venerdì 1 maggio 2009

ANCORA GARLASCO

L’imputato perfetto e il verdetto per forza ingiusto

Niente sentenza al pro­cesso per il delitto di Garla­sco. A sorpresa il giudice Stefano Vitelli, che ha defi­nito «incomplete» le inda­gini dei carabinieri, ha di­sposto una superperizia per avere nuovi elementi sull’omicidio di Chiara Pog­gi commesso il 13 agosto 2007. La perizia riguarderà accertamenti sul pc dell'im­putato Alberto Stasi, sul percorso da lui compiuto quando ritrovò il cadavere della fidanzata e sull’orario della morte della vittima. Per Stasi il pm ha chie­sto la condanna a 30 anni di reclusione. Quale sentimento ha suscitato in lui la per altro comprensibile indecisione di chi lo stava giudicando. Gratitudine o rancore?

In fondo lui è il solo per cui questa sentenza alla fine avrà un senso. Per lui, e per i signori Poggi naturalmente, i genitori della ragazza di cui Alberto Stasi è stato per molti anno il fidanzato, e del cui omicidio oggi è accusato. E forse anche per un’astratta idea di Giustizia che in fondo non ha tutta questa importanza.

È assurdo ritenere che una sentenza metta le cose apposto. Non è così che funziona. Che senso ha credere ciecamente nelle sentenze? Citarle come il vangelo a ogni piè sospinto? Come quei risentiti individui che stanno sempre lì a menarcela con le sentenze. E che si agitano e si eccitano quando esse sanciscono colpevolezze o assoluzioni. Non c’è qualcosa di mortuario e di indecente in tutto questo? Come leggere con divertimento la pagina dei necrologi o infilare deliberatamente il naso nell’immondizia.

L’idea che tutti più o meno ci siamo fatti del processo Stasi è che di qualsiasi natura sarà il verdetto esso non risulterà in al­cun modo un progresso signifi­cativo nell’acquisizione della ve­rità. D’altro canto avevamo capi­to sin dal principio che questo era uno di quei processi in cui la verità non avrebbe trovato asilo. E difatti l’intero procedi­mento — come molti altri in questi anni — non ha fatto che regalarci caterve di indizi, sup­posizioni, indiscrezioni, analisi psicologiche, dettagli macabri come pedali di bicicletta insan­guinati o suole di scarpe da gin­nastica non abbastanza insan­guinate, ecc... La sintesi di tutto questa odiosa e ambigua paccot­tiglia promette una colpevolez­za non meno di quanto promet­ta una assoluzione. Si può con­dannare qualcuno che po­trebbe essere innocente?

Si può assolvere qual­cuno che potrebbe essere colpevole?

Perché la sola verità è che, sal­vo qualche in­credibile e inimmaginabi­le rivelazione, non sapremo mai la verità: non sapremo mai se è stato Alberto Stasi ad ammazzare Chia­ra Poggi, oppure no. Né sapremo mai, nel caso fosse lui il colpevole, perché lo ha fatto. Né, se non lo fosse, per­ché non ha protestato la sua in­nocenza con la disperazione che ci si aspetta da chi viene co­sì odiosamente infamato. Come interpretare tutta questa discre­zione?

Tutta questa pudicizia? Come inoppugnabile attestato di col­pa, o come l’ennesima prova della sua innocenza? Il guaio è che il comportamento di un col­pevole che briga per essere as­solto non deve essere poi così dissimile da quello di un inno­cente che è sicuro di essere con­dannato.

C’è da credere che se Alberto Stasi verrà condannato ciò potrebbe avvenire per tre ra­gioni che qualcuno potrebbe ri­tenere fuorvianti o ininfluenti, ma che altri, invece, potrebbero considerare decisive.

1) Perché se non è stato Alber­to Stasi allora chi è stato?

2) Perché ci sono un sacco di cose nella ricostruzione delle ore successive all’omicidio che non tornano, e che Stasi non ha saputo spiegare.

3) Perché Alberto Stasi è l’in­carnazione dell’assassino perfet­to: c’è qualcosa di emblematico nell’esangue pulizia del faccino, nella sobria montatura degli oc­chiali o nel modo garbato di ve­stire, che ti fa pensare ai satani­ci eroi di Bret Easton Ellis; per non parlare del suo contegno di una freddezza perturbante; del suo essere un bocconiano (che, come è noto, ti aliena ogni uma­na simpatia); e naturalmente della varietà imbarazzante di perversioni sessuali testimonia­te dai suoi hard disk ingolfati di immagini pornografiche (alcu­ne di carattere pedofilo). C’è ad­dirittura chi ha enfatizzato il contegno eccessivamente cal­mo di Stasi: per esempio il tono della voce per nulla sconvolto con cui ha chiamato i carabinie­ri per denunciare la morte di Chiara. Così come c’è da pensa­re che se verrà assolto sarà pro­prio perché qualcuno avrà valu­tato la contraddittorietà e la pre­testuosità di tutti questi elemen­ti con estrema cautela. Chieden­dosi, per esempio, quale tono dovrebbe avere la voce con cui un colpevole comunica ai Cara­binieri di aver ammazzato qual­cuno. Oppure, che colpa ha un ragazzo ad avere certe fattezze e non altre? Esiste un solo hard disk di un maschio del Ventune­simo Secolo che non abbia mai ospitato anche solo per qualche secondo una foto pornografica (non pedofila certo)?

E in ogni modo, qualora Al­berto Stasi venisse assolto, è presumibile che il fantasma del sospetto continuerà a persegui­tarlo per il resto della sua vita. Insomma il dato terribile del­la faccenda è che ci troviamo di fronte a uno di quei casi — su cui avrebbe potuto scrivere Al­bert Camus —, in cui il verdet­to finale — di condanna? di as­soluzione? — non potrà che es­sere ingiusto.

Alessandro Piperno