domenica 13 luglio 2008

47 coltellate


Caso Alinovi, il segreto in quel diario

Il 15 giugno 1983 Francesca viene uccisa. Pochi giorni dopo l'arresto del pittore Ciancabilla. Oggi è libero

di EMANUELE TREVI

COME TANTE STRADE MEDIEVALI DELLE CITTÀ ITALIANE, ANCHE VIA DEL RICCIO NEL CUORE DI BOLOGNA DAL PUNTO DI VISTA DELLA FORMA E DELLE DIMENSIONI CORRISPONDE PIÙ A UN VICOLO CHE A UNA VIA VERA E PROPRIA. A UN CERTO PUNTO, LA CARREGGIATA SI RESTRINGE ULTERIORMENTE, CON UNA IRREGOLARITÀ CHE FA PENSARE PIÙ ALL'OPERA DELLA NATURA CHE AL LAVORO DEGLI UOMINI. FINESTRE DELLE CASE, DA UN LATO E DALL'ALTRO, SI FRONTEGGIANO IN UNA FORZATA PROMISCUITÀ.

Esattamente un quarto di secolo fa, la sera del 15 giugno del 1983, era stato impossibile per i pompieri parcheggiare la loro vettura sotto le finestre aperte dell'appartamento al secondo piano di via del Riccio 7, abitazione di Francesca Alinovi. Era uno di quei giorni afosi e soffocanti in cui anche le pietre delle vecchie case e le colonne dei portici, a Bologna, sembrano trasudare come corpi vivi. A sollecitare l'intervento dei vigili del fuoco, dopo tre giorni di attesa ed ansietà, erano stati due vicini di casa ed intimi amici di Francesca Alinovi, il disegnatore Marcello Jori e sua moglie. Era dal pomeriggio di domenica 12 che Francesca, notissima critica d'arte e organizzatrice di mostre, oltre che insegnante al DAMS, aveva fatto perdere le sue tracce. Non si era presentata, lei di solito molto precisa con i suoi molteplici impegni, a vari appuntamenti di lavoro, né era stato possibile raggiungerla al telefono. In genere, quando i pompieri devono effettuare un simile intervento, è comprensibile che non ci si aspetti niente di buono. Ma la scena agghiacciante che si trovarono di fronte gli uomini penetrati nella casa di via del Riccio era di quelle che superano di gran lunga la più pessimistica delle previsioni.

La casa degli orrori
Nel salotto del piccolo appartamento Francesca Alinovi giaceva in una pozza formata dal suo stesso sangue, la testa nascosta da due cuscini. A mo' di macabra firma, o di patologico congedo, completava l'orribile quadro una rosa di plastica rossa. Quello che videro i pompieri e poi gli agenti della squadra mobile di Bologna accorsi a via del Riccio, per quanto tremendo, non è ancora nulla rispetto all'orrore che si nasconde nel linguaggio — di necessità ferreo nelle definizioni e distaccato da qualunque emozione soggettiva — dell'autopsia. Un orrore che comincia dal numero delle ferite «da arma di punta e taglio» (forse un normale coltello da cucina) riscontrate sul corpo della vittima: ben quarantasette distribuite tra il volto, il torace, il collo, e le braccia impiegate in un estremo tentativo di difendersi. Ma c'è qualcosa di peggio che emerge dal referto: quasi nessuna di queste innumerevoli ferite può essere considerata mortale. Nella maggior parte dei casi, la lama, o meglio la sua punta, era penetrata di pochissimo (circa un centimetro) nel corpo della vittima, come per lasciarle tutto il tempo, in un gioco più crudele della stessa violenza, di rendersi conto di quello che le stava succedendo. Alla fine, un colpo al collo danneggiò la giugulare, e Francesca morì di una specie di edema, soffocata dal suo stesso sangue e forse dai cuscini che la coprivano.

L'amante assassino
Nata a Parma nel 1948, Francesca Alinovi non aveva ancora trentacinque anni al momento della morte. Le indagini della squadra mobile e del magistrato incaricato furono eccezionalmente rapide, se si pensa che sono bastati pochi giorni per arrivare all'arresto di colui che, per lo stato italiano, è il responsabile (senza complici) del delitto: il pittore pescarese Francesco Ciancabilla, all'epoca dei fatti un ragazzo di ventitré anni, legato alla Alinovi da un rapporto intricato e contraddittorio, che durava già da un paio d'anni tra crisi, riconciliazioni, litigi anche violenti. Oggi Ciancabilla è un uomo libero, che ha pagato il suo debito con la giustizia (quindici anni per omicidio preterintenzionale) dopo aver trascorso da latitante una decina d'anni tra Brasile e Spagna. Assolto in primo grado, quando il vecchio codice penale ancora contemplava l'«insufficienza di prove», non ha mai smesso di dichiararsi innocente.

