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giovedì 15 gennaio 2009

APPLE IN CRISI


Svolta Apple, passo indietro di Jobs «Malato, mi ritiro fino a giugno»
La gestione operativa del gruppo passa a Tim Cook

NEW YORK — Steve Jobs lascia, almeno per i prossimi sei mesi, la guida della Apple, la società da lui fondata: le sue condizioni di salute sono peggiorate e l'imprenditore ha spiegato, in una lettera diffusa ieri sera subito dopo la chiusura delle Borse americane, che i medici prevedono ora un percorso di cura più impegnativo di quello che gli era stato presentato solo pochi giorni fa. Fino al prossimo giugno i suoi poteri di amministratore delegato verranno esercitati dal direttore generale della società, Tim Cook.

Poi si vedrà. Jobs era stato colpito nel 2004 da una forma rara ma curabile di cancro al pancreas dalla quale si era ripreso. Dopo quattro anni, nell' estate scorsa, i segni di una nuova malattia erano stati esorcizzati dal creatore dell'iPod e del Macintosh che prima aveva rivendicato il diritto alla privacy sul suo stato di salute, poi aveva fatto circolare un'interpretazione abbastanza tranquillizzante: non un nuovo tumore, ma un problema risolvibile di assimilazione delle proteine alimentari in qualche modo collegato alla patologia originaria. Adesso, però, è lui stesso a spiegare che la situazione «è più complicata di quanto pensassi». E si fa da parte. La notizia è esplosa come una bomba a Wall Street al termine di una giornata che era già stata nerissima per l'aggravamento della crisi bancaria e i nuovi dati negativi sulle vendite al dettaglio.

sabato 10 gennaio 2009

DAL CES I GADGET DEL FUTURO

Dalla passerella del Consumer Electronic Show 2009, ecco una top ten dei gadget che arriveranno sul mercato americano nei prossimi mesi e presto anche in Europa e in Italia.

1)Il nuovo Vaio P Series Lifestyle Pc, è il netbook più piccolo del mondo: piccolo abbastanza da entrare nella tasca di una giacca o in borsetta, pesa appena 640 grammi ma ha tutte le caratteristiche di un vero e proprio Pc.

2) Panasonic vede il futuro in 3D: i nuovi televisori a visione tridimensionale arriveranno sul mercato a partire dal 2010 e il gigante giapponese dell’elettronica sta lavorando con produttori di dischi Blu-ray, emittenti e studi di Hollywood per arrivare a standard tecnici comuni per portare film, eventi sportivi e show televisivi nel salotto dei consumatori.

3) E in tema di 3D, ecco la videocamera tridimensionale: la Minoru 3D munita di due "occhi" trasmette immagini tridimensionali sul computer collegato con programmi di messaggeria o Skype. Per vedere le immagini bisogna usare gli occhiali colorati.

4) Black&Decker offre una chiave telecomandata per le porte di casa: si aziona a distanza attraverso cellulare o computer e permette di entrare quando si sono dimenticate le chiavi o fare entrare parenti e amici senza scomodarsi a raggiungerli.

5) Bimbi sempre sotto controllo: un braccialetto elettronico della britannica Lok8u permette i localizzarli con un sistema gps che trasmette il punto in cui si trovano sullo schermo del computer o del telefonino. Se il bracciale viene tolto a forza scatta l’allarme.

6) Batterie verdi: le EnviroMax della Fuji non hanno cadmio o mercurio nè altre sostanze inquinanti. Usciranno a marzo, sono potenti e costano quanto le altre.

7) E in tema di risparmio energetico, la prese filtrate che interrompono automaticamente l’erogazione di corrente quando l’apparecchio è in sonno: è il surge protector Greenpower MPD 900 che taglia la corrente a Pc e stampanti quando non sono in uso con conseguenti risparmi sulla bolletta elettrica.

8) Cellulare riciclabile: è il nuovo Motorola assemblato utilizzando la plastica di bottiglie d’acqua riciclate. La società, che è oggi la quarta al mondo nella produzione globale di portatili, ha annunciato che il nuovo W233 Renew, sarà venduto negli Usa da T-Mobile nel corso dell’attuale trimestre.

9) E in fatto di cellulari, LG Electronics ha lanciato l’orologio "da James Bond" (o da Dick Tracy per gli intenditori) che permette di parlare con un gadget che si indossa al polso. Il nuovo telefonino si collega alle reti 3G ad alta velocità è può essere usato anche per mandare e-mail e ascoltare musica come un normale Mp3.

10) Telescopio intelligente: il Meade ETX-LS semplifica l’esplorazione spaziale per novizi dell’astronomia e consente un viaggio audiovisivo nel cielo con immediata identificazione di stelle, costellazioni e altri corpi celesti: prezzo di circa 1.300 dollari.

martedì 9 settembre 2008

ESQUIRE: COPERTINA DIGITALE

da DAGOSPIA

IL GIORNALE DEL FUTURO – TRA POCHI GIORNI, “ESQUIRE” USCIRÀ CON UNA COPERTINA REALIZZATA CON INCHIOSTRO DIGITALE: IMMAGINI IN MOVIMENTO, COME QUELLE CHE SI POSSONO AVERE SULLO SCHERMO DI UN COMPUTER…

Ernesto Assante per “la Repubblica”


Ebook il libro elettronico
Foto da Repubblica

Dieci anni fa avevamo visto i primi prototipi. Oggi l´inchiostro elettronico è una realtà: “Esquire”, uno dei magazine più diffusi negli Stati Uniti, pubblicherà tra qualche giorno l´edizione speciale del suo 75° anniversario con una novità assolutamente rivoluzionaria, una copertina (e una controcopertina) realizzata con un inchiostro digitale che consente di avere addirittura immagini in movimento, come quelle che si possono avere sullo schermo di un computer.

Nella copertina di “Esquire” sarà inserito un display di 25 centimetri quadrati, un foglio di carta trasparente, sul quale apparirà la scritta lampeggiante "Benvenuti nel XXI secolo", mentre nella controcopertina, tutta dedicata alla pubblicità, ci sarà una sorta di "spot di carta", dove il nuovo modello della Ford, la Flex Crossover, viene presentato al pubblico con una leggera animazione a colori di una macchina in movimento.

È un passo avanti assolutamente straordinario. «Spero che finirà allo Smithsonian» ha dichiarato il direttore di “Esquire”, David Granger, che ha aggiunto «questo è solo l´inizio, la versione 1.0». A fornire le tecnologie per questo primo passo nel mondo dell´editoria elettronica di carta è l´azienda leader del settore, E Ink che da dieci anni spinge i suoi nuovi sistemi sui ogni tipo di display e ha già ottenuto un grande successo con il recente lettore e-book di Amazon, il Kindle.

Il foglio di carta "elettronica" che sarà su “Esquire” è fatto di plastica leggera e trasparente, flessibile e pieghevole ed è, secondo i responsabili della E Ink, l´unica alternativa possibile alla carta e alla diffusione di Internet e dei computer. Molti libri sono ormai disponibili sulla rete Internet ma leggerli sullo schermo resta estremamente noioso e difficile, il libro e il giornale sono molto più comodi e leggibili.



Ma Joe Jacobson, il ricercatore del Media Lab del Mit di Boston che ha iniziato oltre dieci anni fa le sue ricerche, ha pensato che l´alternativa non era quella di creare una nuova forma di carta, ma quella di un nuovo tipo di inchiostro, totalmente elettronico, con il quale potessero essere riprodotte lettere, parole, articoli.

