martedì 4 marzo 2008

LET IT BE


1970: i Beatles erano virtualmente sciolti, e io li scoprivo per la prima volta attraverso questo disco che mostrava (anche in questo caso per la prima volta) il simbolo della mela stampato in rosso. Era (e io ancora non lo sapevo) un album atipico: prodotto da George Martin e Glyn Johns, e abilmente editato e ri-prodotto da Phil Spector, mostrava i Beatles a metà strada fra la registrazione in presa diretta (questo era stato il principio ispiratore iniziale) e la sovraproduzione à la Spector, con archi e sontuosi cori femminili. Il risultato è sorprendente, con picchi emotivi altissimi (The Long and Winding Road, Across the Universe, Let It Be, I Me Mine), piccole banalità estemporanee (Maggie Mae, Dig It) e splendidi rockers (Get Back, One After 909) e brani pieni di soul (I've Got A Feeling, Dig A Pony). Restava fuori inspiegabilmente Don't Let Me Down, canzone di Lennon appassionata e vibrante (uscì come singolo) e la struggente All Things Must Pass di Harrison (poi pubblicata poco dopo da George nel suo meraviglioso triplo col quale esordì da solista). Il tocco di Spector ha un triplice salutare effetto: esporta il suo celebre "muro del suono" fra i solchi di un disco dei Beatles (Spector/Wagner contra Martin/Bach), spande un'aura argentina e sonora sui cimbali e sulle corde delle chitarre acustiche, irrobustisce e americanizza il timbro della batteria.
Il risultato forse non è un capolavoro conclamato, ma certamente è qualcosa che rimarrà per sempre, come la copertina che mostra quattro volti separati, ciascuno con lo sguardo rivolto verso un punto individuale, fuori dal mondo edenico del "noi" e pronto ad entrare nella vita adulta individuale, e così sia.