lunedì 12 novembre 2007

NONNA RAI

Paolo Conti per il Corriere della Sera


La Rai è in crisi. Non è solo questione dei noti e cupi bilanci. Il pubblico più giovane ed economicamente qualificato la sta abbandonando, prospettiva allarmante per gli introiti pubblicitari e quindi per la salute dell'azienda. Inoltre è incrinato il suo ruolo storico di produttrice culturale. E' tempo di correre ai ripari «rifondando» il palinsesto: e tutti (reti, informazione, strutture, "editori interni") saranno chiamati a azzerare «rendite di posizione e spazi consolidati nel tempo» a partire dall'autunno 2008 per lasciare spazio a un palinsesto «con una forte differenziazione di prodotto rispetto alla tv commerciale ».


Ecco, in sintesi, il senso del corposo Piano editoriale (novanta pagine) presentato la settimanascorsa dal direttore generale Claudio Cappon al Consiglio di amministrazione e messo a punto dalla vicedirezione generale per l'offerta tv (Giancarlo Leone), dalle direzioni palinsesto (Chicco Agnese) e marketing (Deborah Bergamini). Il voto è previsto per questa settimana o per la prossima. Il centrosinistra è già favorevole così come il consigliere Fabiano Fabiani ma anche dal centrodestra (Marco Staderini) arrivano segnali di apprezzamento.

LA CRISI — Nel piano la Rai sottoscrive un'autocritica durissima. Dal 2003 al 2007 ha visto il proprio pubblico invecchiare (+2,8 anni) ben più di Mediaset (+1,5) ed enormemente più del satellite (+0,3). L'età media Rai è di 51,6 anni (Mediaset 44,9). In particolare il pubblico del prime time di Raiuno raggiunge un preoccupante +3,4: Italia 1 inverte la tendenza con -3,1. Invece alla Rai aumentano le donne casalinghe. Tra gli abbonati Sky (4.240.000) la Rai perde 20 punti secchi di share: gli italiani più colti, ricchi, giovani, quelli che scelgono.

Chiunque conosca le leggi della pubblicità sa che proprio i giovani sono l'ago della bilancia di qualsiasi mercato. Continuando così, la voce «altre tv», ovvero il satellite, si avvia «in cinque anni a quote di mercato superiori al 25% nel day time». Quanto basta per sconvolgere l'universo televisivo italiano, così come lo utilizziamo oggi. Tutto ciò «rischia di marginalizzare il posizionamento Rai». Altra crisi, sostanziale. La tv «non è più considerata un fattore culturale ma una alternativa al consumo di cultura... l'offerta viene vissuta come uno degli elementi di impoverimento culturale della società». Un vero problema per una tv pubblica pagata dal canone com'è la Rai.

GLI ERRORI — L'offerta Rai troppo spesso offre nelle stesse ore doppioni che si rivolgono allo stesso tipo di pubblico. Il piano editoriale cita molti esempi: la mattina di sabato e domenica di Raiuno e Raidue («Sabato & domenica » con Franco di Mare e Sonia Grey e «Mattina in famiglia » con Tiberio Timperi e Adriana Volpe, la fascia mattutina Raiuno-Raidue («Occhio alla spesa» con Alessandro Di Pietro-«La prova del cuoco» con Antonella Clerici contro «Piazza grande» con Giancarlo Magalli) e quella pomeridiana («Festa italiana » con Caterina Balivo contro «L'Italia sul Due», con Roberta Lanfranchi e poi «Ricomincio da qui» con Alda D'Eusanio) e via dimostrando per altri casi. Così «il vantaggio competitivo rappresentato dalle tre reti viene vanificato ». Errori che verranno cancellati.

SOLUZIONI — Primo: azzerare il palinsesto col «ridisegno complessivo dell'offerta televisiva », addio «alle posizioni intoccabili». Un paradosso: «Non sarà più sicuro nemmeno l'orario dei Tg». Viene in mente la «Raifondazione» suggerita da Giovanni Minoli. Come? «Recupero della produzione e della progettualità interna, nuovo controllo editoriale per le produzioni esterne, riapertura di veri spazi di seconda serata ». Sicuro l'abbandono del reality. La Rai dovrà intercettare in anticipo «chi già reagisce alla fine della tv trash offrendo un modello contrapposto alla tv eccessiva e rissosa ».

Fine dell'improvvisazione nell'intrattenimento, ritorno alla «scrittura e al copione », cioè a una tv d'autore. Per capirci: la tv di Antonello Falqui era tutta «scritta ». Infatti il piano prevede la nascita di una «struttura di genere» che coordini l'ideazione e la realizzazione di intrattenimento «per recuperare l'attuale sbilanciamento tra Rai e i principali fornitori esterni di format e di contenuti ». La tv di Stato si impegna anche in una «attività di scouting» per individuare idee e soprattutto autori delle nuove generazioni. In quanto alla fiction la sua produzione e distribuzione dovrà essere «più equilibrata nell'intera stagione». Dovrebbero finire certe estati ricche solo di repliche.

CULTURA — Ma la vera novità è rappresentata nel settore definito «cultura e educational ». La cultura deve «diventare un genere televisivo che si aggiunga a ciò che è già presente in alcuni prodotti di fiction, cinema e altro». La Rai dovrà attirare quel pubblico giovane che segue le mostre d'arte e riempie le platee «dei monologhi di rilettura dei grandi classici, le lezioni di storia o archeologia, la musica classica e leggera »: massima attenzione, insomma, alla qualità di questi prodotti anche a costo di perdere nei primi tempi qualche frammento di share: «Le attese e i risultati di ascolto non dovranno condizionare l'offerta del servizio pubblico né favorirne l'omologazione a contenuti e modelli della tv commerciale».

La tv di Stato si dedicherà «ai temi della contemporaneità non con inserimenti sporadici ma con una connotazione radicata nella programmazione ». Tra le «azioni immediate » maggiori elementi di arte, letteratura, cinema, teatro, musica nella programmazione, più spazi nei tg alla pagina culturale. Riuscirà una Rai sottoposta a continui terremoti politici a cambiare pelle?

2 commenti:

  1. La RAI (come Mediaset) è uscita dalla vista di me e di tutta la mia famiglia da almeno due anni.
    Stiamo tutti mentalmente meglio di sicuro.
    Purtroppo è così. Ne hanno da recuperare.

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  2. la RAI si è suicidata con una serie di mosse false, di false valutazioni, di falsità assolute. Ma forse non è MAI stata qualcosa, forse ha perso il suo specifico ai tempi dei camici bianchi e di Bernabei, quando dire "membro del Parlamento" era considerato pornografia.

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