sabato 15 marzo 2008

da DAGOSPIA

SPOCCHIA DELLE MIE BRAME, CHI È IL PIÙ COMUNISTA DEL REAME? DILIBERTO, DETTO “DILIBERIA” – CONVINTO DI ESSERE UN GIGANTE TRA I NANEROTTOLI, GIUDICA TUTTO E TUTTI: BERLUSCONI FA SCHIFO, BUSH GRONDA DI SANGUE…


Giancarlo Perna per “Panorama”


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Oliviero Diliberto
© Foto U.Pizzi

Con un atto di indiscutibile bellezza, il professor Oliviero Diliberto ha ceduto il suo posto in Parlamento al signor Ciro Argentino, operaio Thyssen. Se il gesto ha colmato di ammirazione me, solitamente tiepido verso il segretario del Pdci, figurarsi quale esaltazione avrà suscitato in lui che è sempre stato entusiasta di sé.

Annunciando lo scambio, Diliberto ha detto orgogliosamente: «Noi comunisti siamo diversi». Immediata la smentita dal suo ex maestro, Armando Cossutta, massimo comunistologo vivente. Il vetusto stalinista, anziché considerare la scelta lodevolmente comunista, l’ha definita con disgusto «demagogica e plebeista».

Cossutta non ha capito niente, ma Oliviero si è espresso male. Avrebbe dovuto dire, come certamente pensava, che diversi non sono i comunisti, ma che era lui, Diliberto, a essere di pasta speciale e irripetibile. Nulla di più dannunziano ed estetizzante che scendere dallo scranno parlamentare e cederlo graziosamente a un Ciro qualsiasi. Altro che comunista, questa è sarda balentìa! Al fondo della quale, però, c’è la monumentale spocchia dilibertiana.

Il cinquantaduenne Diliberto è convinto di essere un gigante tra i nanerottoli. Fausto Bertinotti è un perito industriale, Massimo D’Alema un fuoricorso, il Cav un bauscia. Lui, invece, è un cattedratico illustre, professore di diritto romano alla Sapienza. È da queste altezze che ha dichiarato schizzinoso: «Berlusconi fa schifo»; George W. Bush «ha le mani grondanti sangue»; Ariel Sharon «è un criminale di guerra». Sempre da lassù, giudica genti e paesi. Ha visitato con ammirazione le residue tirannie comuniste. «Il massaggio più strepitoso l’ho goduto in Corea del Nord» è tutto quello che gli ha ispirato il paradiso di Kim Jong Il. Inebriato dalla sana povertà dell’Avana ha dichiarato: «Cuba è la garanzia che si può sconfiggere l’imperialismo».

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Armando Cossutta e Oliviero Diliberto
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Rifiuta invece di andare negli Stati Uniti, con salde ragioni: «Detesto i chewing-gum. La Coca-Cola non mi piace. Sono di Cagliari e preferisco il Maghreb». È in novembre che «Oli» le spara più grosse. La scelta del mese più mesto per i suoi exploit è legata a un episodio di cui parleremo.

Nel novembre 2004, in Libano, si intrattenne con il noto terrorista, e capo degli Hezbollah, Hasan Nasrallah. Gli israeliani, offesi, commentarono: «Ripugnante». Oli fece spallucce. Nel novembre 2005 ha entusiasticamente encomiato tale Mauro Bertini, sindaco pdci di Marano, che aveva cancellato l’intestazione di una strada «Ai martiri di Nassiriya» (i soldati italiani morti in Iraq), per intitolarla a «Yasser Arafat, martire palestinese». Nel novembre 2006, Oli è sceso in piazza a Roma per una manifestazione anti Israele, nella sua veste di segretario di un partito di governo. Intanto garbati giovanotti hanno dato fuoco ai fantocci di un soldato italiano, uno americano e uno israeliano, mentre risuonava l’urlo: «Dieci, cento, mille Nassiriya».