Quelle strane telefonate
In realtà, è stato un cumulo di indizi, più che una prova vera e propria, ad inchiodare l'imputato a partire dal secondo grado di giudizio. È rimasta famosa una frase dell'avvocato difensore: tante mele non fanno un melone. Ma queste «mele», vale a dire gli indizi incapaci di dar luogo al «melone» di una certezza indiscutibile, formano uno dei capitoli di questa tragica storia più capaci di accendere la passione dei cultori di gialli. Nell'elenco rientrano un orologio a carica automatica, innescata dal semplice movimento del polso; una misteriosa scritta in cattivo inglese trovata sulla finestra del bagno e vergata con una matita da trucco; una serie di telefonate nelle quali Francesca, via via che le ore del pomeriggio di quella maledetta domenica scorrono inesorabili verso l'ora della morte, appare sempre più triste o turbata; un pizzico di cocaina; un asciugamano scomparso; un paio di occhiali da sole… Ho elencato alla rinfusa fatti e circostanze rivelatisi fondamentali assieme ad altri che invece sono risultati del tutto inessenziali. Il fatto è che una storia, qualunque storia, per colpire a così vasto raggio il cuore e l'immaginazione, trascina con sé, come fosse un fiume in piena, le verità più positive e le illazioni più futili, il sublime e il triviale, ciò che ci appare del tutto estraneo e ciò che invece riconosciamo, anche se non vorremmo, simile a noi. Tutto rimescolando in una specie di organismo narrativo ibrido, ormai né vero né falso. In quanto mito sociale e psicologico, ciò che chiamiamo la cronaca nera ha una vita ben differente dagli itinerari dei processi, con i loro gradi giudizio — ed è addirittura inutile ricordare quanto la confusione di questi piani è perniciosa. Di un giudice che ragionasse come un giallista, ci sarebbe poco da fidarsi, insomma, e viceversa. Più ambiguo, necessariamente, è il ruolo, letteralmente intermedio, del giornalista, che lavora sui fatti in quanto tali, ma è pure costretto, più o meno consciamente, a servirsi di schemi narrativi che garantiscano (fin dai titoli) efficacia al suo racconto. Ma le cose del mondo vanno così: in una prima fase (che può durare anni, come nel caso Alinovi) da un qualunque fattaccio si spremono indagini, e poi sentenze. Ma poi, chiusi i faldoni e archiviate le testimonianze e le perizie, quei fatti, quegli eventi ridotti alla consistenza di fantasmi, continuano a vivere nella memoria collettiva, e magari nella fantasia degli artisti, non più per determinarne la verità, ma per ricavarne una morale. E se anche fosse fondata su un errore giudiziario, la storia che si presta a questa ulteriore ricerca di senso, la storia del tragico amore (amour-passion, dicono i francesi) di Francesca Alinovi e Francesco Ciancabilla non sarebbe per questo meno degna di meditazione.

Il diario di una donna di talento
Bella, intelligente, coraggiosa nelle sue scelte Francesca è stata, non c'è dubbio, una persona eccezionale, dotata di un autentico carisma. A dispetto della brevità della sua vita, ha fatto a tempo a lasciare molte tracce del suo talento. Nata quasi alla metà esatta del suo secolo, ne condivideva l'amore per il nuovo, l'intentato, l'avanguardia. Aveva studiato a fondo il Dadaismo, la fotografia sperimentale nel suo incrocio di illusione e realtà, l'arte della performance. Aveva perlustrato a fondo le periferie di New York sulle tracce del talento dei nuovi graffitisti, quando Keith Haring e Basquiat erano praticamente degli sconosciuti. Amava Kerouac, il cinema più visionario, la poesia come forma ultima del destino umano. Si può essere figli del proprio tempo e insieme individui singolari, irripetibili. Un certo grado di fragilità emotiva, e una innata propensione ai legami difficili e alla deriva sentimentale, anziché sminuire, completano e definiscono ulteriormente il carattere di Francesca. Qualcosa, in questo senso, si ricavava già dalle testimonianze rese dagli amici a polizia e magistrati, ai tempi dalle indagini. Da pochi mesi, però, è a disposizione di tutti un documento eccezionale, contenuto nell'ultimo capitolo del libro che Achille Melchionda, l'avvocato di parte civile della famiglia Alinovi, ha scritto ricostruendo, dal suo punto di vista privilegiato, l'intera vicenda (Francesca Alinovi: 47 coltellate, Edizioni Pendragon). Si tratta del diario, contenuto in tre quaderni, che Francesca scrisse durante gli ultimi anni della sua vita, a partire dall'autunno del 1980. Le annotazioni si interrompono a poche settimane dalla morte, e sono tutte caratterizzate da quel singolare miscuglio di intelligenza ed emotività, apertura al prossimo e senso di solitudine, al quale accennavo. Ovviamente, noi leggiamo questa testimonianza alla luce del terribile destino di chi, giorno per giorno, l'ha scritta. Ma chi può dirsi sicuro di non conoscere, almeno in modo inconscio o puramente simbolico, il proprio destino? Ricorre spesso, nelle prime pagine del diario, una specie di ossessione, quella di essere già morta senza accorgersene, come accade al protagonista di un famoso racconto di Lernet-Holenia, «Il barone Bagge». Anche l'abbassamento della vista potrebbe essere un indizio in tal senso: «Ai morti si chiudono gli occhi», riflette infatti Francesca, quando rimangono «rigidi e sbarrati» (come quelli, aggiungiamo noi, di tante vittime di morte violenta). Spinosi e caratterizzati da una sorta di sindrome dell'impossibilità i rapporti con gli uomini, e con grande acutezza introspettiva, le tante soddisfazioni ricevute dal lavoro vengono interpretate come «compensazioni affettive».