La copertina di Esquire con Charlize Theron

Il procedimento è questo: incastonare in ogni foglio trasparente milioni di microscopiche particelle sferiche che sono nere da una parte e bianche dall´altra, e una griglia di fili elettrici. Quando viene inviata corrente elettrica lungo i fili, le particelle si girano da una parte o dall´altra, quelle che diventano bianche definiscono lo sfondo del foglio, quelle che diventano nere formano parole, immagini.

Il risultato finale ha la leggibilità di un normale foglio di carta stampata. E oltretutto, collegando il foglio a un´antenna, o a un terminale di computer, o a Internet, è possibile, come già avviene con il Kindle, spingendo un semplice tasto, variare il contenuto di una o più pagine, ricevere in pochi secondi un intero giornale o un intero libro.

Per Granger e il suo staff arrivare al risultato della copertina elettronica di “Esquire” non è stato facile, soprattutto "impacchettare" nel giornale le batterie che rendono possibile la visione dell´inchiostro digitale e i due microchip di computer che gestiscono tutto. Ma il risultato positivo è che il numero di ottobre di “Esquire” ha fatto segnare una raccolta pubblicitaria in nettissimo aumento. «Negli ultimi due anni sono stato alla ricerca di idee per dimostrare la stampa è ancora vitale», ha detto Granger, «penso che questa iniziativa lo dimostri».

lunedì 8 settembre 2008

il vero creatore dell'iPod

dal CORRIERE ONLINE

Il papà dell'iPod? E' inglese
"Lo brevettò già nel 1979"

Apple ora riconosce il suo "contributo" ma nessuna ricompensa


Il papà dell'iPod? E' inglese "Lo brevettò già nel 1979"
LONDRA - Ogni minuto, al mondo, si vendono 100 iPod. Il gadget musicale cult targato Apple ha fruttato alla casa madre miliardi di dollari, eppure il suo inventore non ha visto neppure un penny. Il vero papà del popolarissimo mini lettore di file musicali è Kane Kramer, un inglese che ha lasciato la scuola a 15 anni e oggi, a 52 anni, è costretto a vivere con moglie e figli in una casa in affitto dopo aver dovuto vendere quella di proprietà per difficoltà economiche.

La sua invenzione risale al 1979. La colpa? Non essere riuscito a mettere insieme nel 1988 le 60mila sterline necessarie a rinnovare il brevetto per tutelare la sua creatura. Che, quindi, divenne di proprietà pubblica.

Ora, racconta il Daily Mail, anche Apple riconosce la paternità dell'invenzione in base a nuovi documenti depositati per una causa legale. La casa di Cupertino ha perfino fatto volare Kramer in California perché testimoniasse durante una disputa in tribunale che la vede opposta a Burst.com, che a sua volta sostiene di possedere il brevetto per la tecnologia dell'iPod e chiede quindi ad Apple una consistente fetta dei profitti miliardari.

L'idea dell'iPod, che Kramer aveva chiamato IXI, risale al 1979. Allora in un singolo chip riuscivano ad entrare tre minuti e mezzo di musica, ma Kramer era - giustamente - convinto che la capacità potesse migliorare notevolmente. Brevettò in tutto il mondo la sua scoperta e mise in piedi una società per sviluppare l'idea. Ma nel 1988, racconta sempre il Daily Mail, dopo la rottura del board, non riuscì a racimolare la cifra necessaria a rinnovare il brevetto. Il resto è storia, a diversi zeri.

Ora Kramer sta negoziando con Apple un compenso per il copyright che detiene sul disegno originale del lettore, praticamente identico all'iPod con la mela morsicata. Finora, però, ha ricevuto solo un compenso per la consulenza legale fornita ad Apple. E un iPod regalatogli dall'azienda di Cupertino, che però si è rotto dopo otto mesi. Ma lui uno nuovo non se lì ancora potuto permettere.

(8 settembre 2008)

domenica 8 giugno 2008

iPhone in Italy

L'iPhone a giugno in Italia e a un prezzo più basso (forse)

Scritto da: Marco Pratellesi alle 20:56

San Francisco - Tanti rumors, ma anche qualche certezza: l’era dell’iPhone 2.0 è dietro l’angolo. La nuova versione del cellulare di casa Apple avrà la connessione Umts, che permetterà di navigare più velocemente sul web, e, soprattutto, sbarcherà in Italia, con Tim e Vodafone, entro la fine di giugno. Anche il prezzo e i piani tariffari delle compagnie telefoniche sembrano destinati a scendere. La nuova strategia di Steve Jobs punta a trasformare un prodotto Vip in un accessorio di massa che cambi il modo delle persone di utilizzare il web in movimento, come ha già fatto con l’iPod nei confronti della musica.


Gli ultimi dubbi saranno sciolti lunedì al Moscone Center di San Francisco, dove (ore 10 locali, le 19 in Italia) Steve Jobs terrà il consueto keynote all’Apple Worldwide Developers Conference. Sarà il momento in cui il guru-boss svelerà nuovi prodotti e strategie della casa di Cupertino.

Gli analisti ci credono: il nuovo iPhone sarà venduto a un prezzo significativamente più basso della vecchia versione. Una strategia che ha due obiettivi: aggredire il mercato dei giovani (15-25 anni) che sono i consumatori più attivi, quelli che cambiano cellulare con più frequenza; permettere a Steve Jobs di mantenere la promessa: raggiungere i 10 milioni di telefoni venduti entro il 2008. Una marcia sulla quale la Apple accusa qualche ritardo, avendo venduto 1,7 milioni di cellulari nel primo trimestre dell’anno.


Ma il nuovo business model punta a trasformare l’iPhone da un oggetto esclusivo a un prodotto di massa. Quindi prezzi più contenuti e un’importante espansione dei mercati con l’aggiunta - agli attuali Usa (399 dollari il costo attuale), Germania e Francia (399 euro), Gran Bretagna (269 sterline) - di Italia, Spagna (il prezzo dovrebbe essere 90 euro con contratto che lega all’operatore telefonico Telefonica per almeno due anni) e Giappone (Softbank, terzo operatore mobile del paese). Vodafone, inoltre, sarà partner della Apple per il lancio del telefono anche in Sudafrica, Australia, Egitto, Grecia, India, Portogallo, Nuova Zelanda, Turchia e Repubblica Ceca. Mentre la compagnia TeliaSonera si è aggiudicata la vendita dell’iPhone in Svezia, Norvegia e Danimarca.


Questa nuova strategia, che punta a portare l’esperienza di internet in movimento alla portata di tutti, è destinata anche ad aprire il mercato a nuove opportunità di ricavi: come ad esempio quello che potrebbe garantire la pubblicità, finora abbastanza assente dal mondo della telefonia mobile.


Secondo gli analisti, in America, la nuova versione dell’iPhone potrebbe essere venduta dall’operatore telefonico AT&T a una cifra intorno ai 200 dollari, contro i 399 dollari della versione attuale.


