lunedì 28 aprile 2008

la televisione di sinistra sempre più estranea alla realtà

da "dagospia" e "la stampa"
Paolo Martini per La Stampa


Più che all'editto bulgaro numero 2, siamo al Monito Moderato numero 1. Dagli ex Margherita di «Europa» ai laburisti dalemiani del «Riformista» ai cattolici che si ritrovano nell'Agorà culturale del quotidiano «Avvenire», la parola d'ordine mediatica post-elettorale è la stessa: la sconfitta vien dal video. Ma non perché la sinistra televisiva sia morta. Anzi, se si parla di puro e semplice mercato della tv, «questi professionisti dell'informazione unidirezionale sanno fare benissimo il loro mestiere, conducono trasmissioni collaudate e godono di una certa quota di audience che li mette al riparo», scrive Domenico Delle Foglie nell'editoriale del giornale dei vescovi. Ma, scende in campo Stefania Carini su «Europa», tutti insieme ci costruiscono davanti proprio «un'altra realtà alterata, fatta di tanti AnnoZero, Che tempo che fa, Parla con me», cui alla fine addirittura «il Pdl e la Lega devono dire grazie», chiosa Silvano Stoppa dal «Riformista».

Persino personaggi storici di riferimento, come il consigliere Rai di Rifondazione Sandro Curzi, ora se la prendono con una sinistra televisiva che «non ha saputo applicare l'idea di decentramento e ha perso il collegamento con il territorio». Per non dire del tema dell'immigrazione: «Una tv che non riesce a capire cosa succede nel nostro Paese, quali enorme differenze sociali e culturali si sono determinate» prosegue l'indimenticabile direttore di Telekabul: «Con i poveri così poveri che si rifugiano in idee (che chiaramente non condivido) basate sulla difesa della persona e del territorio».

Curzi, oltretutto, ha scelto di schierarsi così già nella prima intervista post-elettorale ad Articolo 21, il sito dell'associazione animata da un altro leader della «gauche mediatique» Beppe Giulietti. Da mesi è lui che protesta quasi ogni giorno per l'assordante silenzio di tutta la tv rispetto alle grandi cause sociali, dalle morti bianche ai diritti umani nel mondo. Storico sindacalista dei giornalisti Rai, già parlamentare diessino, Giulietti è stato ripescato per un soffio da Di Pietro. E adesso addirittura, al suo caro ex Comitato di Redazione che protesta per difendere l'onorabilità del TgUno, Giulietti sembra preferire l'ariete delle V-piazze Beppe Grillo. Articolo 21 infatti riprende come primo editoriale proprio il feroce pezzo in cui Marco Travaglio sbeffeggia di rincalzo a Grillo il malcapitato «Johnny Raiotta».

Anche le polemiche e i risentimenti alimentano l'insopportabile aura «di superbia e distacco dal popolo», rimprovera l'editorialista di «Avvenire». Ma non è il solo a riecheggiare il celebre monologo di Satov contro lo sprezzo dell'intellighenzia di sinistra, che chiude il primo capitolo dei «Demoni». Quel Dostoevskij si poteva ritrovare tradotto bruscamente sabato sera a Otto e mezzo, alla fine di una singolare puntata di battibecco su Padre Pio, quando un impietoso Lanfranco Pace ha sibilato verso una scettica Ritanna Armeni: «Dovresti andare una volta anche tu a Lourdes, così saresti un po' meno acida».

L'elegantissima ex portavoce bertinottiana è assurta al ruolo di fatto di conduttrice, dopo l'uscita di Ferrara, ma non se la passa tanto bene. E poi non si sa se il programma sopravviverà al siluramento del direttore Antonio Campo Dell'Orto. Già, il difficile momento della sinistra televisiva s'intuisce anche guardando alla crisi de La7 con disincanto, nonostante il grande sconforto dei salotti democratici e del «Corriere della Sera». Vantando l'intero catalogo degli show post-progressisti, dalla «nuova Gabanelli» Ilaria D'Amico all'irrefrenabile Maurizio Crozza, dalle Markette chiambrettiane alla purezza di una Guzzanti, questa era la tv-recinto modello. Ma, alla fin fine ha perso più di 200 milioni di euro in due anni, che con meno del 3 per cento di share è un bel rosso in bilancio, aggravato dal rischio di non trovare nemmeno più una concessionaria pubblicitaria.

«La sinistra ha perso perché è come certa tv» taglia corto il titolo di «Europa», sopra una vistosa foto di Santoro. E una delle star televisive citate che accetta, a patto dell'anonimato, di ragionarci sopra, spiega: «E' vero, siamo tutti fuori tempo massimo. Nessuno è stato in grado d'interpretare e rappresentare la realtà in movimento: nemmeno Giovanni Floris, così attestato sull'economico, sul sindacato, sulle classi. Di certo non Lucia Annunziata, con la linea liberal all'americana di picchiare sul conflitto d'interessi. Santoro e Travaglio sono ancora lì con la mafia e la camorra e Berlusconi e il Padrino. Per non parlare del sapore da gauche-caviar in salsa veltroniana che promana dai salotti di Fabio Fazio, Serena Dandini o Daria Bignardi, più o meno radical-chic che siano...».

La questione del successo e degli ascolti, ovviamente, non c'entra niente. Nessuno, a sinistra o al centro, si permette di discutere dell'Auditel. Infatti, Fazio e Floris sono spacca-share da capogiro per Raitre, Santoro è riuscito benissimo a riprendersi la cresta dell'onda, «In 1/2 ora» dell'Annunziata raccoglie a volte la domenica pomeriggio più spettatori di Vespa o di Mentana, la Dandini si è ripresa sopra il 12 per cento e la Bignardi ha sempre veleggiato sopra la media di rete. E un maestro d'info-cult come Gad Lerner sembra persino aver resistito all'abbraccio mortale con la politica politicante e i vari Prodi.

In effetti l'ultima puntata de «L'Infedele» ha toccato il più che ragguardevole 4,4 per cento su La 7. Peccato che non si parlasse, alla Lerner-original, di donne iraniane o altri temi poco frequentati dal grande fiume mediatico. Ma del solito, invincibile Beppe Grillo, che quest'anno ha fatto impennare lo share a tutti, da Santoro a Giovanni Minoli, con doppio album grillesco per La Storia siamo Noi. Ecco, Grillo e i grillanti sono i convitati di pietra anche del discorso sulla sinistra tv.

E' su questa presenza-assenza del Vaffa-Guru, si affanna a ripetere da mesi Carlo Freccero, che l'informazione di sinistra rischia adesso il tutto per tutto. Veltroni però vuole ancora giocarsela all'americana, con l'annuncio di una rete tv vigilante, genere governo-ombra. Ma gli spettatori digitali di sinistra attendono casomai che s'illumini la freschissima Current tv di Al Gore, al 130 di canale sul telecomando, non certo il novello «Ualter-channel», che se va bene finirà dalle parti della «Tv delle libertà», all'818 o giù di lì.


Dagospia 28 Aprile 2008