dedico questo terzo privatissimo rituale. (www.corradonuccini.com)