L’iPhone 3G, con connettività Umts, garantirà una maggiore velocità di navigazione sul web rispetto al vecchio sistema Edge. L’obiettivo primario dell’iPhone, fin dalla sua nascita nel giugno 2007, è stato creare una piattaforma software avanzata in grado di imporsi e cambiare la “mobile age”, l’era della connettività in movimento. Ma per raggiungere questo traguardo è fondamentale anche che le compagnie telefoniche applichino piani tariffari “flat”, a tariffa fissa. Anche per questo la Apple sembra decisa a mandare in pensione il modello delle “revenue sharing”, cioè l’incasso di una percentuale sul traffico generato dai clienti (circa il 30%). Le indiscrezioni che circolano parlano per l’Italia di un canone mensile per i servizi tra i 45 e gli 80 euro.


Per aggredire il mercato business degli smartphone, tuttora saldamente in mano al leader canadese Rim (quella dei Blackberry), il nuovo iPhone dovrebbe introdurre alcune funzioni, come la geo-localizzazione Gps e la possibilità di sfruttare i server di posta legati a Microsoft Outlook o messaggerie come Aol Instant Messenger.


Tra le ipotesi che solo Steve Jobs, a questo punto, potrà confermare, quelle di una macchina fotografica incorporata da 5 milioni di pixel, dell’introduzione della telecamera frontale “iChat” per videoconferenze e videochiamate, della possibilità che lo spessore sia ulteriormente ridotto grazie a nuove batterie ultra sottili al litio e che i nuovi iPhone siano disponibili in una serie di colori diversi, in linea con il mondo colorato caratteristico della Apple.

giovedì 24 aprile 2008

sempre connessi

dal "corriere online"

L'obiettivo Migliorare la vita e la produttività. Maxi investimenti e aiuti di Stato

Telefoni del futuro, la ricetta giapponese

Con 15 euro tutti connessi, in qualsiasi luogo. La fibra ottica sarò il nuovo motore dell'economia nipponica

E' nelle telecomunicazioni il futuro dell'economia giapponese. Nella foto, un cellulare a batteria solare (Reuters)
Negli anni Ottanta, il Giappone è stato preso a modello in America e in Europa per aver reinventato la sua possente industria manifatturiera su due pilastri: la qualità dei prodotti e l'organizzazione del lavoro in tempo reale. Nel primo decennio del Duemila, l'Impero del Sol Levante tornerà a far scuola con l'Ubiquitous Society, lanciata dal governo Koizumi nel dicembre del 2004 e ora in fase di avanzata costruzione a opera soprattutto di Ntt, l'ex monopolista Nippon Telegraph and Telephone? Il punto di domanda è d'obbligo perché, come mostra il grafico del rapporto dell'Ofcom, l'Authority britannica, i Paesi occidentali stanno prendendo strade assai meno impegnative, gli europei in particolare. E però, se la seconda potenza economica del pianeta investe l'equivalente di 31 miliardi di euro tra il 2005 e il 2010 nelle next generation networks, seguita da due tigri asiatiche come la Corea e Singapore e dalle principali metropoli cinesi mentre il resto del mondo sta a guardare, l'affare è troppo serio per liquidarlo come dirigismo orientale senza averlo prima capito.

Il Giappone potrà dirsi pronto a costruire l'ubiquità quando tutti i suoi 128 milioni di cittadini, continuando a pagare una tariffa base attorno ai 15 euro, potranno collegarsi alla velocità di 100 megabit al secondo, passando dalla rete fissa alla mobile e viceversa, in qualsiasi luogo del Paese a qualsiasi ora, in superficie e in galleria. Il progetto si intitola u-Japan. Lo slogan è: Anytime, Anywhere, by Anything and Anyone. L'infrastruttura dovrà essere pronta nel 2010. Per una nazione, dove si vive in media fino a 82 anni, e si nasce sempre meno, la vita in banda larghissima dovrebbe diventare più agevole per i vecchi e più stimolante per i giovani grazie a un uso facile e pervasivo dell'Ict ( Information communication tecnology). Cambierebbero il modo di lavorare, la cura della salute, l'educazione scolastica e l'aggiornamento professionale, i trasporti pubblici e privati, la sicurezza e la prevenzione degli effetti di terremoti e tifoni, si utilizzerebbero meglio i materiali e le fonti energetiche. Infine, aumenterebbe la produttività del sistema e si potrebbe contrastare molto meglio la concorrenza dei paesi emergenti nella manifattura, che resta il cuore del Paese.

Secondo le stime fatte dal ministro Takuo Imagawa tre anni fa, il fatturato delle attività connesse alle comunicazioni in banda larghissima arriverà nel 2010 a 87 trilioni di yen, ovvero a 534 miliardi di euro, quasi il triplo rispetto al 2003, quando ancora si stava ultimando il dispiegamento della banda larga. Le ricadute sull'intera economia in termini di nuovi business e di maggior efficienza delle attività esistenti determineranno, sempre nel 2010, un incremento del prodotto interno lordo nipponico di 120,5 trilioni di yen, ovvero di 734 miliardi di euro. Poiché il Pil del Giappone è stato di 430 trilioni di yen nel 2006, le reti di prossima generazione dovrebbero indurre in 4-5 anni una crescita del Pil di circa un terzo. Questa esplosione dell'economia a ritmi cinesi, in verità, non si è ancora vista. Probabilmente, il governo ha fatto un po' di propaganda per giustificare il suo intervento. E' vero però che u-Japan è stato deciso dal premier riformista Junichiro Koizumi come rimedio contro il declino dell'economia giapponese rispetto a quella americana.

Guarda la grafica

Secondo il White Paper del Nomura Research Institute, il Giappone deve recuperare proprio nell'Ict che, pur avendo un'incidenza diretta sul Pil limitata, è già adesso uno dei principali motori della crescita e potrebbe diventarlo molto di più. Tra il 1990 e il 2005, infatti, gli investimenti americani in Ict sono cresciuti a velocità più che tripla rispetto a quelli giapponesi e nel quinquennio 2000-2005 questo ha determinato un aumento della produttività del lavoro americano più che doppio rispetto a quello nipponico. Che peraltro, con vizio piuttosto italiano, è ottimo nella manifattura e pessimo nei servizi. Ma proprio Nomura dall'Ubiquitous Society si attende più realisticamente un incremento aggiuntivo del Pil pari a un punto percentuale l'anno. Che, cumulandosi nel tempo, non è comunque da disprezzare: stiamo parlando di una finanziaria italiana o quasi. Su questo fronte l'impegno del governo non cambia, anche se Koizumi ha ceduto la poltrona a Shinzo Abe. Basta guardare alle parentele di Taro Aso, il ministro dell'Interno e delle Comunicazioni che tenne a battesimo u-Japan: il padre, Takakichi, era presidente della Aso Cement Company e sodale del vecchio primo ministro Tanaka; la madre era figlia di un altro primo ministro, Shigeru Yoshida; il padre della moglie è un terzo premier, Zenko Suzuki, mentre la sorella è sposa di un cugino primo dell'imperatore.

