domenica 16 novembre 2008

MANON


MANON, BALLERINA
Il fumo delle sigarette la soffoca, il passo dei camerieri l'assilla: s'affrettano, da un capo all'altro dell'anno. E il barman, assorto nella digestione dei suoi pensieri, e i ballerini... Lì ce n'è uno languido, i gesti molli a forza di stringere solo donne — quando ballano gli s'attaccano all'anima — e là uno greve, che da buon sensale viene a scegliersi... E lo champagne. Lo champagne è simbolo di gioia, sì, come i festoni dei compleanni, le bandierine come corna sugli autobus... che invenzione!

Passa un cameriere in giacca bianca, il tovagliolo a mo' di sciarpa, le sfiorano sempre il tavolo sotto il naso, appena il tempo di bisbigliarle: «Quello grosso, là in fondo... mi ha chiesto come ti chiami... banchiere». E lei che fa, si alza? Ogni dieci minuti va in bagno a rifarsi il trucco. Si fanno due chiacchiere con l'addetta ai bagni. E lì il cuore si scioglie, e allora si dice: «Ne ho piene le tasche...». Un'oasi di tranquillità: quella riesce a lavorarci a maglia. Si direbbe proprio una quinta di teatro, no? Ma lì dentro, ci si rilassa davvero? Quelle già sciupate diventano brutte: il collo, i fianchi cedono. A quel punto si dice: «E sì, vecchia mia...» e ci si lancia nelle danze. E la sala che s'attraversa: si camuffa tutta la propria debolezza, tutta la vergogna, sotto la spocchia.

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Hanno pranzato e cenato insieme. Il cameriere serve il caffè e adesso lei tiene d'occhio l'uomo. È a questo punto che diventano distratti, che abbassano la nuca. All'inizio, per loro, il desiderio è triste, come un giogo. Si calmano solo quando hanno la certezza di possedere.

Rientriamo? Lei sorride un po' inquieta, un po' languida... Lui apre la porta e la fa entrare. Lei compie, lì dentro, i suoi primi passi: una stanza è sempre una gabbia. Lei si siede ai piedi del letto. Il lenzuolo aperto vi disegna una ferita fresca, di un biancore accecante. L'uomo la prende dolcemente per le spalle... «Mi lasci abituare...». Il respiro di Manon si accelera.

Controllando la voce, lui dice: «Amore mio...». Quelle parole la turbano. Lì, in quella stanza piena di libri, dai mobili pesanti, una stanza solida come la cabina di una nave... be', non è la stessa cosa. Un ritratto... la moglie, forse... quanto tempo? Vent'anni, forse? Lì dentro si è ben sistemati come per affrontare un viaggio infinito... è un mondo a sé. Non è una di quelle camere d'albergo dove non si lascia traccia, da cui si esce con il fiato appena un po' grosso, né una di quelle garçonnière dove tutto è troppo fragile per serbare impronte... Lì dentro lei si vede improvvisamente come una povera cosa sgualcita, sciupata... e poi non le deve dire... Amore mio... «Sarei io il suo amore, signore? Bell'amore! Non sa neanche chi sono...». Lui l'interroga con lo sguardo. «Una semplice ballerina, vede... certo che non posso vivere solo di ballo!». Lei è terribilmente scoraggiata. Lui sussurra: «Povera ragazzina », accarezzandole i capelli con dita distratte.

Manon avverte oscuramente che lui non ascolta; che è indifferente alla sua ultima confidenza. L'avrebbe allontanato o avvicinato a sé, poco prima, ma adesso... Allora non è altro, per lui, che un oggetto, come per gli altri? Sconfortata, gli dice: «Sono fatta per gli uomini, io». Lui la prende tra le braccia e la culla. Se solo potesse cullarla così, semplicemente, a lungo... lui le ha regalato un giorno di vacanza, le ha parlato come un amico. E lei ha imparato, studiosa, tante cose. Se solo potesse rimanere così, semplicemente. Lei azzarda, impaurita, una confidenza: «Sogno di avere un amico; ne avevo uno, una volta, e quando ero triste glielo dicevo, e anche lui...». Lui la bacia. «No, non sulle labbra... — perché ragazzina? — Sulla guancia, è più dolce». Lei si stringe contro la sua spalla. Ma lui si porta dietro il peso della noia che l'ha schiacciato al risveglio. Ha bisogno di perdersi. Nell'amplesso tutto viene inghiottito, rimpianti, desideri... dopo l'amplesso non esiste più nulla.

Mentre lei si sveste, spunta una spalla nuda, una spalla luminosa. Lui ci appoggia sopra la testa. Lei gli offre il suo calore, la sua vita... «Il mio piccolo, dolce animaletto...». Lo ripete ostinatamente, adesso.

Manon sente aumentare lo sconforto: gli uomini sono pazzi ed ecco che questo è uguale agli altri, con i suoi gesti pieni di attenzioni, ma assurdi, con le sue frasi smozzicate... gli uomini...

Non capisci il loro sguardo. Non capisci cosa desiderano. Senza saperlo puoi far passare sui loro volti il dolore, il piacere, persino l'odio. Non sai quale oscura immagine ricompongano, come fare ad aiutarli... gli uomini sono pazzi!

Lei ricomincia, timorosa: «No... restiamo amici... ». Spera ancora tanto in quella pace. «Signore, le sono debitrice di una giornata così dolce...». Le sue dita formano sul viso dell'uomo una fragile carezza, una fragile barriera. Ma lui, a voce bassissima: «Dammi ciò che desidero, dammi...» Lei si torce le mani: «Ma questo è il mio mestiere! Se sei uno spazzino, spazzi tutto il giorno, finalmente hai un giorno di vacanza... vai a trovare un amico, tutta felice, e quello ti fa: "To' divertiti un po' spazzare!" ». Manon si mette a piangere. Ma lui, con voce più sorda: «Oggi non è giornata, tu non puoi sapere, dammi quel che desidero...». Allora lei incrocia le mani sul petto, piccola preda incosciente, quasi casta. «Sono fatta per consolare l'uomo, ma non ho il diritto di dimenticare». Rimarrà così, inerte. Sulle sue labbra per qualche istante compare la sofferenza, poi i suoi occhi si aprono su quella stanza robusta, massiccia, costruita per le unioni feconde, per i momenti solenni della vita. Avrebbe potuto esserne purificata, maturata... «Sono una piccola cosa sgualcita, insozzata, sono... sono...». Non è nemmeno più triste. È la vita.

Antoine de Saint-Exupéry