venerdì 27 giugno 2008

una notizia che non troverete mai su "l'Unità"

da Il Messaggero

Roma: bambini costretti a mendicare
sotto gli occhi del padre padrone

di Elena Panarella
ROMA (27 giugno) - Il bimbo rimane immobile per ore, mentre sua madre chiede l’elemosina in via del Teatro Marcello tra le auto che sfrecciano e il viavai di turisti. Un fagottino, la testa appoggiata sul seno della mamma che se ne dovrebbe prendere cura, i piedini che dondolano, lui fermo, non un pianto, un lamento, tra i clacson, le auto che sfrecciano, il caldo. Le giovani donne escono dai campi rom la mattina alle otto, e tornano dopo nove, dieci ore di strada, l’importante è raccimolare un po' di soldi da portare a casa. Non sono mai sole, a pochi metri c’è sempre un uomo, che le ha fatte scendere da un furgone poche ore prima e le riporterà a casa, e che conterà quanti soldi hanno incassato per tutta la giornata. Se poi l’importo raggiunto non è quello stabilito le ore di “lavoro” si allungano.

Storie che si ripetono ogni giorno. Scene di vita quotidiana. Bambini che chiedono l’elemosina per strada, ragazzi che si trascinano gambe malformate, cartoncini con “aiuto ho fame”: quello dell’accattonaggio dei minori, o per meglio dire dello sfruttamento minorile, è un fenomeno sempre più diffuso e complesso. Sono davvero tanti i mendicanti che ogni giorno chiedono l’elemosina ai semafori, nelle piazze, alle uscite della metropolitana o sulle scale delle chiese del centro. Piccoli che vengono scaricati nei punti più strategici e che, nella migliore delle ipotesi, vengono costretti dai genitori appostati vicino. Nella peggiore, affidati a vere e proprie organizzazioni che li sfruttano senza pietà. Un vero e proprio business, con adulti che in gruppo occupano a turno le postazioni migliori, calcolando i tempi del giallo, del rosso e del verde. Una vera e propria spartizione del territorio. Quanto può rendere tutto ciò? Dipende dall’esperienza e dalla capacità di intenerire le persone.

Corso Francia, per esempio, il rosso dura 18 secondi. Tradotto in soldi, da 1 a 2 euro ogni rosso. La tecnica? «Passare in mezzo alle due file di auto - racconta Alex, 11 anni, bosniaco, da qualche giorno fisso a quell’incrocio - riesco a bussare a una decina di macchine a ogni semaforo rosso». Adrian, 13 anni, “proprietario” di uno dei semafori di Corso Vittorio Emanuele, aggiunge: «Dalla mattina alla sera, se mi impegno, riesco a recuperare un centinaio di euro». Facce giovani, facce già rassegnate.

Insomma quanto bisogna lasciarsi prendere dall’emotività, ben sapendo che c’è chi sfrutta proprio l’emotività? Questo continua a chiedersi la gente al decimo semaforo, tentando di non farsi lavare il vetro per la ventesima volta consecutiva. «E’ una tristezza - racconta un commerciante di piazza Fiume - vedere questi bambini sotto il sole costretti a mendicare, con i grandi che li guardano da lontano all’ombra. Una sensazione di impotenza».

Il giro d’affari annuo, che ruota intorno all’accattonaggio imposto ai moderni schiavi, è di circa 200 milioni di euro, e coinvolge in Italia circa 50 mila bambini tra i 2 e i 12 anni. Solo nel Lazio, sarebbero almeno 8 mila i bambini che chiedono l’elemosina per strada con un guadagno giornaliero che a Roma si aggira tra 70 e 100 euro. La catena dell’accattonaggio coinvolge prevalentemente minori rom, insieme alle loro mamme (spesso bambine, che diventano mamme tra gli 11 e i 16 anni). «Non si tratta mai di una libera scelta: baby mamme e bimbi sono costretti a chiedere l’elemosina per sopravvivere, obbligati a raccogliere una precisa quota giornaliera», dicono gli operatori dell’Associazione Aurora che si occupano di mendicità infantile. «Questo è un fenomeno che si allarga a macchia d’olio, la verità è che bisogna intervenire a monte. Nei loro villaggi di provenienza, cercare di far capire alle famiglie che i loro figli devono andare a scuola, non a mendicare.

Basta andare in Romania per rendersi conto che accanto alle autostrade nuove ci sono sempre gli stessi villaggi di disperati». Il ministro dell’Interno Maroni chiede di «prendere le impronte digitali anche ai minori rom, e di levare a quei genitori la patria potestà, proprio per evitare fenomeni come quello dell’accattonaggio». Un provvedimento che per il momento Roma non sarebbe pronta ad affrontare tecnicamente, questo sostiene l’assessore capitolino ai servizi sociali, Sveva Belviso. Perché? «Perché ci sono 50 case famiglie tra prima e seconda accoglienza, già tutte piene - afferma l’assessore - Servono finanziamenti appropriati, serve personale per levare i bambini dalla strada. Dovremmo puntare tutto sulla scolarizzazione, coinvolgendo questi bambini a fare una vita normale, gioco, scuola, compiti, da bambini, insomma».