Il rilancio dell'economia dovrebbe far leva sugli operatori di telecomunicazioni che, entro il 2010, devono raggiungere 50 milioni di abitazioni e uffici con le fibre ottiche veloci e superveloci, dotate di una potenza cinque volte superiore quella disponibile in Italia nei centri di Milano e Roma. Il traguardo è a portata di mano, visto che la copertura è già arrivata al 90%. Naturalmente non tutti i giapponesi si abboneranno subito al nuovo servizio, ma l'Adsl ormai comincia a perdere abbonati, mentre la fibra ottica ne conquista al ritmo di 6-700 mila al trimestre. Il capo della Ntt, Satoshi Miura, aveva promesso 9,5 milioni di clienti entro il marzo 2008, il secondo operatore nipponico, la Kddi, 900 mila. In realtà, sono un po' sotto e gli analisti si dividono sul futuro. Kenji Nishimura, della Deutsche Bank, prevede 20 milioni di clienti per Ntt al 2010 invece dei 30 messi a piano. Neale Anderson, della Hong Kong Shangai Banking Corporation, spiega il rallentamento con l'attesa degli imminenti, nuovi servizi su fibra come l'Iptv per le aree metropolitane di Tokio e Osaka, e attribuisce 14 milioni di abbonati a Ntt, ovvero il 69% del nuovo mercato. Ma se è chiaro che il Giappone presto o tardi ricaverà importanti vantaggi dalla fibra, e se le multinazionali domestiche fornitrici di tecnologie e contenuti ne avranno di ancor più sicuri e immediati, rimane oscuro il ritorno economico per chi le nuove reti deve costruire: Ntt in prima fila, ma anche Kddi e Softbank, le compagnie elettriche e le tv via cavo che offrono telecomunicazioni.

Nishimura sostiene che, seppure i ricavi da fibra stanno rapidamente aumentando (dal 2006 al 2007 sono passati dal 6 al 12% in Ntt), i profitti arriveranno non prima del 2012. E qui emerge — emerge si fa per dire, perché i numeri non vengono resi pubblici — il ruolo dello Stato. Per incentivare questo investimento strategico, il governo ha assicurato tre sussidi: finanziamenti della Development Bank of Japan a zero interessi per Ntt e a interessi molto bassi per gli altri; recuperi fiscali tra il 6 e il 18% sull'imposta societaria e la diminuzione dell'aliquota del 20-25% sulle immobilizzazioni; garanzie pubbliche sui debiti accesi per l'investimento. L'effetto sui bilanci potrebbe diventare rilevante con il tempo. Le prossime, vere decisioni riguardano il quadro regolatorio e gli assetti di Ntt: se e come le nuove reti verranno inserite nel servizio universale, che oggi procura modesti rimborsi a Ntt; se e come il ministero delle Finanze resterà per legge sopra il terzo del capitale e stranieri sotto. Ma su questo punto si comincerà nel 2012.

Massimo Mucchetti

sabato 29 marzo 2008

INTERNET E CENSURA

Intervista a Ron Deibert, direttore del Citizen Lab di Toronto,
centro all'avanguardia nel monitoraggio delle restrizioni online

"La censura web in forte crescita"
Access denied in 26 paesi del mondo

Non solo Cina, Iran e Arabia Saudita: sistemi di filtraggio
sempre più sofisticati. Ma si evolvono anche i software di difesa
di MARCO DESERIIS


"La censura web in forte crescita"
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Ron Deibert

TORONTO (Canada) - Che i media e la rete cinese vengano regolarmente monitorati e censurati non è un mistero. Ma da un paio di settimane le maglie della censura sono ancora più strette: i servizi televisivi dei network satellitari sulla rivolta dei tibetani a Lhasa e sulle contestazioni all'accensione della fiamma olimpica vengono regolarmente oscurati, i maggiori siti di informazione internazionale sono spesso inaccessibili, e anche l'accesso a YouTube, su cui sono stati postati diversi video indipendenti della rivolta, risulta bloccato.

La stretta repressiva non coglie certo di sorpresa Ron Deibert, direttore del Citizen Lab di Toronto, centro di ricerca all'avanguardia nel monitoraggio della censura online. "I siti sull'indipendenza del Tibet sono sempre stati oscurati in Cina", spiega Deibert. E in momenti come questo, è facile per il governo cinese bloccare l'accesso a determinati siti: i loro filtri sono installati direttamente sulle dorsali di internet, negli internet service provider e negli internet caffè, il che oltre a essere tecnicamente efficace produce un clima di autocensura."

Situato in uno spazioso seminterrato inondato di luce all'interno del Munk Centre for International Studies dell'Università di Toronto, il Citizen Lab è in questi giorni in piena fibrillazione. Oltre a monitorare la situazione cinese, il team di dodici ricercatori si riunisce frequentemente nella sala conferenze - ironicamente ribattezzata "the cage" (la gabbia) - per vagliare i dati raccolti nel 2007 sullo stato della censura in internet in 71 paesi. Condotta in collaborazione con la OpenNet Initiative - una partnership delle università di Toronto, Harvard, Oxford e Cambridge - la ricerca verrà pubblicata ufficialmente a giugno.
Da un paio di settimane la OpenNet Iniative ha dato alle stampe Access Denied, un volume edito dalla casa editrice del MIT, contenente i dati relativi alle ricerce effettuate nel 2006 in 41 paesi. I risultati non sono certo rassicuranti: "La censura su internet è in crescita sia da un punto di vista quantitativo che per sofisticazione," spiega Deibert. "Su 41 paesi in cui abbiamo condotto dei test, abbiamo riscontrato varie forme di censura in 26 paesi. Quando iniziammo il monitoraggio nel 2000 erano pochi i paesi a destare preoccupazioni: la Cina, l'Iran, l'Arabia Saudita e pochi altri. Negli ultimi anni la crescita è stata impressionante. Dal rapporto 2007 ci aspettiamo che siano una quarantina i paesi che esercitano varie forme di controllo sulla rete."

Quali sono gli stati in cui la censura è più diffusa?
"Nel rapporto 2006, abbiamo classificato alcuni paesi come censori "pervasivi" - il che significa che hanno bloccato la percentuale più alta di contenuti in tutte le categorie che abbiamo testato. In questa categoria rientrano Cina, Birmania, Vietnam, Tunisia, Iran e Siria. Seguono l'Uzbekistan, il Pakistan, l'Etiopia, l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi che bloccano una quantità "sostanziale" di contenuti".

Quali sono le tipologie di censura più frequenti?
"Abbiamo diviso il filtraggio di contenuti in quattro tipologie: la censura apertamente politica; quella sociale (contenuti legati alla sessualità, il gioco d'azzardo, il consumo di droghe e alcol, ecc.); la censura legata a conflitti armati regionali; e la censura relativa e specifici servizi internet come l'email, il web hosting, e i motori di ricerca. Ad esempio negli ultimi anni abbiamo notato una crescita della censura nel Voice Over IP e di servizi come YouTube. Inoltre le tecniche stesse di filtraggio variano da paese a paese".

Può fare un esempio?
"In alcuni paesi, come la Cina, il filtraggio viene implementato soprattutto a livello delle dorsali e dei gateway internazionali. In altri paesi il filtraggio avviene a livello dei singoli Internet Service Provider. Il che significa che la rete appare diversa a seconda del provider da cui ci si collega. Inoltre, in paesi come la Cina la richiesta di una pagina bloccata restituisce all'utente un semplice errore di time out. In altri casi, come in Arabia Saudita, il governo chiede al cittadino di compilare un form in cui può spiegare perché la pagina richiesta non dovrebbe essere bloccata".