Amore a prima vista
E arriviamo al 21 febbraio del 1981, il giorno del primo incontro con Francesco Ciancabilla. È un innamoramento a prima vista per quel ragazzo più giovane di una decina d'anni, un amore «romantico, pittoresco», «da racconti di Pasolini». Una passione al cui scoccare non è estraneo un fortissimo sentimento di identificazione, come se Francesca, suggestionata anche dall'identità di nome con Francesco, si fosse imbattuta in una versione maschile di sé («assomiglia a me bambina, zingaresca e scalza sulla spiaggia di Forte dei Marmi»). Da questa fatidica data, i diari seguiranno fino alla fine il copione universale dell'amore-come-calvario, della passione come malattia, quasi che Francesca si sia trasformata, sulle tracce del suo supposto alter-ego, in una specie di eroina romantica, di Adele H vagante tra i corridoi del DAMS e le gallerie d'arte di Bologna e New York. I litigi sono sempre più spesso violenti. Ma il fatto che più fa soffrire Francesca è la castità che l'altro ha imposto al rapporto, fonte di frustrazione e di infiniti sospetti. Ma c'è una cosa sulla quale Francesca, così lucida anche nello smarrimento, sembra non aver riflettuto abbastanza: Francesco è un aspirante pittore, alla ricerca di un riconoscimento. E dall'altro lato c'è lei, famosa e rispettata. Quando un critico non si limita (come in genere fanno gli accademici) a ricamare sul già noto, ma rischia alla ricerca di nuove personalità, si può dire senza esagerare che si prende una responsabilità tremenda. Attribuendo un talento a qualcuno, si collabora a una specie di seconda nascita, finendo per usurpare un ruolo materno. E se ogni vittima prima o poi finisce per compiere un errore fatale di valutazione, io credo che l'errore di Francesca sia stato l'aver sottovalutato questo aspetto fondamentale di quel legame che tanto la impegnava e tanto la faceva soffrire. In ogni mestiere ci sono dei rischi tipici della professione: quello del critico (e soprattutto, direi, del critico d'arte) consiste, nel momento in cui «scopre» qualcuno, nel formare dal nulla un destino, un'identità. Le eterne favole nere del Golem e di Frankenstein (per non parlare del vecchio Edipo !) stanno lì a dimostrare i pericoli che si annidano in quello che in apparenza è il più nobile, il più generoso dei gesti: essere responsabili, creare e plasmare la vita degli altri. Ai tempi dei processi, quando avidamente leggevo sui giornali ogni novità sul delitto di via del Riccio, ricordo che il dettaglio che mi aveva più colpito (e ho ritrovato nel libro dell'avvocato Melchionda) è una frase pronunciata dalla madre (quella vera) di Ciancabilla, nel legittimo intento di fornire un argomento per la difesa di Francesco: «L'aveva creato lei, come avrebbe potuto ucciderla?». Ebbene, questa domanda dettata dal buon senso è terribile come tutto ciò che esprime una verità in modo del tutto involontario. E credo che stia lì tutto il sugo della storia, o almeno della storia che le indagini e i processi hanno consegnato alla nostra memoria. Proprio perché lo aveva creato, infatti, avrebbe potuto ucciderla. E certo, non voglio con questo dire che i critici, e in generale gli scopritori di giovani talenti, farebbero tutti bene a togliere il loro nome dal citofono, o dotarsi di potenti antifurti e guardie del corpo. Ma a tutto ciò che esplode in un parossismo di violenza e di orrore corrispondono, in una data società, sentimenti affini, molto più diffusi anche se del tutto innocui. È per questo che la cronaca nera è la parte del giornale che, oscuramente, riguarda un po' tutti. E se non proprio tutti, tanti potrebbero testimoniare, guardando un po' a fondo nella propria coscienza, che fardello intollerabile sia quello della gratitudine, e a quali innominabili desideri si accompagni. Il pericolo, bisogna aggiungere, non sta mai nella natura umana in sé, ma nel fare finta che certe cose, sgradevoli e intollerabili solo a pensarle, non esistano.


13 luglio 2008