lunedì 13 ottobre 2008

manifesto ancora in crisi

ARIECCOLO, “IL MANIFESTO” CHIEDE SOLDI - I LETTORI SI CHIEDONO: “POSSIBILE CHE SIAMO SEMPRE ALLO STESSO PUNTO?” – 37 ANNI DI QUESTUE, DEBITI E PARTECIPAZIONI ASSURDE – MA ANCHE GLI ALTRI GIORNALI… - -

Laura Maragnani per "Panorama"

Il governo Berlusconi «taglia i fondi all'editoria libera». Dunque, sottoscrivete. Il Manifesto è con l'acqua alla gola. Forza, sottoscrivete, Il Manifesto è una voce libera nel panorama dell'informazione di regime. Allora, come dice lo slogan del giorno, «manifestatevi». Sottoscrivete, ma prima magari date anche un'occhiata ai conti e alla gestione. Chi si è perso l'ennesimo grido di dolore del Manifesto?

«Ci pesa chiedere soldi ogni due o tre anni a chi ci legge» ha annunciato Rossana Rossanda in un grave editoriale del 24 settembre. Ma siccome «Berlusconi fa passare una legge che ammazza la libertà di stampa» (Valentino Parlato scripsit), urge una nuova sottoscrizione per salvare il glorioso quotidiano comunista da morte certa. Al grido «fateci uscire!» hanno già risposto in tanti: solidarietà (senza assegno allegato) di Walter Veltroni; incoraggiamento (incluso abbonamento sostenitore da 500 euro) di Anna Finocchiaro e Luigi Zanda; buone parole da Mario Monicelli, regista, Ferruccio De Bortoli, direttore del Sole 24 Ore (assegno), Claudio Grassi di Rifondazione (abbonamento), decine di lettori. Nessun partito, però. Quanto alla sinistra organizzata, latita.

«L'obiettivo è arrivare a 4 milioni» annuncia Gabriele Polo, il direttore che guadagna 1.300 euro netti al mese, alla pari con il centralinista. Ultimo stipendio percepito quello di maggio. Esattamente come il centralinista e gli altri 90 dipendenti-soci della cooperativa. «La riforma dell'editoria ora in discussione elimina il diritto soggettivo ai contributi pubblici. Rischiano così di mancarci 4 milioni l'anno» spiega Polo. «Non solo, senza la certezza di quei contributi le banche non possono più concederci anticipazioni». Lo sprofondo rosso è in agguato.

A tremare non è solo Il Manifesto. Altre testate ad alto tasso di militanza vivono da anni solo grazie ai contributi: Il Secolo d'Italia, organo ufficiale di An, La Padania leghista, la democratica Europa, l'agonizzante Liberazione fino al 2007 hanno incassato, come Il Manifesto, sui 3-4 milioni all'anno. Ma per il 2008? La scure del ministro Giulio Tremonti è calata sul fondo per l'editoria decurtandolo di 120 milioni. Altri tagli seguiranno l'anno prossimo. E si faranno più rigidi i paletti per l'accesso ai rimborsi, in base al nuovo regolamento che il sottosegretario Paolo Bonaiuti presenta il 20 ottobre in Consiglio dei ministri.

Già è iniziata la resistenza, bipartisan, guidata dal deputato Enzo Raisi, amministratore del quotidiano di An. Tutti uniti appassionatamente nel protestare, tutti compatti, dalla Padania a Europa, dall'Unità al Secolo. Certo, «se il Parlamento vuole votare una legge per salvare i quotidiani di partito, è liberissimo di farlo» ha detto Bonaiuti. Ma i giornali che non sono di partito?

Nella sede del Manifesto le facce sono tetre. Polo: «Viviamo nell'incubo che qualche creditore presenti un'istanza di fallimento». La sottoscrizione è l'unica speranza. Ma quante volte è già successo? Prima uscita: 28 aprile 1971. Capitale iniziale (50 milioni, prima sottoscrizione militante) bruciato in un attimo. Primo appello a sostenere la causa con «100 lire al giorno». A dicembre diventavano «1.000 lire per ogni tredicesima». L'anno dopo 2.000 lire. E avanti così per 37 anni.«Calcolare a moneta corrente quanto i lettori ci hanno donato non è facile. Grosso modo oltre 25 miliardi di lire» stima Il Manifesto. Una somma più che rispettabile, a cui vanno aggiunti i famosi contributi per l'editoria: quasi 35 milioni di euro dal 2000 al 2007. Possibile che non siano bastati?

Una certa perplessità comincia a serpeggiare anche fra i lettori. Come Giuseppe Incontrada di Torino: «In questi anni abbiamo sottoscritto decine di volte. Ora chiedete di nuovo. Possibile che siamo sempre allo stesso punto?». Possibile. E non è solo colpa di Silvio Berlusconi che «ammazza la libertà di stampa» (Parlato).

C'è «la crisi di sistema», «la crisi politica della sinistra», «la depressione in cui si trova il nostro bacino di riferimento» (Polo). C'è il calo delle copie vendute, dalle 30 mila del 2001 alle 25 mila attuali. Ma soprattutto ci sono i debiti: 20 milioni il consolidato verso le banche. I famosi 25 miliardi «donati dai lettori» non sono bastati nemmeno a pagare gli interessi dal '71 a oggi.

«Ma senza un solido patrimonio iniziale si fa presto ad accumulare debiti» spiega Polo. «Vendi 20 mila copie nel 1971, sali, scendi, sopravvivi, poi negli anni 90 arrivi a 50 mila. Ti allarghi, assumi. Dopo 2 anni riprecipiti. Non puoi fare ristrutturazioni selvagge, ma nuovi debiti sì. Vivi in maniera spericolata». Insomma: «Non siamo bravi ragionieri». No.

«Anche i poveracci fanno errori, per quanto stringano la cinghia» ha ammesso onestamente Rossana Rossanda quel 24 settembre. L'ex finanziere Sergio Cusani sta provando a rimettere in sesto i conti, però «il progetto di riordino finanziario è ovviamente fermo». La spa Il Manifesto, che doveva trasformarsi nella holding del gruppo e mettere sul mercato nuove azioni per rimediare liquidità (attualmente il 75 per cento è in mano alla cooperativa), è poco appetibile, visto che la cooperativa editrice non riesce a pagare nemmeno i 252 mila euro annui per l'affitto della testata. E del tutto invendibili sono le partecipazioni bizzarre che Il Manifesto si trova in tasca e da anni non portano un soldo.

Poca roba, ma riprova di un approccio col denaro a dir poco sfortunato: lo 0,02 per cento di una cooperativa finanziaria bolognese, la Fincooper, ora in liquidazione, tramite la quale Il Manifesto indirettamente partecipa a un paio di infelici società del mondo cooperativo (Finarcat a Firenze, 577 mila euro di rosso nel 2007, e Sindi a Bologna, 3 milioni di rosso nel 2006).

Non manca nemmeno un parcheggio per camper e roulotte a Punta Tavolara, in Sardegna. In perdita pure quello. Ma che vogliamo farci? «Errori ne fanno anche i poveracci» ha ammesso la Rossanda. Nessuno in questi 37 anni si è arricchito. Forza, sottoscrivete.