Avete riscontrato una crescita della censura anche nelle cosiddette democrazie occidentali? Se sì, qual è la differenza con la censura nei paesi non democratici?
"Diversi paesi occidentali hanno iniziato a discutere il filtraggio dei contenuti in rete, in particolare in relazione a materiali legati allo sfruttamento sessuale dei minori o alla pornografia in rete. Tra questi vi sono Stati Uniti, Gran Bretagna, Norvegia, Danimarca, Canada e Australia. Poiché in questi paesi il filtraggio viene discusso a livello legislativo, non ci siamo concentrati molto su di loro, perché le eventuali tecniche di filtraggio adottate sono in gran parte trasparenti. Il discorso cambia notevolmente se ci si sposta nel settore commerciale. Ad esempio, esistono una serie di aziende nella California del Nord che si stanno specializzando nella produzione di software per il filtraggio selettivo di contenuti. Software che vengono rivenduti a paesi terzi come l'Iran, la Birmania e la Tunisia. Il problema è che questi software sono protetti da segreto industriale ed è quindi estremamente difficile per i cittadini sapere quali tipo di servizi e contenuti vengono filtrati, e perché. Bisogna inoltre considerare - e questa osservazione vale anche per i paesi democratici - che una volta che dei sistemi di filtraggio vengono installati la tentazione di usarli per scopi diversi da quelli dichiarati può essere molto forte".

Come fate a raccogliere i vostri dati? Qual è il modello organizzativo della OpenNet Initiative?
"La OpenNet Initiative si avvale del lavoro di circa ottanta operatori che combinano la ricerca contestuale sul campo con una serie di strumenti sofisticati di indagine sulle reti. Le quattro università che formano la partnership hanno diverse funzioni. Ad esempio l'Advance Network Research Group dell'università di Cambridge coordina la ricerca sul campo. Al Citizen Lab invece sviluppiamo gli strumenti di monitoraggio delle reti. Ci avvaliamo inoltre della collaborazione di circa ottanta Ong che sono fondamentali per capire i paesi che stiamo studiando, dalla lingua ai problemi politici a livello locale. A livello tecnico usiamo diversi strumenti di analisi, come il Traceroute, per capire come sono dislocati i filtri. Tuttavia, al di là del fatto che alcune di queste tecniche di monitoraggio sono discutibili da un punto di etico, anche da un punto di vista tecnico hanno un'efficacia limitata, soprattutto se le si usa solo remotamente. Per questo ci affidiamo a una serie di ricercatori che si trovano fisicamente nei paesi sotto osservazione. I ricercatori scaricano da internet o portano con se nei propri computer portatili delle applicazioni e le usano a livello locale collegandosi a internet da diversi provider. Le applicazioni creano degli elenchi di migliaia di URL e parole chiave, che vengono poi trasmesse a dei database situati al Citizen Lab di Toronto dove vengono analizzate e interpretate".

"In un certo senso - continua Deibert - la nostra struttura organizzativa è ricalcato sul modello dei servizi di intelligence nazionali: la divisione del settore tecnico e umano, la compartimentazione delle conoscenze, sono tutte misure che adottiamo per proteggere i nostri ricercatori, cioè coloro che corrono i rischi maggiori. In molti dei paesi che stiamo studiando questo tipo di operazioni sono classificate come spionaggio. Personalmente, trovandomi al vertice di questa operazione, non conosco l'identità di gran parte dei nostri ricercatori. Se volessimo descriverci in poche parole potremmo dire che la ONI è "un'operazione di contro-spionaggio globale della società civile"".

Nel dicembre 2006 il Citizen Lab ha rilasciato Psiphon un software che consente ai navigatori di aggirare la censura nei paesi che bloccano l'accesso a determinati siti. Può spegarci come funziona?
"Psiphon si serve di Internet e delle reti sociali di amici, familiari e conoscenti distribuite 'a cavallo' di paesi in cui la rete è censurata e di paesi in cui non lo è. Il primo passo per rendere Psiphon operativo è che una persona residente in un paese in cui internet non è censurata scarichi il software e lo installi sul proprio computer, che diviene così un provider Psiphon. La persona in questione fa quindi pervenire le informazioni per connettersi al proprio nodo Psiphon a una ristretta cerchia di familiari, amici o colleghi residenti in un paese in cui la rete è censurata. Quando questi vogliono visualizzare dei contenuti bloccati si collegano con un nome utente e password al nodo-provider Psiphon, che li collega a sua volta all'informazione richiesta. Poiché l'intera transazione è crittata e il processo rimane privato, è difficile per le autorità individuare e bloccare i nodi Psiphon. Inoltre il protocollo utilizzato da Psiphon è l'Https che essendo in uso per le transazioni finanziarie non può essere bloccato indiscrinatamente dai provider.

Quali sono le principali differenze tra Psiphon e altri software anonimizzanti?
"Psiphon non è un anonymizer. I suoi utenti non sono anonimi rispetto al loro provider. Anche se il traffico tra l'utente Psiphon e il provider Psiphon è crittato, questi ultimi possono in teoria monitorare tutte le attività degli utenti Psiphon. Lo abbiamo progettato in questo modo deliberatamente, per sottolineare l'importanza dei rapporti di fiducia interpersonale, in particolare tra i provider e gli utenti di Psiphon. Rispetto ad altri software simili Psiphon ha il vantaggio di essere molto facile da installare. E poi è open source, il che significa che riceviamo ottimi suggerimenti su come migliorarlo".

Quanti utenti ne fanno uso al momento?
"L'architettura decentrata di Psiphon e l'indipendenza di ciascun nodo, fa sì che sia impossibile per noi sapere quante persone ne fanno uso. Quello che sappiamo è che dal dicembre 2006 è stato scaricato da 150.000 utenti. Anche i ricercatori dell'OpenNet Initiative se ne servono quando si trovano nei paesi in cui la rete è censurata, il che significa che sappiamo bene come funziona 'sul campo'".

Le Olimpiadi di Pechino potrebbe fornirvi un'ottima occasione per diffondere Psiphon. Molti giornalisti e operatori avranno bisogno di fare un uso non censurato della rete...
"Di recente ci siamo resi conto che esiste una porzione significativa degli utenti della rete che potrebbe beneficiare di un servizio professionale strutturato intorno a Psiphon, e le Olimpiadi di Pechino ne sono un buon esempio. Migliaia di giornalisti arriveranno in uno dei paesi in cui la rete è più censurata. Anche se alcune testate dispongono di soluzioni proprie, molti si affideranno a fornitori esterni. Per questo abbiamo creato una società apposita che ha riscontrato un interesse immediato. Ovviamente la maggior parte delle aziende interessate preferiscono non parlarne apertamente per timore di mettere i propri giornalisti a rischio. Noi speriamo che le Olimpiadi siano l'occasione giusta per lanciare Psiphon come business".

Quali sono le tecniche di aggiramento della censura più usate dagli attivisti e dai dissidenti cinesi per navigare?
"La maggior parte degli utenti cinesi si servono di server proxy aperti. Essendo "aperti" questo tipo di server sono insicuri per definizione e possono essere facilmente monitorati. Inoltre molti di questi server finiscono rapidamente su delle block list, e quindi diventa estremamente difficile farne uso. Esistono anche dei software realizzati da cittadini cinesi che vivono negli Stati Uniti, ma poiché devono essere scaricati non sono del tutto sicuri. Altri utenti cinesi si servono di Tor, un software che distribuisce le richieste dei navigatori lungo una lunga serie di nodi che anonimizzano l'identità di chi naviga. Anche quando non vengono bloccate, questo tipo di connessioni hanno il problema di essere estremamente lente".

