mercoledì 19 marzo 2008

da "Repubblica online"

LA POLEMICA

Genova, quei silenzi
sul Garage Olimpo di Bolzaneto

di GIUSEPPE D'AVANZO


IL PROCESSO per i fatti di Bolzaneto, scrivono i pubblici ministeri nella memoria consegnata ieri al tribunale di Genova, è "un processo dei diritti". Le testimonianze, le fonti di prova raccolte, le timide ammissioni degli imputati, la ricostruzione di quel che è accaduto in una caserma italiana diventata, per tre giorni, un argentino Garage Olimpo parlano della dignità della persona umana, della libertà fisica e morale del cittadino detenuto.

Ci ripetono che anche una democrazia è capace di torturare. Che anche la nostra giovane democrazia può avvitarsi, senza preavviso, in una spirale autoritaria, e non solo i regimi che si nutrono dell'annientamento dell'altro per sopravvivere. Ci ricordano che l'umiliazione di un uomo prigioniero e indifeso, abbandonato a un deserto di regole, garanzie e umanità apre un solco profondo tra il cittadino e lo Stato. Ci annunciano come può collassare la cultura stessa della nostra convivenza civile.

L'indignazione non può bastare per quel che accaduto a Genova Bolzaneto. Non è sufficiente un sentimento. Occorrono ragione e intelligenza delle cose. E' necessario interrogarci con radicalità sulla debolezza delle nostre istituzioni; sui deficit culturali di chi - in alto o in basso - li rappresenta; sulla qualità delle prassi di governo e comando di quelle istituzioni; sulla peculiarità dei meccanismi di selezione dei ceti dirigenti di quelle amministrazioni, sulla loro permeabilità a una volontà - politica, burocratica - che può capovolgere i valori costituzionali.

"Bolzaneto è un "segnale di attenzione"", hanno ragione i pubblici ministeri di Genova. E' "un accadimento che insegna come momenti di buio si possono verificare anche negli ordinamenti democratici, con la compromissione dei diritti fondamentali dell'uomo per una perdurante e sistematica violenza fisica e verbale da parte di chi esercita il potere".

I magistrati sembrano chiedere ascolto, più che al tribunale, a chi ha il dovere di custodire gli equilibri della nostra democrazia. Bolzaneto, sostengono, insegna che "bisogna utilizzare tutti gli strumenti che l'ordinamento democratico consente perché fatti di così grave portata non si verifichino e comunque non abbiano più a ripetersi". E' un'invocazione, ci pare. Quei magistrati, con misura e rispetto, dicono alla politica, al Parlamento, alle più alte cariche dello Stato, alla cittadinanza consapevole: attenzione, gli strumenti offerti alla giustizia per punire questi comportamenti non sono adeguati. Non esiste una norma che custodisca espressamente come titolo autonomo di reato "gli atti di tortura", "i comportamenti crudeli, disumani, degradanti".

E comunque, il pericolo non può essere affrontato dalla sola macchina giudiziaria perché quando si mette in moto è troppo tardi. La violenza già c'è stata. I diritti fondamentali sono stati già schiacciati. La democrazia ha già perso. I segnali di un incrudelimento delle pratiche nelle caserme, nelle questure, nelle carceri - dove i corpi vengono rinchiusi - dovrebbero essere percepiti, decifrati e risolti prima che si apra una ferita che non sarà una sentenza di condanna a rimarginare, anche se quella sentenza - e non è il nostro caso - fosse effettiva.

L'invito della magistratura di Genova dovrebbe indurre tutti - e soprattutto le istituzioni - a guardarsi da ogni minima tentazione d'indulgenza, da ogni relativizzazione dell'orrore documentato dal processo. Ora se si prova a esaminare gli umori delle amministrazioni dello Stato, coinvolte nel plumbeo affresco di violenze ricostruito a Genova, si raccoglie soltanto un imperturbabile disinteresse. Non un fiato. Al più, spallucce. In qualche caso, un sorrisetto di disprezzo.

Quel che, a buona parte dell'opinione pubblica, appare a ragione una lesione e una grave ipoteca, non lascia traccia nelle istituzioni. Non è nemmeno un amaro ricordo. E' soltanto un nulla di cui non vale più la pena occuparsi. Non deve essere nemmeno un fatto politico, una questione pubblica - come si doleva qualche giorno fa Marco Revelli - perché la politica guarda da un'altra parte. Distratta? Complice? Inconsapevole? Senza dubbio sorda ai coerenti argomenti di Valerio Onida: "Uno Stato che vessa e maltratta le persone private della libertà non è uno Stato democratico. Una polizia che usa la forza non per impedirne reati, ma per commetterne, non può essere considerata "forza dell'ordine". Fatti di questo genere distruggono la credibilità delle istituzioni più di tanti insuccessi dei poteri pubblici".

Forse non si possono usare formule più preoccupate, e tuttavia anche le parole del presidente emerito della Corte costituzionale sono cadute nel vuoto. Il governo in carica tace come se l'affare non lo interpellasse e riguardasse gli altri che governavano nel 2001. Tace il centro-destra, dimentico che quelle violenze si consumarono nel giorno in cui si presentò alla scena del mondo mentre un vice-presidente del Consiglio (Fini) era ospite della "sala operativa" in questura e un ministro di Giustizia (Castelli), nel cuore delle notte, visitava la caserma di Bolzaneto bevendosi la storiella che i detenuti erano nella "posizione del cigno" contro un muro (gambe divaricate, braccia alzate) per evitare che gli uomini molestassero le donne. Tace Bertinotti, tace Veltroni come se la promessa di un'Italia "nuova" potesse fare a meno di chiedersi: perché c'è stato l'inferno di Bolzaneto? E quale garanzie abbiamo che non accada più?