domenica 13 luglio 2008

Roberto D'Agostino: ricordo di Gianfranco Funari

da "dagospia"

FU-NARI (IN GLORIA)
di Roberto D’Agostino

Di avvenimenti inspiegabili ne succedono di continuo. Gina Lollobrigida espone una scultura all'Expo di Siviglia. Michael Jackson scopiazza una mazurka di Al Bano e Romina. Un pizzicarolo si sveglia e si sorprende presentatore-intrattenitore-giornalista-esperto di comunicazione-agitatore politico davanti alla telecamera. Funari, non un nome di persona diventato simbolo, ma una denominazione naturale, oggettiva. La forza dell'intestino.

Può essere un prodotto crudele della Natura, una esorbitante creazione dello spirito del tempo, un reperto delle tradizioni popolari, specchio deformato dell'Italia che ci circonda. L’impatto di Funari sul televisore suscita un sorprendente "big bang" celebrando le mitiche nozze, spesso invocate ma sempre eluse, fra Intrattenimento e Politica, gigionismo e Sora Lella.


Il Bokassa del talk-show, dicono gli esperti, ha mutato l'Ordine Videologico: l'informazione e il commento da "mi addormento con il Tiggì", mummificato dai tempi delle Tribune politiche di Jader Jacobelli, marmorizzato dal bla-bla di tanti mezzibusti e mezzecalzette, vien giocata su tutti i tasti, sopra e sotto le righe, dal nostro Masaniello catodico.

L'informazione politica in Tv di Vespa e di Biagi, di Curzi e di Minoli, viene colpita e affondata da una precipitosa senilità con l'arrivo del Santoro all’acqua pazza. Quando tribuneggia, tra un politicante e una fettina di prosciutto crudo (sponsor del programma), è veramente difficile stabilire se è un presentatore pazzo o un pazzo che si crede presentatore.

Con lo stesso ritmo di quelli che fanno "Uh!" nelle orchestre cubane, maltratta le donne, zittisce gli uomini, provoca i gay, azzera democristi, corregge i demosinistri, slega i leghisti. Ha lo stile necessario per disinibire gli animi, a farli essere spudoratamente quelli che sono, baricentro della nostra miseria culturale. Funari? E il guinzaglio dov'è?
Ogni rovescio, si sa, ha la sua medaglia. Lo stile "funarimbolico" è flagellato dall'opportunismo romano-caciarone, un "Vieni avanti, Pasquino" che srotola un catalogo illustrato del populismo da bar, breviario televisivo della demagogia da tram. La sua maschera da ripulito mago della porchetta, da "Suino, dunque sono", raggiunge poi l'intollerabile (per un animo animale) togliendosi dai denti la mortadella, senza l'ausilio dello stecchino; o quando spiaccica il crudo di Parma sul vetro della telecamera. Il Ministero della Sanitê dovrebbe allertare la popolazione tutta: Funari fa male, digli di smettere.

Di più: arriva come sponsor la mortadella, e Funari raggiunge il Sublime: intanto perché, rispetto al borghese prosciutto, rappresenta un prodotto alimentare pop-prolo; secondo: trasforma la telecamera in una telecucina di un coatto con una fame atavica. Una tesi condivisa anche dall'antropologia, ramo delle scienze naturali che studia l'origine dell'uomo: "Funari è un tipo che farebbe diventare volgare anche un mazzetto di violette", commenta l'insigne studiosa Ida Magli.
Sfiorando "Er Funaro" col telecomando, si capisce che il mitico "Blob" ha perso. Ha vinto il mortadellaro di Italia Uno. Tutto ciò che trabocca dal suo programma, quel mix di quiz e di politicanti, rappresenta un vertiginoso "Blob" dal vivo, crudele e irresistibile nemesi televisiva delle mascalzonate di Ghezzi & Giusti. Si spiega questa Samarcanda all'amatriciana? E come si spiega il "funarismo", ultimo stadio della blob-crazia?
Lisciando il pelo ai vizi italioti, Funari ha dato una riconoscibilità allo spettatore medio: la bocca aperta sul cortile di casa è una vera e propria incarnazione del Tele-paese sommerso. Non basta. Il segreto del suo successo è nel corpo ("C'io 'no stomaco alla zuava"), nella voce sguaiata, nel dire ("l'umanità mi piace tanto") e nell'ammiccare ("Ma che cazzo ne sanno..."), scoprendo l'acqua calda e l'ombrello aperto.

Dicono: parla un italiano approssimativo. Macché: Funari, oggettivamente, parla con le mani. Con una gestualità che farebbe invidia a un vigile urbano, tratta le opinioni dei suoi ospiti come gli americani hanno trattato Hiroschima. Il Rugantino catodico se la spassa con fragorosi "se vedemo", "me pija 'n'attacco isterico", "si è parlato che", "me venga a trovare, che mangiamo un cappuccino insieme". Ci mancherai, mi mancherà.