In che modo Psiphon può tornar loro d'aiuto?
"Psiphon è facile da usare, molto veloce, e piuttosto sicuro. Se i cittadini cinesi hanno contatti con amici, familiari e parenti al di fuori del loro paese è un ottima scelta. Abbiamo tradotto le FAQ in cinese e faremo lo stesso con l'interfaccia del software e la guida utente. Stiamo anche lavorando a una nuova versione che permetterà agli utenti di fare domanda per la gestione di nodi Psiphon anche se si trovano all'interno del paese censurato, senza che debbano scaricare alcun software. L'interno processo sarà gestito dal web. Per lanciare questo servizio Psiphon dovrà gestire migliaia di nodi a livello mondiale e implementare una strategia anti-bloccaggio. Quest'ultima richiede molte risorse, il che dipende da quanti introiti l'azienda riuscirà a generare, e da altre forme di sovvenzionamento".

A proposito, chi sono i finanziatori della OpenNet Initiative?
"La ONI è finanziata da diverse fondazioni come la MacArthur Foundation e l'Open Society Institute. All'ONI consideriamo la nostra autonomia un fattore cruciale. Non accettiamo soldi dai governi ad esempio, e facciamo sì che un elenco aggiornato di tutti i nostri finanziatori sia sempre presente sul nostro sito".

(28 marzo 2008)

giovedì 27 marzo 2008

hacker vs tibet - da "Il Giornale"

Londra - La censura di Pechino colpisce Internet non solo con l’oscuramento dei siti scomodi ma anche con attacchi mirati di hacker. Le ultime vittime della "cyberguerra" cinese sono le Ong considerate ostili, riporta il sito della Bbc. A denunciare attacchi, oltre ad associazioni che sostengono il Tibet, ora anche l’organizzazione Save Darfur Coalition, che spesso accusa Pechino per il suo ruolo in questa tragedia umanitaria. In quest’ultimo caso, affermano i rappresentanti di Save Darfur, è stata allertata anche l’Fbi.

Gli attacchi avvengono prevalentemente sotto forma di mail contenenti allegati che se aperti installano nei computer dei ’programmi spià, che consentono di sapere tutto ciò che avviene al loro interno. Dalle prime indagini è emerso che le mail partono da computer dislocati nella capitale cinese: "Qualcuno a Pechino ci sta mandando un messaggio - afferma Allyn Brooks, portavoce dell’organizzazione - anche se non abbiamo ancora prove concrete che gli attacchi siano stati organizzati dal governo".

Lo stesso problema dell’ong pro Darfur viene riscontrato da qualche giorno anche dalle associazioni pro-Tibet. Secondo un rapporto dell’Internet Storm Center, un sito che censisce l’attività dei virus informatici, da quando sono iniziati i disordini in Tibet gli hacker hanno preso di mira i siti a favore dei monaci il triplo delle volte.

martedì 25 marzo 2008

Dopo You Tube


A maggio in Italia la CurrentTv

il piccolo schermo secondo Al Gore

di ALESSANDRO LONGO




ARRIVERA' in Italia, a maggio, la CurrentTv di Al Gore (ex vicepresidente statunitense). È una televisione alternativa, fatta dagli utenti e già vincitrice di un premio Emmy. Si vedrà sia sul web sia su Sky, su un canale dedicato: è un passo avanti verso lo sviluppo, anche in Italia, di un nuovo modo di fare Tv.

La CurrentTv italiana, presentata alla Casa del Cinema di Roma qualche giorno fa, avrà una redazione di 20 persone, che selezioneranno i video mandati dagli utenti e li monteranno per farne trasmissioni. Funziona così: gli utenti invieranno i video sul sito, che sarà come su una sorta di YouTube, ma più curato e professionale. La redazione infatti selezionerà i video e pubblicherà sul sito solo quelli di qualità. L'idea è fare un giornalismo dal basso, con video documentari, notizie, reportage, denuncia sociale; ma anche arte, sport, spettacolo. Una Tv alternativa, aperta a contributi di professionisti e non. I video più graditi sul web si guadagneranno il passaggio in Tv e saranno anche pagati (da 500 a mille euro). A regime, si conta di avere circa 50 video-maker di fiducia, a cui anche affidare notizie e temi da seguire; CurrentTv sarà sempre però aperta ai contribuiti di qualsiasi utente, purché di valore.

mercoledì 19 marzo 2008

BIG DOG

Stati Uniti, il robot a quattro zampe
di "Guerre Stellari" è (quasi) una realtà

In Rete il video di "Big Dog", un bestione futuristico sviluppato da Boston Dynamics e Pentagono

Il Big Dog
MILANO
- Dobbiamo aver paura di questo robot? Un video sul portale YouTube di "BigDog", uno spettacolare robot a quattro zampe finanziato dal Pentagono, sta generando molto scalpore in Internet. Il filmato mostra questo cagnolone meccanico, l'ultimo ritrovato del Dipartimento della Difesa, mentre si muove in maniera incredibilmente realistica sul terreno impervio, riuscendo a destreggiarsi senza grossi problemi tra i boschi, sulla neve ma anche su un fondo ghiacciato. Il futuristico bestione, che sembra uscito da una produzione science-fiction hollywoodiana, ha fatto rabbrividire persino i fan più incalliti degli automi. Le reazioni in rete si dividono tra chi lo trova "affascinate" e "sorprendente". Per altri questo orribile mostro è semplicemente "raccapricciante".



GUERRE STELLARI - La Boston Dynamics, per conto del rinomato Massachusetts Institute of Technology (MIT), ha creato il "Most Advanced Quadruped Robot on Earth": il quadrupede robotizzato più avanzato sulla Terra. Il "grande cane", molto simile al "camminatore armato AT-AT" della saga cinematografica di Guerre Stellari, cammina ad una velocità di 5,3 chilometri orari. La sua struttura richiama certamente una sorta di cane malfatto: è stato sviluppato in questi anni in collaborazione con l'organizzazione del Pentagono per la ricerca a scopo militare DARPA, che ha finanziato il progetto con 10 milioni di dollari.

MILITARE - In una sequenza del video si vede un tecnico che lo spinge di lato violentemente con un piede. "BigDog", tuttavia, si sbilancia lievemente ma poi riprende la sua corsa. Cammina su pendii, su strade rocciose, va al passo ma può anche correre. Il corpo è in acciaio con un complesso sistema all'interno fatto di motore a benzina a un cilindro; computer; unità di misurazione inerziale, accelerometro, sensori, telecamere e giroscopi. "BigDog" è probabilmente uno dei progetti più ambiziosi in ambito militare, scrive il magazine "Popular Science".

martedì 18 marzo 2008

DAL "CORRIERE DELLA SERA ONLINE"

disavventure tecnologiche

MacBook Air, così sottile da finire
(per sbaglio) nella spazzatura

Il reporter informatico Steven Levy racconta: «Forse mia moglie l'ha messo nel mucchio dei giornali da buttare»

Steve Jobs durante la presentazione del MacBook Air (Afp)
MILANO - Quanto piccolo è il troppo piccolo? Il leggendario reporter informatico Steven Levy butta nella spazzatura il più sottile MacBook al mondo e denuncia: era chiaramente troppo sottile! Tuttavia, non è il solo: iPod, cellulari, chiavette USB - gli apparecchi tecnologici d'oggi si sono notevolmente rimpiccioliti e, per errore o pura distrazione, possono anche andare smarriti.