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Nel novembre 2007, l’inesausto Oli è sulla Piazza Rossa fra i nostalgici che celebrano i 90 anni della Rivoluzione d’ottobre. Davanti al mausoleo di Lenin, che il 65 per cento dei russi vorrebbe chiudere, il nostro esclama, spiritoso come sempre: «Se la Russia postsovietica deciderà di rimuovere la mummia, potremmo portarla a Roma». Dalla capitale sono arrivate diverse reazioni, alcune brillanti. Maurizio Gasparri, di An, ha detto: «Lenin in Italia solo se la Russia si prende Diliberto». Più acido Luca Volonté dell’Udc: «Ha bevuto qualche vodka di troppo. Si porti Lenin a casa sua».

Seccato per l’accenno alcolico, Oli ha dimenticato Lenin e ha risposto: «Volonté pensi ai suoi dell’Hotel Flora». Esplicito riferimento all’orgia con champagne dell’udiccino Cosimo Mele in quell’albergo. Si è così generata una confusione tra salma e sesso contraria all’abc della logica. Segno che anche i professori, con o senza vodka, non sempre sono lucidi.

Oliviero, già lo sappiamo, è nato a Cagliari. Si vanta perciò di essere l’unico cagliaritano in una legione di politici sardi sassaresi: Berlinguer, Cossiga, Pisanu, i due Segni... La famiglia era ipercattolica. Il babbo, funzionario regionale, militava nella Congregazione mariana dei gesuiti. Oli è invece comunista dai 13 anni. Fu folgorato nel ’69 da un volantino tanto efficace da indurlo il giorno dopo a iscriversi alla Fgci, i frugoli del Pci. Restò nel partito finché si è chiamato comunista. Con la svolta della Bolognina del ’91 rimase senza casa. Ma, grazie a Fausto Bertinotti che aveva fatto un nuovo partito col caro nome, si riaccasò nel Prc.

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Fausto Bertinotti
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Come ogni adolescente, anche Oli fu ribelle. Mai però capellone o sdrucito. È sempre stato elegante e glabro. Solo sulle scarpe ci sarebbe da ridire. Tuttora, anche in abito blu, indossa Clarks scamosciate. La sua fissazione era vivere a Parigi. Ma il babbo, contrario, gli negò i soldi. Oli partì lo stesso e si mantenne lavorando alla morgue, l’obitorio sulle rive della Senna. Gliene è rimasta traccia negli umori novembrini e nelle apocalittiche. Tornato a Cagliari, Oli edificò il futuro in tre mosse.
Intraprese la carriera universitaria culminata nel ’94, stesso anno in cui entrò in Parlamento, con la salita in cattedra. Sposò Delia, figlia di Umberto Cardia, padre nobile del Pci sardo, entrando nei salotti buoni. Ma Delia, magistrato, era troppo riservata per un tipo arrembante come lui. L’unione si spezzò e Oli mise gli occhi su Gabriella, spumeggiante brunetta che seguiva ammaliata i suoi corsi. La fanciulla divenne la moglie bis e lo è tuttora.

Legatissimo a Bertinotti, Diliberto fu nominato direttore di Liberazione, il foglio del partito. Lo rilanciò in chiave anti Berlusca con lo slogan «mi consenta di incazzarmi» e si fece odiare per l’autoritarismo dai redattori che lo ribattezzarono Diliberia. Con Fausto ruppe quando, nel ’98, fece cadere il governo Prodi I. D’Alema, il successore, lo nominò guardasigilli. Riscaldò la poltrona, poi dichiarò: «Sono stato il migliore». Il suo vanto è avere riportato dagli Stati Uniti Silvia Baraldini per farle scontare in Italia la residua condanna (poi è uscita con l’indulto). Il giorno del rientro Oli accompagnò premuroso la madre fin sotto all’aereo.

Sempre agitato, litigò anche con Cossutta col quale aveva fondato il Pdci. Ora, dopo quattro legislature filate, lascia da grand seigneur la buvette di Montecitorio. Ma se ci si chiama Diliberto non si vive di soli tramezzini.