ESPERTO - Steven Levy è un veterano del giornalismo tecnologico: il 57enne ha pubblicato nel lontano 1984 uno dei primi libri che trattano l'argomento hacker; ha scritto per i più importanti giornali americani, dal "New Yorker" a "Wired". Oggi esamina recensisce per il magazine "Newsweek" tutti i prodotti tecnologici di ultima generazione. Il MacBook Air della Apple – il notebook più sottile al mondo, che Levy doveva testare - è finito tra la carta da buttare.

ARIA - «È una cosa veramente imbarazzante - scrive Levy sul suo blog - È semplicemente sparito». La teoria sulla scomparsa viene descritta dal cronista nell'ultimo numero di "Newsweek": Domenica scorsa il notebook si trovava ancora al suo posto nel soggiorno. Mercoledì, invece, il distratto reporter si accorge che del suo portatile super sottile non v'era più traccia. Dopo aver scandagliato a fondo tutto l'appartamento, Levy trova solo l'alimentatore. «La domenica di solito si accumulano vecchi giornali e riviste sul tavolo dove ho riposto anche l'Air e probabilmente mia moglie, infastidita da tutto quel disordine, ha fatto pulizia e ha buttato tutto nella spazzatura», è l'ipotesi di Levy. Anche se la consorte nega la possibilità che il computer sia stato gettato nel cassonetto con il mucchio di giornali, è realistico supporre che il MacBook Air, che pesa indicativamente quanto cinque o sei tabloid, si sia infilato fra le pagine di qualche quotidiano - magari nell'inserto sportivo. La perdita di 1.800 dollari verrà ripianata dal datore di lavoro Newsweek. Il giornalista, dal canto suo, non si sente affatto in colpa: «Come si può dare la colpa a qualcuno che ha perso una cosa che si chiama 'aria'?»

REAZIONI - Molti sono i commenti pubblicati sul blog Gizmodo che sbeffeggiano Levy e la sua tragicomica avventura: «Un momento! Qualcuno perde un apparecchio di 2.000 dollari e dà la colpa all'apparecchio?»; « Magari Newsweek dovrebbe testare prima di tutto il quoziente intelettivo dei suoi esaminatori»; «Ho un iPod e un cellulare, entrambi più piccoli del MacBook Air, e in questi anni non ne ho mai perso uno!». Supporto arriva invece dal celebre blogger informatico Luke Anderson: «Perdo di continuo piccole cose, chiavi, chiavette Usb e così via. La mia vita da geek-tecnologico si è notevolmente complicata, perchè tutto è diventato estremamente piccolo». Ina Fried scrive nella rivista specializzata CNET News.com di aver perso diversi gadget - primo fra tutti, il suo iPod Touch. «Naturalmente non do la colpa alla Apple - ha detto la giornalista - Sono distratta più di altri. Ciò nonostante, alcuni di questi nuovi apparecchi sono talmente minuscoli che è facile perderli - senza avere la minima idea di dove». Anni fa la cronista ha dimenticato il suo iPod Nano in una tasca dei jeans che ha messo a lavare. Il risultato: «Era il più pulito e il più rotto Nano che abbia mai visto».

Elmar Burchia
17 marzo 2008

lunedì 25 febbraio 2008

matti per il canone

Non può essere un decreto del '38
a regolamentare il canone Rai

di GIOVANNI VALENTINI


A DISTANZA di settant'anni, qualsiasi tassa o balzello imposto in forza di un regio decreto del 1938 risulterebbe tanto anacronistico quanto iniquo e inaccettabile. E a maggior ragione lo è, o almeno così appare, la richiesta di pagare il canone Rai rivolta a chiunque detenga un "apparecchio atto o adattabile alla ricezione delle radioaudizioni", con la pretesa di comprendere in questo armamentario perfino i personal computer dotati di una scheda video e addirittura i videofonini.

In primo luogo, perché la norma parla letteralmente di "radioaudizioni" e quindi andrebbe come minimo corretta e aggiornata; in secondo luogo, perché la funzione principale e spesso esclusiva di questi apparecchi non è quella di ricevere programmi televisivi, bensì comunicazioni telematiche o telefoniche.

Per esigere il canone Rai, bisognerebbe dimostrare perciò che pc e telefonini vengono utilizzati come un televisore e per il tempo in cui ciò eventualmente avviene. Tanto più che per collegarsi a Internet o a una qualsiasi rete telefonica, occorre già abbonarsi a un "provider" pagando direttamente o indirettamente i relativi consumi. È semmai ai fornitori di connessione che l'azienda di Stato dovrebbe chiedere quindi i diritti sui propri contenuti, se e quando questi vengono trasmessi o comunque fruiti attraverso i rispettivi network.

Dal '38 a oggi, evidentemente la tecnologia nel settore delle telecomunicazioni è troppo cambiata per invocare un regio decreto ingiallito dal tempo e dalla polvere. Ed è chiaro che i diritti televisivi - per la Rai come per qualsiasi altro produttore - vanno tutelati a monte, alla fonte, prima che possano arrivare al destinatario o al consumatore finale. Al giorno d'oggi non appare più attuale, cioè adeguata all'evoluzione degli strumenti e anche dei costumi, neppure l'ipotesi di una tassa sull'acquisto del singolo televisore in cambio dell'abolizione del canone: in qualsiasi famiglia, abitazione o ufficio, gli apparecchi per vedere la tv sono più d'uno e non sarebbe ragionevole che un unico soggetto fosse costretto di fatto a pagare come una pluralità di utenti.

Né tantomeno sarebbe immaginabile, per le ragioni già dette, che un tale criterio venisse esteso e applicato ai pc e ai videofonini, parificandoli automaticamente ai televisori. La verità è che questa assurda controversia dimostra una volta di più la crisi esistenziale in cui si dibatte la Rai. È vero che in tutti i Paesi democratici, dall'Europa all'America, esiste ancora il servizio pubblico radiotelevisivo; che ovunque si paga l'abbonamento e il canone è più alto che in Italia; e infine, che anche in questo l'evasione da noi risulta più ampia. Ma non è con i decreti del Regno che oggi la Repubblica italiana può pretendere legittimamente una tassa generalizzata sulla televisione, uguale per tutti, indipendentemente dal reddito individuale di ciascuno e per ciò stesso iniqua.

A parte la soluzione tecnologica che dev'essere individuata e introdotta all'origine, in modo da impedire lo sfruttamento abusivo dei diritti tv, è necessario innanzitutto ridefinire l'identità della Rai, il suo ruolo e la sua funzione istituzionale, per assicurare la credibilità del servizio pubblico liberandola dalla doppia schiavitù alla politica e alla pubblicità. E di conseguenza, per garantire la qualità della sua produzione e programmazione, sempre più omologate allo standard della televisione commerciale.

Altrimenti, nessun decreto o nessuna legge sarà sufficiente per imporre d'autorità ai cittadini-telespettatori il rispetto della tv di Stato.

da REPUBBLICA online

sabato 12 gennaio 2008

NUOVO GADGET- DAL "CORRIERE ONLINE"

La nuova mania del coniglio hi-tech

A ruba il gadget: è già nata la sua community. Lo zoo elettronico da Internet all'mp3

Nabaztag, il coniglio hi-tech
MILANO - In principio c’era il Tamagotchi, pulcino elettronico giapponese a foggia di portachiavi, da nutrire e far crescere nelle proprie tasche. Ora è il momento di Nabaztag, il coniglio francese di origine armena che si collega a Internet senza fili, legge email e sms ad alta voce, informa sul traffico e sulle quotazioni di borsa. Ma che soprattutto è tanto carino, addirittura ritenuto chic dagli amanti della tecnologia, al punto da rivelarsi uno dei regali più cercati durante le ultime feste in Italia. Per conigli venduti sotto Natale siamo stati il secondo Paese nel mondo, dopo la madrepatria Francia. Dove Nabaztag, una sorta di cono orecchiuto con occhi e naso, alto 23 centimetri, è in vendita — al pari di Usa, Gran Bretagna, Belgio e Svizzera — già da due anni. Mentre da noi è arrivato solo di recente, nella versione più avanzata «/tag», inizialmente solo in alcuni negozi di design e poi nella grande distribuzione, dalla Fnac alla Rinascente. «È andato letteralmente a ruba in tutto il Paese», spiega Marco Orlandi della catena dei grandi magazzini di elettronica Mediaworld. «In alcune zone, come nel Milanese, non siamo riusciti a stare dietro alle richieste. Sono andati esauriti, e in particolar modo le orecchie di ricambio: tutti volevano quelle con i cuoricini». E così nel periodo natalizio sono stati venduti oltre cinquemila pezzi. Un bel numero, considerando che l’animaletto hi-tech non costa poco (130 euro), e ha le caratteristiche tipiche del gadget: nessuna vera utilità, ma molte funzioni curiose, potenzialmente infinite. Una volta acquistato un esemplare, sul sito Nabaztag.com è possibile registrarne il nome e scegliere quali compiti affidargli (alcuni gratuiti, altri a pagamento): dal leggere i giornali e i blog online a collegarsi alle web-radio preferite, dal ricevere e leggere email e sms — ma anche, grazie al microfono-ombelico, scriverli e inviarli — fino a fare esercizi di Tai Chi con le orecchie, leggere un libro ad alta voce o essere utilizzato per fare telefonate a basso costo con Skype. Intorno al cyber-coniglio si sta creando una community online.

Nabaztag, la cui popolazione mondiale si aggira attorno al mezzo milione di pezzi ed è in rapida crescita (è pur sempre un coniglio, e si calcola che per fine 2008 si arriverà a quasi 2 milioni), è solo l’ultimo arrivato nella famiglia degli animaletti elettronici da compagnia. Dopo il fortunato esordio del Tamagotchi della Bandai (ora in vendita nella versione Connexion a 20 euro), è stata la volta dei meno vincenti Furby della Hasbro (nei negozi il nuovo «baby» a 30 euro) e Aibo, il sorprendente e costosissimo cane robot della Sony ormai introvabile. Ma la moda del compagno elettronico non si è certo fermata. A Natale è andata bene anche all’i-Dog Hasbro, minicane da collegare al lettore mp3 che funziona da cassa acustica e si muove e illumina il muso al ritmo della musica. Tra i più piccoli ha spopolato l’ultimo discendente della famiglia dei Robosapien, il preistorico Roboreptile, un lucertolone superelettronico lungo 72 centimetri. Ma le vere star, in fatto di cuccioli elettronici, sono stati i videogiochi di cura/allenamento di animali: i vari Nintendogs e Petz — da giocare su Nintendo Ds — sono stati capaci di vendere diverse decine di migliaia di titoli.

Federcio Cella

lunedì 7 gennaio 2008

dal "Corriere della Sera" Online

Sconfitta Toshiba, che propone la tecnologia Hd

La guerra del Dvd Colpo di Blu Ray

Warner sceglie Sony. E i prezzi scendono

MILANO - Nell’elettronica di consumo i saldi non finiscono mai. Bastava essere ieri in un grande negozio per convincersi che la guerra di standard sui lettori Dvd ad alta definizione potrebbe risolversi in un compromesso. Al momento, tra i due schieramenti un vincitore non c’è e potrebbe non bastare il colpo di scena della scelta del Blu-Ray da parte della Warner Bros per chiudere definitivamente la partita. Un anno e mezzo dopo la loro introduzione, i due sistemi—Blu Ray, sviluppato da Sony, e Hd Dvd di Toshiba — hanno venduto in totale circa un milione di esemplari. Pochi. Ora però il primo round va alla Sony. Il perché di una situazione che per tanto tempo è stata di stallo aiutano a spiegarlo le domande che i clienti, nella domenica consacrata allo shopping, rivolgono ai commessi della Fnac. Alcuni si chiedono se il nuovo prodotto serva davvero, visto che quello «vecchio» funziona tanto bene. E questo è il primo, serio problema che i produttori devono affrontare. «Se non provi non capisci la differenza », dice il giovane commesso. Chi segue il suo consiglio si accorge che la differenza rispetto al Dvd tradizionale c’è davvero, mentre Blu Ray e Hd Dvd sono, per qualità d’immagine, assolutamente indistinguibili tra loro (le differenze riguardano i codici interni del software). Chi fa domande però appartiene già a un’élite: è un curioso di tecnologia o sente il richiamo della moda. Le ricerche di mercato confermano questa impressione. Secondo un’analisi di Npd Group citata dall’Herald Tribune, solo l’11% di chi possiede una tivù ad alta definizione è interessato a comprare un lettore Dvd di nuovo tipo. Per convincere il pubblico, l’argomento più persuasivo dei produttori è il prezzo, che in 18 mesi si è già ridotto della metà. Oggi un Blu Ray Sony (che lo ha introdotto anche sulla Playstation 3, usata come cavallo di Troia per conquistare il mondo dei videogiochi) costa 499 euro.

Toshiba, leader dell’altro partito, propone invece due modelli, da 599 e 229 euro. Quest’ultimo, precisa il commesso della Fnac a una signora diffidente, garantisce una definizione comunque molto più alta del Dvd tradizionale. A guadagnare di più dai super lettori Dvd, in termini di spettacolarità, sono i cartoni animati come «Ratatouille» (esaltati fino alla tridimensionalità) e in generale i film basati sugli effetti speciali come «Spiderman 3». Un punto interrogativo riguarda i film disponibili: oggi meno di 500 titoli sui circa 90 mila in commercio. Qui Sony è in vantaggio, essendo— oltre che big della tecnologia — una delle major che producono i film. La coincidenza era stata notata dalla direzione concorrenza dell’Unione Europea fin dal 2006, quando la commissaria Neelie Kroes mise la società giapponese sotto la lente per verificare che non alterasse il libero gioco della competizione, visto che controlla tutti gli anelli della catena. E l’interattività? Questa è forse la domanda sociologica più ardua. Nessuno ha mai capito bene quanto al pubblico (videogiocatori esclusi) interessi veramente. Un famoso manager di Canal Plus rispondeva sprezzante: «Io l’interattività la faccio a letto con mia moglie».

Battute a parte, i tentativi non mancano. Nel film «The Bourne Ultimatum», in Hd Dvd, per esempio, collegandosi a un sito Internet gli spettatori possono testare la propria capacità di memoria e confrontarla con quella di altri spettatori. Come finirà la guerra dei super Dvd? Già oggi, per 899 euro, si può acquistare un modello Lg che supporta entrambi gli standard. E tra poco arriverà la versione «combi» di Samsung. Se i prezzi scendono ancora la guerra potrebbe finire con un compromesso. E il mercato allargarsi dalle élite alle masse: le uniche che interessano a chi investe tanti quattrini.

Edoardo Segantini